Bivacco Battaglione Monte Ortles 3.122 m. – Ghiacciaio del Dosegù 2.999 m.
(Italia – Valtellina)

escursione della memoria in scenari mozzafiato di altissima montagna; un giro forse ancora poco conosciuto
che però regala grandi emozioni

bivacco battaglione monte ortles


Località di partenza:
Rifugio Berni al Gavia

Quota di partenza: 2.541 m.
Quota di arrivo: 3.140 m. (quota max. cresta di Vallumbrina)
Dislivello: 1.017 mt. (dislivello totale positivo)
Posizione: il Bivacco Battaglione Skiatori Monte Ortles si trova lungo la cresta sud che scende dal Pizzo di Vallumbrina,
a pochi metri dal Passo Dosegù e poco sotto la croce di vetta posta sulla cresta di Vallumbrina.
Col nome di ghiacciaio del Dosegù si intende la vedretta che scende dalla Punta San Matteo e dalla Cima Dosegù fino ai
piedi del Pizzo di Vallumbrina

Difficoltà: EE/A (il breve tratto su ghiacciaio)
Segnaletica: dal Rifugio Berni al primo bivio per il ghiacciaio della Sforzellina sentiero n° 551;
dal bivio per il ghiacciaio della Sforzellina al bivio per la Punta San Matteo sentiero n° 551;
dal bivio per la Punta San Matteo al bivacco Btg. Skiatori Monte Ortles sentiero n° 551;
dai pressi del Bivio per la Punta San Matteo al ghiacciaio del Dosegù sentiero n° 551
Ore: 6h (a/r) le ore non tengono conto del tempo impiegato per la visita delle postazioni presso la cresta di
Vallumbrina e delle soste in cima e sul ghiacciaio

Distanza: 11,9 km
Tipo di terreno: sentiero, prati, sfasciumi anche bagnati, roccia, neve, ghiaccio
Periodo: da fine giugno a fine settembre
Acqua lungo il percorso: l’acqua è disponibile nel Rio del Dosegù e nei numerosi ruscelletti che scendono dalla Sforzellina.
In quota, sotto al bivacco, si incontrano laghetti di fusione e neve

Attrezzatura richiesta: normale da escursionismo.
Ramponi, piccozza e bastoncini utili in caso di terreno innevato/ghiacciato lungo l’ultima parte del percorso per il
bivacco e indispensabili nel tratto fino al Ghiacciaio del Dosegù

Ritorno: il rientro dal Ghiacciaio del Dosegù avviene seguendo il percorso di salita attraverso la Valle Dosegù,
fino a tornare al Rifugio Berni al Gavia
Rifiuti: ecco cosa bisogna sapere prima di abbandonarli


