Cima Larici 2.033 m. e Cima Portule 2.310 m. (Italia – Altopiano di Asiago)
con deviazione alla prima bocchetta del Monte Meatta (1.965 m.), percorrendo sul filo di cresta un sentiero unico
che non annoia mai

cima larici

Località di partenza: Rifugio Larici, Val d’Assa, Altopiano di Asiago
Quota di partenza: 1.658 m.
Quota di arrivo: 2.310 m. (quota max. Cima Portule)
Dislivello: 879 m. (dislivello totale positivo)
Posizione: Cima Larici si trova poco sopra il Rifugio Larici, sulla cresta nord dell’Altopiano di Asiago, a picco sulla Valsugana
Cima Portule è posta lungo la dorsale del Filon che si stacca verso sud dal Monte Kempel e dall’estremità nord dello
strapiombo verso la Valsugana

Difficoltà: E / EE la cresta da Porta Renzola al Monte Kempel e un tratto esposto tra Cima Larici e Porta Renzola
Segnaletica: 
dal Rifugio Larici a Bocchetta Larici n° 825
da Bocchetta Larici a Porta Renzola n° 209
da Porta Renzola al Monte Kempel-Cima Portule n° 826
dal Monte Kempel a Bocchetta Portule n° 826
da Bocchetta Portule a Malga Larici-rifugio Larici n° 826
Ore: 6h 30’ (anello completo) con la salita da Bocchetta Portule alla prima bocchetta del Monte Meatta
La visita alle varie postazioni viene esclusa da questo conteggio

Distanza: 16 km
Tipo di terreno: sentiero, prati, roccette, strada sterrata, asfalto
Periodo: dal mese di aprile al mese di novembre (previa verifica delle condizioni di innevamento)
Acqua lungo il percorso: al Rifugio Larici (partenza) e a Malga Larici (poco prima del rientro al rifugio)
Assente durante la parte centrale dell’itinerario

Attrezzatura richiesta: classica da trekking
Ritorno: da Cima Portule fino a Bocchetta Portule e quindi in discesa lungo la strada militare Erzherzog Eugen Strasse fino
al Bivio di Malga Larici
Da qui si scende sulla statale della Val d’Assa e la si risale per due curve fino a tornare al Rifugio Larici

Tecnicamente in breve
Dal Rifugio Larici 1.658 m. saliamo il pendio erboso sulla sinistra (sentiero n° 825), attraversiamo un rado bosco di
abeti e larici e raggiungiamo la Bocchetta Larici 1.876 m.
Da qui prendiamo a destra il sentiero n° 209 per la Cima Larici 2.033 m. che all’ombra del bosco ci porta in vetta
(tratto facilissimo ma spesso bagnato e un po’ scivoloso).
Dalla cima insistiamo verso est lungo la lunga cresta un po’ esposta, oltrepassiamo le due cime del Monte Erba 2.027 m.
e 2.031 m. fino ad arrivare a Porta Renzola 1.949 m. dove si trovano i resti di una teleferica austriaca (sentiero n° 209).
Da qui riprendiamo a salire il lungo costone a tratti roccioso fino ad un bivio dove lasciamo a sinistra la deviazione per
Cima XII e proseguiamo a destra (sentiero n° 826) fino ad uscire sulla cima di Monte Kempel 2.295 m. dove ci attende un immenso panorama.
Prendiamo quindi la lunga dorsale verso sud (il Filon) fino a raggiungerne il punto più elevato con la croce di Cima Portule
2.310 m.
Da qui in poi il sentiero sarà sempre il n° 826.
Sempre lungo la dorsale e verso sud percorriamo un altro lungo tratto di cresta (attenzione all’esposizione), con postazioni
militari e ricoveri in caverna 2.269 m. per poi scendere lentamente tra i mughi, e raggiungere Bocchetta Portule 1.937 m. 
dove si trovano la postazione in caverna con cisterne d’acqua, la strada militare e i ruderi di ricoveri per truppa.
Da questo punto possiamo anche salire per un breve tratto lungo la strada militare che sale a sud fino alla prima
bocchetta del Monte Meatta 1.965 m. dove il panorama è davvero unico (resti di un’altra cisterna).
Torniamo quindi a Bocchetta Portule e scendiamo in direzione della Val d’Assa abbassandoci per la rotabile fino al
Bivio di Malga Larici 1.611 mt. (attenzione alla presenza di eventuali cani anti-lupo, restare sulla sterrata).
Da qui scendiamo ancora per un breve tratto fino ad uscire sulla strada asfaltata che sale al Rifugio Larici, che
raggiungiamo dopo un paio di tornanti e risalendo il breve pendio erboso sotto alla struttura.