Tecnicamente in breve

Dal Rifugio Berni 2.541 m., situato circa 2 km prima di giungere al Passo Gavia 2.618 m. (venendo da Santa Caterina
Valfurva, o 2 km dopo questa salendo da Ponte di Legno), si imbocca l’evidente traccia che scende per prati
(sentiero n° 551) e si dirige verso i baraccamenti della Prima Guerra Mondiale e l’ex Rifugio Gavia 2.541 m.)
Superati questi si arriva al bivio per il Ghiacciaio della Sforzellina dove si continua a sinistra sempre per il n° 551
(indicazioni per il Bivacco Btg. Monte Ortles).
Si segue il sentiero che si innalza dolcemente per prati e roccette, tocca un bel laghetto ed entra nella Valle Dosegù.
Da un pulpito roccioso si può già vedere il proseguo del percorso.
Si scende nella suddetta valle, si costeggia l’impetuoso Rio Dosegù e, poco sotto l’omonima cascata, si inizia a
guadagnare quota fino al pianoro glaciale posto sotto al bivacco.
In questo tratto il sentiero scompare e il pendio che si risale è bagnato da numerosi ruscelli; si sale senza via obbligata
puntando ad ovest.
Arrivati ad un bivio lungo la parte alta del torrente, si lascia a sinistra la deviazione per la Punta San Matteo 3.678 m. e
si prende a destra dove il sentiero torna identificabile.
Continuando lungo la traccia di arriva ad una conca con un grande lago di fusione (ex Vedretta di Vallumbrina, 2.882 m.)
e altri più piccoli.
Si attraversa subito il più grande di questi tenendosi a sinistra e, da qui in poi, si iniziano a seguire le paline
segnaletiche di legno poste ad intervalli più o meno regolari lungo le rocce.
Con tratti di facile e divertente arrampicata (I grado max.), si rimontano le prime bastionate rocciose fino a riprendere
il sentiero militare che più in alto, dopo qualche tornante, conduce al Bivacco Battaglione Skiatori Monte Ortles 3.122 m.
Risalendo ancora qualche metro di arriva alla croce posta sulla cresta di Vallumbrina 3.140 m.
Con condizioni favorevoli si può salire fin sul Pizzo di Vallumbrina 3.220 m.
La discesa avviene seguendo il percorso di salita.
Per salire sulle prime rampe del Ghiacciaio del Dosegù, prima di arrivare al bivio per la Punta San Matteo, si
prende a destra l’evidente intaglio che si sviluppa sotto il Pizzo di Vallumbrina, generalmente innevato.
Per guadi, rocce e numerosi saliscendi si arriva sotto l’ultimo pendio sfasciumato che conduce al ghiacciaio.
Risalito anche questo, si mette piede sul Ghiacciaio del Dosegù 2.999 m. che si può risalire per qualche metro con
molta cautela (da qui si passa per la Normale alla Punta San Matteo).


Il Passo Gavia nella Grande Guerra e il Monumento ai Caduti

Dopo la dichiarazione di guerra del Regno d’Italia all’Austria, l’Alta Valtellina non fu mai più come prima, venendo
coinvolta direttamente nei violenti combattimenti che occorsero tra i due schieramenti.
Una guerra di posizione con improvvise sortite offensive, soprattutto da parte degli Alpini, impegnati a conquistare o
riconquistare le cime più alte.
Il confine occidentale partiva dal Passo dello Stelvio e proseguiva per 50 km, toccando numerose vette sopra i 3000 metri,
verso il Passo del Gavia.
Questo Passo era allora un centro operativo degli italiani che rifornivano i soldati in prima linea impegnati a
combattere lungo le creste soprattutto intorno alla Punta San Matteo.
Si costruirono chilometri di trincee, baraccamenti, centri comando, alloggi per le truppe, camminamenti e strade militari
che salivano in quota lungo le quali, almeno fino ad un certo punto, potevano salire anche i muli.
A poca distanza dal Rifugio Berni, lungo la Statale, si trova il Monumento ai Caduti del Battaglione Monte Ortles,
costruito nel 1927 dai comuni di Bormio e Valfurva dietro la volontà del padre di Arnaldo Berni che più volte si recò in
queste zone alla ricerca delle spoglie del figlio, caduto tragicamente sulla Punta San Matteo.
Il monumento ha la forma di una piramide ed è sovrastato da una grande aquila in bronzo che spiega le sue ali al vento.
Agli angoli del basamento su cui poggia la piramide vi sono dei proiettili di calibro 210 mm posti in verticale, munizioni
che vennero impiegate qui durante il conflitto.
Ai lati sono stati posti quattro epitaffi.