L’Altopiano di Asiago possiede percorsi escursionistici che sono autentiche perle, la maggior parte dei quali supera in
bellezza, se possibile, anche le vie più rinomate presenti in Dolomiti.
Ad accomunare le alte montagne poste più a nord e questi posti però è la storia.
Anche questa zona è purtroppo stata interessata dai violenti scontri tra il Regno d’Italia e l’Impero austroungarico durante
la Grande Guerra e le testimonianze si trovano ovunque.
Il mio obiettivo è ripercorrere questi itinerari di assoluta rilevanza storica e paesaggistica, per non dimenticare e per
ricordare coloro che si sono sacrificati per la Patria.
Tutta la cresta nord dell’Altopiano che strapiomba sulla Valsugana fu teatro di scontri tra i due eserciti; in questa escursione percorrerò una tratta di quella cresta fino a salire alla contesa Cima Portule.
Anziché salire da Malga Larici, da dove partono tutti, decido di “costruirmi” io un anello toccando tutti i luoghi più
significativi.
Un anello un po’ più lungo di quello classico ma che ben vale quei 3 km di marcia aggiuntivi.
Le foto parlano da sole riguardo la bellezza dei posti e dei paesaggi, con spazi davvero sconfinati ricchi di ambienti tutti
diversi tra loro.
Ben più difficile è immaginare anche solo per un momento come sia stata dura affrontare una guerra su queste cime,
a resistere alle rigide temperature invernali, agli assalti continui, alle notti insonni, ai tiri dell’artiglieria nemica e agli sforzi
fisici nel trasportare in quota apparati bellici, nel costruire ricoveri, cisterne e teleferiche.
E questa era solo una minima parte di ciò che i soldati hanno dovuto affrontare.

Il punto di partenza è costituito dal Rifugio Larici, che raggiungo lasciando dopo qualche chilometro da Camporovere
(Asiago) la Strada Provinciale 349 della Val d’Assa, ad un incrocio sulla destra dove sono presenti evidenti indicazioni
(riportanti anche il Rifugio Val Formica).
La strada asfaltata a tornanti, sempre larga, si è lasciata percorrere senza difficoltà.
Alla mattina, verso le 9:00 nel piazzale del rifugio ci sono pochissime auto e anche il terrazzino con tavoli e ombrelloni
è ancora deserto.
Mi trovo già abbastanza in quota rispetto al fondo della Val d’Assa e a quasi 1700 metri il paesaggio sui boschi e sugli
ampi pascoli verdi punteggiati da malghe appare incantevole.
Altri puntini più piccoli, neri, marroni e bianchi, colorano in modo bizzarro questi prati, come una tovaglia.
Sono le mucche, impegnate in un’intensa opera di sfalcio già di primo mattino.
Il tipico quadretto di montagna stampato un po’ ovunque ma dal quale non ci si vorrebbe mai staccare.
Se non fosse per gli escavatori.
Già, perché nei pressi del Rifugio Val Formica qualcuno sta ben pensando di sbancare una larga fetta di pendio
probabilmente per ricavarci qualche piccola pista da sci.
E così in quel luogo addio prati e mucche.
L’uomo, sempre lui.
Infilato lo zaino sulle spalle mi dirigo verso una palina segnaletica riportante l’indicazione per Bocchetta Larici.
Non è possibile mancarla, si trova subito a sinistra del rifugio ai piedi di un pendio erboso solcato dal sentiero di salita.
Anche qui le mucche stanno già divorando quintali d’erba e al mio passaggio qualcuna alza la testa per vedere chi si
sia autoinvitato nel loro territorio senza permesso.
Questo primo tratto rompe un po’ il fiato.
Ripido ma non difficile, conduce ai margini di un bosco più o meno rado di larici e abeti.
Tiro un secondo il fiato anche per la vista stupenda sull’antistante Monte Verena che precipita sulla Val d’Assa. 

Da qui in poi la pendenza si addolcisce molto, tanto che nel bel boschetto ci sono tratti quasi in piano.
E’ bellissimo camminare in mezzo alle piante in una giornata così soleggiata.
Sento il profumo dell’erba e dei pini che mi fa stare bene.
Questa mattina sembra non esserci nessuno sul sentiero e mi trovo solo in questi boschi che amplificano la sensazione
di isolamento.
Arrivo in una specie di conca dove una leggera salita mi separa dal primo traguardo della giornata, la Bocchetta Larici.
Nemmeno mi accorgo di fare un ultimo passo e arrivare al termine di questa salitella che la palina segnaletica riportante
il luogo mi si stampa quasi in faccia.
E meno male che tiro il freno a mano.
A distanza di due passi c’è l’abisso, il vuoto totale.
Sono arrivato all’estremità della propaggine nord dell’Altopiano di Asiago ed esattamente sotto di me, mille metri almeno
più in basso, si trova la Valsugana.
Un’immensa lingua quasi pianeggiante che da Pergine prosegue in direzione di Primolano.
Una favola, uno spettacolo impressionante che mi coglie all’improvviso, lasciandomi con la bocca aperta per minuti.
Un panorama pazzesco e immenso e una sensazione di vuoto incredibile.
Si vede tutto, ma proprio tutto.
Dai laghi di Levico e Caldonazzo ai primi paesi che sorgono nella valle, verso sinistra.
In basso si nota benissimo anche la piccola Valle di Sella che si trova poco più in alto della Valsugana, chiusa a nord
da piccoli rilievi quali il Colle di Stanga e l’Armentera.
E sul lato destro?
Non mi è ancora possibile osservare la prosecuzione della grande vallata in quanto le imponenti rocce verticali di
Cima Larici chiudono la visuale.
Non mi resta che proseguire.

Imbocco quindi il sentiero per la cima, entrando in un altro bel bosco misto col sentiero che serpeggia tra
radici e aghi di pino.
Presto il bosco si dirada fino a scomparire per lasciare il posto ai mughi di cui è pieno un po’ tutto l’Altopiano.
Anche il sentiero cambia e il fondo diventa ghiaioso con qualche grosso masso fisso.
Qualcosa non va, mi accorgo subito.
La salita è davvero banale e il sentiero è bellissimo ma io, pur con gli scarponi da montagna, continuo a scivolare
ad ogni passo.
Strano, mai capitato su sentieri così.
Devo fare attenzione nei tratti più ripidi, basta poco per procurarsi una storta e dire addio all’escursione.
Capisco l’inghippo.
Il sentiero, così come l’erba e le radici, sono completamente zuppi e danno inizio al tratto “saponetta”.
E non piove da almeno due settimane, nemmeno di notte.
Probabilmente, durante le notti, la rugiada e l’umidità hanno bagnato tutto.
Solo in questo pezzo però, che rimane totalmente in ombra.
Il percorso fino a Bocchetta Larici, al sole, non ha presentato inconvenienti.
Ci metto quindi più del previsto per salire, ad ogni passo è un esercizio di equilibrio e questa tratta in ombra non è
nemmeno così breve.
Finalmente di nuovo al sole, esco nei pressi dell’anticima dalla quale mi bastano pochi metri per raggiungere il
panettone erboso di vetta.
Cima Larici, secondo traguardo di giornata.
Beh, se dalla bocchetta la vista era magnifica, qui non ci sono davvero parole.
Come per incanto tutto si apre verso un mondo meraviglioso.
Verso la Valsugana ma anche oltre, dove svettano la Panarotta e, più alle spalle, la catena del Lagorai.
Sembra davvero di volare a guardare in basso, notando come siano piccoli i paesi di Borgo Valsugana e Telve, poco dietro.
La vista è così nitida che distinguo perfettamente anche Castel Telvana posto su un dosso erboso sopra le case di
Borgo Valsugana.
Alla mia sinistra il su e giù della cresta continua verso il Mandriolo e Cima Vezzena, mentre a destra, in direzione
Cima Portule, tutta la cresta che andrò a breve a percorrere.
Verso sud vasti pascoli si alternano a boschi su un’ampia porzione dell’Altopiano delimitato in lontananza dalla severa
mole del Monte Verena.
Per il resto questo piccolo panettone sommitale, indicato a chiare lettere a Bocchetta Larici, qui risulta anonimo senza
neppure uno straccio di cartello indicante la cima.