passo gavia monumento ai caduti

Evitato il caos di Bormio, in questa meravigliosa giornata di sole, mi ritrovo a percorrere con l’auto la Valfurva con obiettivo
il Passo Gavia che raggiungo dopo una bella e lunga strada a tornanti, (meno bello e divertente sarebbe stato salire dalla
parte di Ponte di Legno).
Qui ho scoperto un’escursione con la “E” maiuscola, certamente la più interessante che si possa fare in questa zona.
Un giro che partendo già da una buona quota, tocca cime e ghiacciai di una bellezza stratosferica, dove durante il
Primo Conflitto Mondiale gli Alpini hanno duramente combattuto per difendere il territorio.
Ad essere interessata dagli eventi era in realtà tutta la zona del Passo Gavia, prova ne sono i resti di baraccamenti e
casermette accanto alla statale.
Il Passo Gavia vero e proprio si identifica con la quota 2.618 metri, là dove sorge anche il Rifugio Bonetta, accanto al
bellissimo lago Bianco.
Più comunemente si indica con tale terminologia tutta la vasta piana allungata che parte dal Rifugio Berni e arriva al Bonetta,
per una distanza di circa 2 km.
Proprio nel parcheggio del Rifugio Berni lascio l’auto e mi dirigo all’imbocco del sentiero n° 551 che parte sul lato
opposto della strada, non prima di aver fatto visita al Monumento ai Caduti del Battaglione Monte Ortles posto lì vicino.
Una piramide in pietra e cemento eretta in ricordo di chi su queste montagne perse la vita, e un momento di profonda
riflessione sul significato assurdo della parola guerra.
Quello che hanno dovuto affrontare dei semplici ragazzi impreparati a combattere, men che meno a quote superiori a
3.000 metri, ha dell’indescrivibile.
Accanto all’inizio del sentiero mi ferma una coppia chiedendomi informazioni riguardo la meraviglia visibile in lontananza.
Infatti già dalla strada, verso nord-est, si apre lo scenario magnifico al quale il Ghiacciaio del Dosegù fa da contorno,
trovandosi sotto cime quali la Punta San Matteo, il Dosegù, il Monte Mantello e, più spostato, il Pizzo Tresero, dalla
classica forma piramidale.
Vedendomi tutto equipaggiato e pronto alla partenza mi domandano dove fossi diretto e, dopo aver svelato loro la meta,
si mostrano preoccupati per me riguardo al mio viaggio in solitaria.
Scendo il sentiero verso la grande piana (si fa per dire, in realtà è un grande saliscendi) erbosa puntellata di eriofori
(
Eriophorum), puntando all’ex Rifugio Gavia, a qualche centinaia di metri dal punto in cui mi trovo.

Lascio sulla sinistra la deviazione per il Ponte delle Vacche e Santa Caterina e raggiungo la struttura.
Nonostante sia chiuso da tempo lo trovo ancora in buono stato di conservazione, sperando venga fatta una
periodica manutenzione.
Non possiamo permetterci di perdere un simile patrimonio storico e, di conseguenza, la memoria.
A sua volta questo rifugio era una caserma sede di comando delle truppe italiane, mentre i ruderi vicini erano due dei
tanti baraccamenti italiani.
Trovandomi più o meno al centro di questo pianoro, il panorama si è ampliato anche su altre cime spettacolari:
da qui si vede decisamente meglio il Tresero, il Corno dei Tre Signori, il Monte Gavia, il Confinale, la Punta della
Sforzellina e la Cima di Gavia.
E’ davvero una sensazione unica essere al cospetto di giganti simili.
Dopo una breve sosta mi rimetto in cammino seguendo il sentiero che, aggirando la Sforzellina, compie un grande
arco verso nord-est.
Il Rifugio Berni e la statale si fanno sempre più piccoli e lontani, la civiltà si allontana per lasciare il posto al silenzio.
Anzi, altro che silenzio.
Non appena superato un bel pulpito roccioso dove si trova anche un piccolo laghetto, vengo accolto dal fragore e dal
fracasso del Rio del Dosegù che scende impetuoso dal ghiacciaio che mi si palesa di fronte.
Ma che bellezza, come fare a descriverla?
Da questo pulpito ho sotto di me una valle lunare, quella del Dosegù, dove l’orizzonte è chiuso dalla meraviglia
descritta all’inizio.
La Cima di Vallumbrina è la prima che si incontra allungando lo sguardo verso la Punta San Matteo.
Il ghiacciaio ai suoi piedi, pur in forte ritiro come altri purtroppo, è immenso e ne scaturisce una possente cascata che
dà origine al torrente.
Pazzesco, chi l’avrebbe mai detto che a pochi metri da una strada abbastanza frequentata, ci fosse una valle nascosta,
isolata e tanto bella?
Osservando bene, da qui si vede anche buona parte del percorso che si va a “perdere” proprio sotto la cascata.
Stranamente non c’è nessuno; forse in pochi sono ancora a conoscenza di questo itinerario, o magari le difficoltà maggiori
di un semplice percorso escursionistico tengono un po’ lontana la gente.
In realtà non c’è nulla di complicato, come si vedrà, ma di certo non sono terreni per tutti.