Gli ultimi alberi del bosco si sono fermati poco più in basso, questo è il regno dell’erba e del mugo.
A est vedo già tutto il percorso sul filo del rasoio fino a Cima Portule, che ora è avvolta da soffici nubi un po’ scure.
Starei quassù per ore a contemplare tutto questo spettacolo: da solo e in silenzio mi sento arrivato nella mia vera casa.
E di certo questa potrebbe essere tranquillamente una meta escursionistica da fare dal rifugio, con poco cammino e
poca fatica.
Un bello spuntino, foto a raffica riscaldati dal sole e cullati dalla brezza.
Ma voglio muovermi, passare ancora per qualche cima e salire più in alto, lungo percorsi che hanno affrontato anche i
soldati dei due eserciti durante la guerra.
Da Cima Larici mi fiondo in discesa lungo il sentiero in direzione del Portule che già mi osserva con la sua lunga
dorsale, il Filon, che scende verso sud.
Tra erba e qualche mugo raggiungo una piccola bocchetta dalla quale inizio nuovamente a risalire la cresta del Monte Erba, costituito da due piccole cime erbose.
Nei tratti dove il sentiero è riscaldato dal sole non scivolo, ma non appena torna qualche tratto in ombra è sempre una
gara di equilibrio.
Questa cresta, che in men che non si dica mi conduce sul Monte Erba, è davvero facile ma molto esposta in qualche
punto, per cui procedo con cautela.
Giù c’è sempre un abisso di più di mille metri.
Alla mia destra si apre anche una bellissima vista sulla boscosa e selvaggia Val d’Assa.
Molto in lontananza l’Altopiano di Asiago.
Il Monte Erba ha di nome solo il prato che sto attraversando sul quale trovo dei bellissimi fiori lilla in grappoli che non
riesco a identificare.
Tutto questo si contrappone a quello che ho chiamato “il cimitero degli alberi”.
Un intero pendio scende verso la Val d’Assa ed è popolato da tronchi morti di un colore bianco latte.
Il sentiero si fa largo tra rami e tronchi e prosegue per la bocchetta di Porta Renzola.
Vengo a scoprire in seguito che qui tra il 28 e 29 dicembre 2015, un vasto incendio ha mandato in fumo circa 100 ettari
di vegetazione.
Un incendio probabilmente doloso, data la quota, il freddo e la stagione.
Una desolazione vedere questi alberi in questo stato, la maggior parte coi rami nudi rivolti al cielo che sembrano
implorare pietà.
Quello che all’inizio mi sembrava solo un pendio in realtà sono più pendii.
L’area è davvero vasta e fino a Porta Renzola non è rimasto in piedi un solo albero.
Dal sentiero il contrasto è forte.
Verso il versante, qui più dolce, che scende in Valsugana è presente una ricca vegetazione aggrappata alla montagna,
mentre verso la Val d’Assa di verde è rimasta solo l’erba, nel frattempo ricresciuta ai piedi di questi rami bruciati. 

Continuo lungo la cresta che per qualche tratto si porta lungo il versante nord.
Il verde torna a circondarmi ma non sono alberi, non c’è bosco.
E’ il mitico mugo, sparso ovunque che copre anche lo strapiombo alla mia sinistra e per questo lo ringrazio!
Qualche metro molto esposto mi rallenta un po’.
Ma è bellissimo camminare su un percorso del genere.
Me ne sono accorto vedendone tutto lo sviluppo da Cima Larici, quando ho subito pensato di essere su uno dei più begli
itinerari escursionistici dell’Altopiano.
Sempre sul filo e circondato da una vista a 360 gradi.
La quota non è elevatissima, ma quali altri posti hanno delle bellezze così immense?
Anche se da sempre soffro un po’ di equilibrio (dipende, alcune volte il vuoto mi impressiona, altre no) su questi percorsi,
continuo a desiderare che questo non finisca mai.
E’ un camminare diverso rispetto ad altri luoghi, una sensazione che sto provando solo qui.
Capisco che la cosa sia soggettiva, a me fa questo effetto.
A proposito di difficoltà ed equilibrio, la vista del sentiero che sale al Portule non mi rincuora affatto, anzi mi fa esitare.
Più volte mi fermo ad osservarlo, a studiare la montagna e i vari passaggi.
Perché?
Per decidere se è alla mia portata.
Non tanto per la difficoltà tecnica di qualche passaggio (al massimo c’è n’è uno di I° grado), ma per l’esposizione e per la
paura di rimanere bloccato in un punto con sotto il vuoto.
Da qui il crestone mi impressiona.
E devo dire che in questi momenti la mia testa elabora un’idea di accorciare il percorso e scendere per il
sentiero da Porta Renzola.
Dopo un altro paio di su e giù arrivo a Porta Renzola e qui devo prendere una decisione ma, ora che sono ai piedi della
salita, osservandola più da vicino, mi tranquillizzo.
Non sembra affatto esposta, anzi.
Ok, salgo.
Prima però mi concedo qualche minuto per farmi rapire ancora dal panorama.
In basso verso sud mi appare buona parte della via di ritorno, ovvero la lunga strada sterrata che scende da
Bocchetta Portule.
“Ecco, poi tornerò per quella via”, mi dico.
A Porta Renzola mi siedo un istante sul grande basamento ancora presente che risale alla Grande Guerra.
In questo punto arrivava infatti una teleferica che riforniva i ricoveri austriaci posti poco sotto Cima Portule.