Dopo l’estasi che dura svariati minuti mi decido a rimettermi in marcia.
Scendo un tratto un po’ ripido verso il centro della vallata e proseguo costeggiando il Rio Dosegù.
Distratto da tanta meraviglia devo stare attento a non inciampare.
Questa è montagna, altissima montagna!
Ogni tanto mi fermo ad ammirare il ghiacciaio che, nel punto di maggior spessore, giudico di un’altezza di 7-8 case
una sull’altra!
Via via che mi avvicino alla cascata, il terreno si fa più accidentato dovendo attraversare una zona di pietre e blocchi
enormi scesi dalla Sforzellina.
A ben vedere non solo pietre scendono da questa parete ma un’infinità di torrenti e torrentelli, tanto che perdo il conto. Quant’acqua!
Un torrente più grande forma un’altra cascata e io ci passo quasi sotto.
Qui ogni passo è un’emozione, ma non bisogna mai dimenticare che tanta bellezza e libertà la dobbiamo a dei
ragazzi come noi, che col loro sacrificio hanno permesso tutto questo.
E sembra davvero impossibile credere che da queste valli si siano potuti trasportare in quota materiali, artiglierie e
munizioni per una guerra.
Facciamo fatica a camminare noi oggi, figuriamoci ad affrontare una guerra con gli scarsissimi mezzi di allora.
Nei pressi della cascata vedo un ultimo segno bianco e rosso su un masso prima di perdere il sentiero.
Cioè, non è che lo perda io, è che si perde proprio.
Qui, se vogliamo, inizia la parte più ostica e quella ad orientamento (o ad interpretazione).
La cartina risulta ancora una volta fondamentale per capire la direzione nella quale muoversi.
Diversamente potremmo finire ovunque.
Essendo alla sinistra orografica e trovandomi davanti le rocce strapiombanti, dalle quali scende la cascata del Dosegù,
l’unica via possibile è sulla destra, risalendo un enorme morena di pietre.
Non essendoci il sentiero, cerco la via più facile e logica.
La pendenza è però sostenuta e muoversi su sfasciumi nel mezzo (letteralmente) di torrentelli, non è proprio la
cosa più immediata.
Scivolo un po’ e sprofondo leggermente, laddove il fondo è più molle ma pian piano, zigzagando, salgo.
A sorpresa, più in alto, ritrovo la traccia che taglia a mezza costa il fianco della morena e che sale alla sinistra
orografica alla cascata, a fianco di un altro torrente, quello che scende dalla Vedretta di Vallumbrina.
Per grossi blocchi, ghiaietto e sfasciumi raggiungo un bivio posto… in mezzo al torrente!
Un cartello di legno indica due direzioni: sinistra per la Punta San Matteo, destra per il Bivacco Battaglione
Skiatori Monte Ortles.