Riparto salendo i primi metri del sentiero verso il Portule.
Abbastanza ripido nel primo tratto ma completamente asciutto e al sole non scivolo più.
Passo dopo passo, salendo sempre di più mi rendo conto della straordinarietà di questa traccia che stavo per perdermi!
Sempre al sicuro sul largo sentiero e, contrariamente a quanto immaginassi, mai in esposizione (più esposto è il tratto
Cima Larici-Porta Renzola), mi sento tuttavia come se percorressi un arcobaleno verso la sua sommità, nel cielo.
Sto volando, non camminando e il panorama tutto intorno a me è semplicemente mostruoso.
Purtroppo nella prima parte continuo ad attraversare quei poveri alberi arsi dall’incendio che donano all’ambiente
aspetti un po’ spettrali.
Ma la salita è meravigliosa e facile.
Ad ogni passo devo fermarmi per nutrirmi della bellezza del panorama.
Ecco rispuntare laggiù i laghi di Levico e Caldonazzo con il gruppo della Marzola alle loro spalle.
Ecco Levico, Selva di Levico, Campiello, Novaledo e via via tutti i paesi della Valsugana.
A circa metà salita incontro un bivio nel quale prendo a destra, ignorando a sinistra la deviazione per Cima XII.
Non faccio in tempo a scorgere lassù la mia meta che subito dietro si mostrano altre due cime, e che cime!
Sono il Trentin e la famosissima Cima XII, la vetta più elevata dell’intero Altopiano.
La loro forma piramidale e le loro rocce sono inconfondibili.
Serpeggio un po’ tra radi cespugli di mughetti fino ad incontrare le prime roccette.
Se possibile questa parte è ancora più bella della precedente.
Passo accanto ad un piccolo ometto sulla sinistra, a guardia delle valli sottostanti e proseguo la salita.
Impossibile non riconoscere queste rocce sulle quali è facile salire.
Dolomia, alternati a strati di calcare.
Solo poco prima di arrivare in cima è richiesto qualche passo più lungo su questi gradoni (I° grado max), che non
pongono mai alcuna difficoltà.
Pochi passi ancora e…sorpresa!
Non sono sulla Cima Portule ma bensì sul Monte Kempel dove vi sono paline segnaletiche.
In realtà Kempel significa Portule in tedesco, ma questo punto è stato collocato qualche metro più in basso rispetto alla
vicina vetta riportante il nome italiano.
La croce del Portule infatti si innalza poco più a sud lungo la dorsale che poi prosegue in discesa verso l’omonima bocchetta.
Sono in cima, anzi, sono arrivato al culmine del mio arcobaleno. 