Al bivio incontro una mamma con sua figlia in procinto di raggiungere il bivacco per il quale mi chiedono informazioni.
Dispiego la cartina e mostro loro il percorso offrendomi di fargli compagnia e strada dato un sentiero non proprio turistico.
Nel mentre butto un occhio alla parte sommitale della Valle Dosegù che raggiunge per nevai e pietrai l’omonimo ghiacciaio.
Una meraviglia che mi propongo di percorrere al ritorno.
Tra l’altro da qui appare il gigante Tresero come non l’avevo mai visto, con la sua lunga cresta che digrada verso
valle dove si trova anche il Bivacco Seveso, un puntino rosso aggrappato alle rocce.
Anche il tratto che dal bivio porta verso la Vedretta di Vallumbrina non è il massimo della comodità ma questo è il suo bello. D’altronde questa è l’alta montagna fatta di rocce, ghiaioni e parete severe.
La traccia va e viene (più la prima), di conseguenza saliamo un’altra grande morena pietrosa seguendo il
percorso più logico.
Dopo aver superato qualche metro a mezzacosta un po’ scivoloso ed esposto, ci ritroviamo in una bella conca con due
immensi laghetti di fusione ancora parzialmente ghiacciati.
Questi una volta erano un unico grande ghiacciaio, la Vedretta di Vallumbrina appunto, ma oggi con il surriscaldamento
del pianeta si sta sciogliendo tutto.
Presto non avremo più ghiacciai sulle Alpi, e di conseguenza acqua da bere, e tutto questo per lo sfruttamento
incessante delle risorse da parte dell’uomo.
I colori dell’acqua sono stupendi così come le rocce che vi si riflettono all’interno dei laghi.
Alzando gli occhi verso ovest vediamo il Bivacco Ortles ancora molto in alto, da qui la decisione di mamma e figlia
di fermarsi.
Salutandole e ringraziandole mi incammino da solo per un percorso un po’ da inventare.
Giro sulla sponda destra di un laghetto prima di capire che a meno di non mettere in acqua un Kayak (che al momento
nella tasca dello zaino non ho) non c’è modo di passare.
Torno indietro e attraverso subito i laghetti che si formano in prossimità della piccola cascata, dove alcuni grandi
blocchi consentono di passare.

Sopra un ennesimo salto morenico vedo una palina di legno e so che sicuramente dovrò raggiungerla.
Attraverso lunghi nevai e salgo per qualche roccetta prima di giungere nel punto prefissato, la mia palina.
Molto più distante ne vedo un’altra e poi un’altra ancora così che, tra roccette e divertente arrampicata non mi accorgo
nemmeno di salire sempre più in alto.
Questo tratto è veramente sensazionale da affrontare per chi ama alla follia la montagna e questo tipo di terreni.
Il bivacco è ancora più in alto ma, essendo troppo sulla verticale, non lo vedo più.
In compenso ricompare il sentiero, che altro non è che l’ex sentiero militare usato dai soldati per il trasporto di viveri e
mezzi ai baraccamenti in cresta.
Ai lati della traccia spuntano dalle rocce e dallo scioglimento dei nevai numerosissime assi di legno (resti di baracche),
e mucchi enormi di filo spinato arrotolato.
Più in alto un lungo muretto a secco in pietre segna il punto dove sorgeva un grande ricovero dei soldati.
Ancora qualche metro e ci sono, eccomi finalmente al Bivacco Battaglione Skiatori Monte Ortles, un ricovero in legno
della guerra ora adibito a rifugio di escursionisti e alpinisti.
La struttura si trova in una specie di villaggio alpino, in quanto tutto intorno muretti e basamenti servivano a sorreggere
le baracche militari degli Alpini.
Accanto al bivacco un piccolo tavolino di legno del tempo, rappresenta un cimelio di questo grandissimo museo all’aperto.
Oltre ai ruderi di vecchi ricoveri ci sono ovunque postazioni di osservazione (alcune integre) e di fucileria.
Ma i miei occhi vengono attratti da una cima appuntita costituita di roccia e sfasciumi sopra il vicino Passo Dosegù.
Un rilievo sul quale, sfidando tutte le leggi della fisica, si inerpica un sentiero militare che porta a dei ruderi di ricoveri
con i muri perimetrali ancora in piedi.
Lungo il sentiero, resti di legname dappertutto.
Pazzesco, oggi costruiamo case di burro in pianura, e qui gli Alpini hanno compiuto simili prodigi.
Devo ammettere che non saprei nemmeno come arrischiarmi lassù con l’attrezzatura moderna di oggi, non oso
immaginarmi qui più di un secolo fa.
E come sia stato possibile erigere quelle strutture sospese quasi nell’aria.
Ma tutte queste cime sono costellate di fortificazioni con muretti in pietra, trincee, ricoveri, osservatori e non so quanti
chilometri di filo spinato.
Si vede proprio il lungo filo spinato collegare tutti i rilievi di questa immensa cresta che va dal Pizzo di Vallumbrina alla
Cima della Sforzellina.

Lo stesso valico accanto a me, il passaggio che consente la discesa verso la Val Umbrinas era sbarrato dai reticolati,
ora accatastati in enormi gruppi sul terreno.
La cresta opposta al bivacco invece si impenna per rocce un po’ instabili e conduce alla Cima di Vallumbrina dove sorge
un altro villaggio militare del quale si vedono i vari edifici e postazioni.
A causa del pendio in parte innevato e di rocce che mi sembra si tengano l’un all’altra con la colla, preferisco fermarmi qua
e non salire fin sulla cima.
E’ tuttavia un percorso fattibile con un po’ di esperienza e passo sicuro, ma oggi ritengo più prudente non affrontare.
Affronto però la breve e facile salita (pochi metri di dislivello), alla croce posta sopra al bivacco dove si trova, oltre a
questa, una campanella, un quadro raffigurante una madonna a mosaico e un tavolo con funzioni di altare.
In vetta e al bivacco trovo qualche persona, magicamente apparsa dal nulla.
Sul cucuzzolo di questa montagna lascio a voi immaginare di quale vista si goda.
A sud tutta la conca di Vallumbrina con il suo magnifico lago azzurro, che più azzurro non si può.
Sullo sfondo la catena di monti che culmina con la Punta di Ercavallo e che, verso ovest, si innalza nell’imponente vetta
del Corno dei Tre Signori, davvero impressionante da qui.
E che dire dei monti ancora alle spalle?
Adamello e Presanella non è mica robetta da niente!
A nord, oltre il Pizzo di Vallumbrina la cresta prosegue verso il Monte Mantello per poi terminare nella San Matteo,
molto più distante.
Insomma lo spettacolo dell’alta quota è assicurato.

Dopo un bel pieno di aria buona e di queste viste mozzafiato, scendo nuovamente al bivacco.
Come detto, la struttura è stata ottenuta riqualificando una vecchia baracca militare della Grande Guerra.
Piccolino e caratteristico all’interno, dispone di sei posti letto con coperte e materassi, una stufa con accanto della legna,
stoviglie e un tavolino con alcune panche.
Il bagno? Esterno, con una cabina che dà… nel vuoto.
Bellissimo il libro dei visitatori, molto vecchio e “usurato”.
Chissà quante storie e pensieri che meriterebbero di essere letti.
In ogni caso pongo anch’io il segno del mio passaggio.
In un posto così bisogna ritornarci, anche perché vorrei proprio capire se sia possibile procedere sui rilievi adiacenti,
per visitare altri resti della guerra che come baluardi, ancora oggi, resistono alle intemperie e al clima polare di
queste altezze.
Di primo pomeriggio inizio lentamente la discesa verso valle, ripercorrendo il camminamento militare che passa a fianco
ai resti di un grande ricovero, ora nettamente più distinguibile in quanto a forma.
Quando più in basso il sentiero si perde un po’, tra rocce e nevai, seguo una via nuova rispetto all’andata,
attraversando molti più nevai.
Credo sia impossibile rimettere i piedi dove si siano messi salendo, molto più semplice scendere diretti secondo
la via più logica.
Giunto nuovamente ai laghetti di fusione, mi abbasso ancora fermandomi però molto prima del bivio segnalato dal
cartello in legno.
Imbocco sulla destra la via verso il Ghiacciaio del Dosegù che brilla più avanti con la sua immensa lingua che si
abbassa sulle morene.
Una volta questo grande ghiacciaio scendeva fino alla cascata ma ora, ritirandosi, bisogna rincorrerlo più in alto.
In questa direzione non ci sono sentieri.
Attraverso all’inizio vaste pietraie e guado in un punto un ramo del Rio Dosegù, portandomi in una lingua di terra in
mezzo a due torrenti.
Più avanti salgo ancora verso destra e mi fermo ad agganciare i ramponi.