Ciò che si prova a vedere lo spettacolo da quassù è impossibile descriverlo a parole, così lascio spazio alle foto.
Mi colpisce però la parte est dell’Altopiano di Asiago, una zona che andrò al più presto ad esplorare, teatro di scontri
violentissimi durante la Prima Guerra Mondiale.
Questo gruppo di monti va dal Trentin alla Caldiera, passando per Cima XII, Cima Undici e Ortigara ed è completamente
diverso dal versante occidentale.
A sud di questi rilievi infatti, c’è il mare.
Non di acqua ma di rocce e mughi! Soprattutto mughi, un disastro di mughi! Mughi ovunque e non un albero!
Incredibile.
Verso ovest contemplo tutto il percorso fatto finora, dalla Cima Larici fino a qui.
Tutto il sentiero di cresta è visibile.
Poco sotto, la strada militare che rientra a Malga Larici, con una fetta enorme dell’Altopiano verso Vezzena in bella mostra.
Per un attimo mi balena l’idea malsana di scendere e continuare verso Cima XII, ma, dopo un calcolo sulle tempistiche,
accantono il progetto (troppo lungo) rimandandolo ad altra occasione.
Riempio anima e corpo di questi immensi spazi e panorami prima di proseguire verso un’altra cresta, o meglio una
dorsale, quella del Filon.
Pochi minuti dopo raggiungo la croce di Cima Portule dove decido di fermarmi un attimo per uno spuntino.
Nel frattempo mi raggiungono due coppie, le prime persone che incontro oggi.
Questa zona è stata interessata da importantissimi eventi bellici per i quali descrivo i cenni nell’apposita sezione.
Nel primo pomeriggio mi rimetto in marcia e continuo a camminare verso sud tra i mughi, su pietrisco e roccette.
Il sentiero in molti punti passa proprio sul ciglio del baratro verso ovest, un salto impressionante.
Molto esposto se si resta sulla pista, ma basta fare qualche passo all’interno per camminare su erba, paralleli al sentiero
e non avere problemi.
Dopo aver lasciato sulla destra un grosso ometto, il sentiero scende verso una rientranza della dorsale dove ci sono
i ruderi di una vecchia teleferica austriaca e di ricoveri in pietra.
Nella roccia accanto è stata scavata una galleria che trapassa la montagna da parte a parte proprio per il
passaggio della teleferica.
Io sono semplicemente di passaggio, ben equipaggiato col mio zaino, con scarpe comode, d’estate e sotto a un bel sole,
ma provo solo ad immaginare cos’abbia voluto dire vivere e combattere quassù, al limite della resistenza umana.
Non so poi d’inverno quanta neve possa cadere a quasi 2400 metri e a quanti gradi possa scendere la temperatura.
Una cima che da Bocchetta Portule al massimo oggi saliamo in giornata nella stagione più rigida con ciaspole o pelli,
(in assenza di pericoli valanghivi), ma che a quei tempi bisognava presidiare, notte e giorno.
Osservo attentamente questi ricoveri, studiandone la loro forma e immaginando la fatica di vivere qui.
Non solo in questa conca, ma anche più in basso, poco oltre sull’erba, un po’ ovunque ci sono resti di baraccamenti
che noto transitando per la dorsale.


Cima e Bocchetta Portule

Tutta la zona compresa tra Cima Larici e Bocchetta Portule è stata interessata da significative vicende belliche.
Tra Porta Renzola e Cima Portule si possono ancora osservare i resti di tre imponenti teleferiche che gli austriaci costruirono
assieme ai relativi alloggiamenti per il personale addetto alla manovra e alla difesa della zona.
Questi ricoveri si trovano leggermente spostati verso sud lungo la dorsale del Filon.
Due di queste teleferiche (T36 e T30) provenivano dal paese di Novaledo in Valsugana, superavano il Portule in galleria
e in trincea e proseguivano per Monte Pallone, che attraversavano a sua volta con un’altra galleria di 40 metri per terminare
la loro corsa nella zona dell’Ortigara, tra il Monte Campigoletti e il Monte Chiesa.
La terza teleferica invece partiva da Larici e arrivava in vetta al Portule.
Queste teleferiche si rivelarono fondamentali, dato che in questi luoghi il trasporto di viveri e munizioni attraverso
strade e sentieri era svantaggioso e spesso impossibile.
Senza contare i problemi che l’inverno portava con sé, quando il tutto risultava impraticabile mentre le truppe dovevano
sempre ricevere rifornimenti.
Un altro vantaggio era che tali teleferiche difficilmente potevano essere colpite dall’artiglieria nemica.
Queste funicolari potevano essere leggere per collegare la prima linea, oppure pesanti quando arrivavano fino alle retrovie.
Inoltre potevano avere anche una o due funi, una trazione manuale o il motore a scoppio.
Scendendo lungo il Filon, lungo i prati rimangono altri resti di ricoveri in pietra e in caverna, protetti da trincee ricavate
dalla roccia.
La Bocchetta Portule fu un altro punto nevralgico del conflitto.
Allo scoppio delle ostilità il gruppo del Portule assieme al Monte Verena doveva costituire un caposaldo della
resistenza italiana che il nemico non doveva oltrepassare.
Nella roccia a fianco il punto culminante della bocchetta, era stata ricavata una postazione in caverna (affidata al
Capitano Marco Guidelli) armata con cannoni da 120 mm puntata sulla Val d’Assa per interdirne il transito.
Il tiro dell’artiglieria però non risultò mai efficace.
Questa postazione resistette fino al 1916 quando l’Impero diede il via all’Offensiva di Primavera (impropriamente
chiamata Strafexpedition).
Il 23 maggio alle ore 10 la 26° Compagnia di Scützen facente parte del gruppo comandato dal Colonnello Otto Ellison
Von Nidlef, insieme ad un reparto di alta montagna, riuscirono a sopraffare le truppe italiane che presidiavano il
Portule respingendo anche gli attacchi della Brigata Alessandria.
I soldati italiani invano tentarono di resistere trasportando un cannone all’aperto e bersagliando con granate shrapnel gli
austriaci che scendevano dalla cima.
Il Portule cadde nelle mani nemiche e alla fine della Strafexpedition, la bocchetta divenne un punto nevralgico dell’intero
sistema logistico della 6° Divisione austriaca.
La zona fu collegata con un’opera di alta ingegneria militare, la strada dedicata al principe Rutenio (Prinz Eugen Strasse)
e attraversata da due teleferiche.
La caverna qui presente venne ampliata per la costruzione al suo interno di una grandissima cisterna d’acqua della
capacità di 80.000 litri, divisa in vasche e rifornita dalla sottostante Val Renzola.
Il dislivello di 800 metri veniva colmato mediante sei pompe di sollevamento intermedie.
Da questa enorme vasca partivano le condotte del complesso acquedotto che attraverso Campo Gallina raggiungeva le
pendici occidentali dell’Ortigara.
Tale era la capacità di questo bacino che era in grado di dissetare le truppe dislocate in tutta la parte nordorientale
dell’Altopiano, priva di acqua.
Altri resti di vasche si trovano sulle pendici del Monte Meatta, ma la maggior parte rimane invisibile nel sottosuolo.
Nella primavera del 1917 venne costruita anche la stazione di transito della teleferica T31 che dal Ghertele attraverso
i Larici raggiungeva la Cima di Corno di Campo Verde, e di conseguenza le pendici di Corno di Campo Bianco in
Val Galmarara.
Tutti i rifornimenti, su strada e su vagoncini erano destinati alla grande base logistica di Campo Gallina.
In direzione est, a 3 km di distanza da Bocchetta Portule, venne realizzato anche un traforo di 25×4 metri con una
piazzola di manovra.
Tale traforo si trova 20 metri sotto il ciglio del Dosso dell’Arsenale e serviva come passaggio defilato alla vicina artiglieria
italiana della teleferica diretta a Monte Zingarella.