Da qui in poi infatti una lunga lingua di neve ghiacciata sale fino al ghiacciaio per cui meglio non rischiare scivolate.
Lentamente, come una formichina tra colossi, avanzo sulla neve trasportato in un altro mondo.
Dove sono?
Ad un certo punto sento la sua voce, sento il suo respiro.
E’ vivo, il ghiacciaio è vivo, respira.
Il suo è un invito ad accogliermi sulla sua schiena e io lo accolgo lasciandomi trasportare.
Sono avvolto da incredibili emozioni, sono incollato al terreno con lo sguardo perso sulle montagne.
Procedo lentamente salendo ancora un po’ prima di fermarmi.
Al di sopra di questa lingua glaciale, enormi seracchi incombono quasi sopra la mia testa.
All’inizio non mi sbagliavo sullo spessore, davvero notevole.
Sarei tentato di salire nella parte superiore verso la Punta San Matteo, ma sono da solo e senza corda, con un’infinità di
crepacci a poca distanza.
Questa parte di ghiaccio su cui poggiano i miei piedi è un po’ sporca, nera e ricoperta da pietrame.
Ma a ben vedere non c’è solo pietrame ma anche un’infinità di legno.
Sono anche qui i resti di baraccamenti della Grande Guerra.
Ci sono assi ovunque, pazzesco.
Solo al mio ritorno leggerò che più o meno in questo punto, il ghiacciaio sciogliendosi ha ridato alla luce un proiettile di
medio calibro del conflitto.
Più in alto, proprio sulla San Matteo, uno dei più feroci scontri e una delle imprese più ardite degli Alpini.

La battaglia del San Matteo
Sulla punta San Matteo, a 3.678 m. di quota, nell’estate del 1918 si svolse lo scontro più ad alta quota della storia intera,
almeno fino alla fine del 1900.
Perché la guerra si portò così in alto?
Perché da qui passava il confine e, per entrambi gli schieramenti, era di fondamentale importanza la conquista di una
posizione sopraelevata con la quale controllare il territorio che si estendeva alle valli sottostanti.
Ecco allora che sui gruppi dell’Ortles-Cevedale e dell’Adamello si verificarono gli scontri più duri tra Regno d’Italia e
l’Impero austroungarico.
Se la vita e i combattimenti erano impossibili a quote prossime ai 3.000 metri, figuriamoci intorno ai 4.000, regno di
ghiacci perenni e freddo polare.
Non semplici soldati operavano in alta montagna, ma reparti scelti di guide alpine e sciatori, alpinisti, uomini temerari e
coraggiosi che si ingegnarono in ogni modo possibile a superare le difficoltà di questi ambienti.
Nel luglio del 1916 gli austriaci avevano occupato la Punta San Matteo e le cime dei monti Mantello, Giumella e Cadini,
trasportandovi artiglierie che permettevano loro un tiro sulle postazioni italiane della Punta Pedranzini, Vallumbrina,
Tresero e la zona del Passo Gavia.
Tra il 12 e il 13 agosto del 1918, un gruppo di Alpini della 307° Compagnia del Battaglione Ortles, guidato dal
Capitano Arnaldo Berni, si lanciò alla conquista della Punta San Matteo e del Monte Mantello con un attacco fulmineo che
colse il nemico di sorpresa.
Questa azione suscitò molto clamore tra gli austriaci e nel Sud Tirolo; in questo attacco, condotto alla perfezione con
spirito di sacrificio e abnegazione degli uomini, si distinse proprio il Capitano Berni.
Gli italiani fecero prigionieri un gruppo di austriaci mentre altri riuscirono a portarsi verso valle.
Dopo l’occupazione i soldati del Regio Esercito si attrezzarono per fortificare la zona e installare a sua volta pezzi di artiglieria,
ma il tempo a loro disposizione non bastò.
Gli austriaci infatti non potevano perdere un punto di controllo così importate e incassare questo scacco senza reagire.
Il 3 settembre il tuono degli obici imperiali squarciò il silenzio sulla cima che venne martoriata.
14 soldati italiani rimasero sepolti all’interno di un ricovero, e solo grazie alla prontezza del Capitano Berni e di alcuni dei
suoi uomini se ne poterono salvare una decina.
Lo stesso Berni informò il Comando della gravità della situazione chiedendo urgentemente rinforzi.
Presidi e ricoveri erano stati distrutti, e gli uomini erano in balia delle bombe che cadevano sulle proprie teste.
Per meglio opporre resistenza al nemico, Berni e i suoi decisero di riparare più sotto lungo una trincea, ma la galleria di
ghiaccio che conduceva ad essa fu colpita proprio in quel momento, seppellendo il Capitano che precipitò tra i ghiacci.
Dopo un intenso e prolungato bombardamento durato 3 lunghe ore, dove vennero impiegati anche gas asfissianti, scattò
l’assalto dei  Kaiserschützen alle due cime, San Matteo e Monte Mantello, che riportò gli imperiali in vetta.
Gli italiani tirarono a loro volta con l’artiglieria colpendo non solamente il nemico ma anche i propri prigionieri.
La punta San Matteo, dopo la pioggia di bombe, era più bassa di 6 metri!
Durante gli scontri persero la vita 10 italiani e 17 Kaiserschützen.
Il corpo del Capitano Arnaldo Berni non fu più ritrovato e ancora oggi giace in qualche crepaccio del ghiacciaio.
In questa guerra prossima alla fine, a queste quote, gli austriaci risultarono vittoriosi per l’ultima volta.
Con l’armistizio del 3 novembre 1918 il Battaglione Saluzzo riprese possesso della cima.
Nell’anno 2004 a 3.640 metri di quota vennero ritrovati i corpi perfettamente conservati di tre Kaiserschützen, uno
accanto all’altro, ancora con indosso le uniformi, i cinturoni e le borracce.

Monte Mantello

la Punta San Matteo, al centro, e il Monte Mantello, a destra

La croce del Pizzo Tresero splende al sole, è quasi a portata di mano, posso quasi toccarla.
Eppure è molto distante da dove mi trovo ma è così bella!
Poco più sotto ecco che riappare il minuscolo Bivacco Seveso lungo la cresta considerata “la normale” di salita.
Sarà, ma da qui incute un certo timore; sembra la lama di un rasoio.
Li raggiungerò mai un giorno?
Ma basta divagare, qui sono quasi le 17:00 e se non mi affretto mi toccherà scendere col buio.
A malincuore mi riavvio verso valle con il Monte Gavia che fa da sfondo alla mia discesa.
Più a sinistra, la Sforzellina e il sovrastante Corno dei Tre Signori.
Mamma mia che roba!
Tra pietre, guadi, neve e rocce torno al bivio nel torrente per poi fiondarmi giù dalla morena inzuppata.
La discesa, stranamente, la trovo più facile, ma è solo dovuto al fatto che dall’alto si ha una vista migliore sul
percorso da seguire.
Nel tardo pomeriggio faccio rientro al Rifugio Berni al Gavia dopo aver trascorso una delle giornate più belle della vita. Un’escursione della memoria da fare anche 100 volte, per ricordare, mai dimenticare e onorare i caduti della guerra.
E certamente, anche per vivere l’alta montagna e questi ambienti meravigliosi assolutamente da preservare.

Note: escursione della memoria in scenari mozzafiato di altissima montagna; un giro forse ancora poco
conosciuto che regala emozioni infinite.
Si toccano tutti i luoghi occupati dai soldati nella Grande Guerra, vette e ghiacciai spettacolari.
L’itinerario è riservato ai più allenati, abituati a “masticare” questi terreni di alta quota.
Difficoltosa (e un po’ interpretativa) la risalita dalla Valle Dosegù fino al pianoro glaciale sotto al bivacco, su terreno
bagnato, sfasciumato e molto scivoloso.
Dal pianoro al bivacco il sentiero è una mezza arrampicata sulle rocce (I grado max.), che avviene seguendo le paline di
legno e, a tratti, il sentiero militare.
L’avvicinamento e l’eventuale progressione sul ghiacciaio richiedono attrezzatura adatta allo scopo, la capacità di
muoversi su ghiaccio evitando i pericoli.

Relazione e fotografie di: Daniele Repossi