Postazione e teleferica

postazione in caverna e teleferica

Arrivo in prossimità dei Cornetti di Bocchetta Portule dove sono presenti altre postazioni trincerate e caverne.
Più avanti il sentiero inizia a perdere sensibilmente quota infilandosi dritto in mezzo ai mughi.
Bellissimo!
Mi ritrovo in una specie di piccola autostrada con gli aghi che mi arrivano al torace, lasciandomi vista libera sull’Altopiano.
In mezzo a questa vegetazione ho anche la fortuna di immortalare un gheppio impegnato nel volo librato.
Scendendo ancora, attraverso una zona molto particolare caratterizzata da enormi crateri.
Non sono però dovuti ai bombardamenti in quanto anche il calibro più grande impiegato durante la guerra, il 420 mm,
non poteva causare una simile voragine.
L’aspetto che qui assume il terreno, è dovuto ai fenomeni carsici e alle doline che hanno portato alla formazioni di
conoidi enormi.
Il sentiero scende sempre tra doline e mughi, passando accanto al poco appariscente Monte Colombetta di Portule,
sulla sinistra.
Una brusca svolta verso destra più in basso mi conduce fino a Bocchetta Portule, un “passo”, teatro di significativi eventi
bellici che descrivo nel riquadro.
Silenzio e rispetto sono dovuti nel passare in una zona dove molti soldati hanno perso la vita.
Molti, come me, si fermano a leggere in silenzio cippi, steli e pannelli riportanti fatti e date della storia passata.
Prima di scendere visito anche la postazione in caverna scavata dagli italiani e poi passata in mano austriaca.
Davvero impressionante.
Salgo anche lungo una piccola strada militare fin sulla prima bocchetta del Monte Meatta dove, accanto ad altre rovine il
panorama verso l’Altopiano è davvero sensazionale sulla Val d’Assa e sull’antistante Monte Verena.
Questo punto si raggiunge un po’ a fatica in quanto la zona è stata ormai invasa dalla vegetazione dove i mughi
costituiscono una barriera praticamente impenetrabile.
Tornato alla bocchetta mi preparo per scendere dalla rotabile militare costruita dagli austriaci, la Erzherzog Eugen Strasse,
una strada bianca che collega Malga Larici con la zona est dell’Altopiano.
Fortunatamente, come molto spesso mi è capitato di vedere, anche questa strada è ottimamente tenuta e a delimitare il
burrone sottostante sono ancora presente i cippi in pietra dell’epoca.
Non solo, osservando bene lungo la discesa, possiamo notare come ampi tratti siano ancora selciati!
Oggi possiamo costruire qualsiasi strada che tanto sappiamo durerà solo qualche anno.
A noi invece sono arrivate vere e proprie opere di alta ingegneria militare ancora intonse e questo quasi senza
manutenzione.
Un aspetto che deve far riflettere.
Percorrere questa pista è la cosa più elementare che ci possa essere se soprassediamo ai 6 km che rimangono per
ritornare al punto di partenza.
Grazie al panorama e all’ambiente sempre vario però non ci si annoia mai.

Passo sotto le rocce dei Cornetti nella parte alta, per boschi in quella intermedia e infine lungo i pascoli erbosi. 
Durante tutto il percorso mi soffermo a guardare in alto alla mia destra.
Sì, è proprio quella, tutta la cresta percorsa in mattinata, da Cima Larici a Cima Portule.
Dalla strada fa ancora più impressione vedere un enorme vuoto sul pendio dove, a causa dell’incendio, ora non ci
sono più alberi.
In pratica è rimasta solo una grande chiazza verde con qualche tronco bianco morto.
Poco prima di giungere a Malga Larici quando sto viaggiando con la mente sopra questi monti incappo in un avviso che
mi riporta a terra.
L’avviso recita così: “ATTENZIONE: greggi e mandrie al pascolo con cani anti-lupo.
Si prega di non attraversare il gregge e le mandrie, non correre, non effettuare movimenti improvvisi.
I cani vanno tenuti al guinzaglio.
I cani pastore difendono greggi e mandrie. Grazie.”

Ora, si sa che questi cani sono veramente temibili, vengono addestrati appositamente e viene messo loro anche un
collare con le punte per evitare il morso dei lupi.
Inutile dire che affronto circa un chilometro in apnea, sulle punte dei piedi e senza far rumore.
Per fortuna va tutto bene e, giungo alla statale più in basso.
In molte zone montane, vicino a malghe e alpeggi, si stanno adottando queste soluzioni e si stanno moltiplicando questi
avvisi che però non tutelano minimamente l’escursionista.
Si salveranno anche greggi e mandrie, ma non i viandanti che qualche volta sono già incappati in incidenti simili, con
conseguenze gravissime.
In ogni caso mi sembrava giusto segnalarlo in questa relazione, in modo da far particolare attenzione se qualcuno
transita in quel punto.
Dalla strada asfaltata non mi resta che rimontare due tornanti per riportarmi sotto al breve pendio d’erba del Rifugio Larici,
a chiudere una giornata davvero unica.
Un’escursione nella storia che consiglio a chiunque con un discreto allenamento, ma che in ogni caso è possibile
accorciare o modificare in ogni momento.

Note: Itinerario immenso con panorami maestosi su tutto l’Altopiano di Asiago e verso nord, dalla Valsugana al Lagorai.
Per la maggior parte sul filo di cresta si cammina lungo un sentiero unico che non annoia mai e che sorprende ad ogni
passo con ambienti molto vari.
Un itinerario ricco di storia, che transita anche sui luoghi teatro della Grande Guerra, dove furono costruite strade militari,
cisterne, teleferiche, cannoniere e ricoveri in quota, in parte oggi ancora ben visibili.
L’anello, anche se non presenta moltissimo dislivello, è piuttosto lungo e riservato a chi ha buona forma fisica.
Non vi sono difficoltà oggettive e i sentieri sono in ottime condizioni, perfettamente segnalati.
Sulla cresta da Porta Renzola al Monte Kempel si cammina su pietrisco e roccette aiutandosi con le mani nella parte finale
(un passaggio di I° grado) ma, contrariamente a quanto può apparire da lontano, non risulta esposta.
Maggiore esposizione la si incontra nel tratto tra Cima Larici-Porta Renzola e lungo il Filon, verso i Cornetti del Portule dove
è richiesta un minimo di attenzione.
Particolare cautela (che si traduce in camminata tranquilla e senza movimenti bruschi) è richiesta nel tratto di strada che
inizia poco prima di Malga Larici fino al ritorno sulla statale per il Rifugio Larici, a causa della possibile presenza di cani
anti-lupo a guardia di mandrie e greggi.

Relazione e fotografie di: Daniele Repossi