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Lago D’Avino – invernale – 2.246 m. (Italia – Alpe Veglia)
un sogno aver raggiunto in ambiente invernale, un lago totalmente inaccessibile in alcuni mesi dell’anno

lago davino invernale


Località di partenza:
Ponte Campo 1.319 m.
Località di arrivo: Lago D’Avino 2.246 m.
Dislivello: 927 m.
Posizione: Alpe Veglia
Difficoltà: EE in condizioni invernali [scala livelli difficoltà]
Ore: 3h 30 minuti
Periodo: da metà giugno a metà ottobre, in questo caso, dopo un’attenta valutazione dei rischi, siamo saliti
in ambiente semi invernale con molta neve al suolo

Sconsigliato con neve instabile o placche di ghiaccio
Attrezzatura richiesta: classica da trekking, ciaspole e ramponi
Rifiuti: ecco cosa bisogna sapere prima di abbandonarli

Il Lago D’Avino ha un fascino tutto particolare.
In una conca poco frequentata, con le sue acque blu / verdi è incastonato tra prati fioriti, appena sotto il massiccio
del Monte Leone e all’inizio del percorso che porta verso il Passo Fne.

Il lago si trova esattamente sopra il tunnel del Sempione che collega l’Italia alla Svizzera.
Siamo già stati in questo luogo, ma oggi vedrete il D’Avino, in una condizione molto molto diversa da come siete
abituati e da come forse non l’avete mai potuto vedere.

E’ una domenica del mese di maggio, ma quest’anno la stagione è indietro di almeno un mese 1/2 rispetto al
calendario, quasi come essere ancora a marzo.

Ha nevicato tanto nell’inverno appena trascorso e marzo e aprile sono stati anch’essi carichi di precipitazioni nevose:
una fortuna considerando il grande ritiro dei ghiacciai.

La strada poderale che permette di salire all’Alpe Veglia è appena stata aperta: la prima volta di quest’anno.
E’ stato necessario lavorare parecchio per liberarla dalle importanti slavine invernali che hanno lasciato
grandi cumuli di neve.
Raggiungiamo in auto San Domenico e successivamente Ponte Campo (qui la strada finisce) e, parcheggiamo la
vettura in un prato dove con 4€ possiamo lasciarla tranquillamente tutta la giornata.

Inizia da questo parcheggio il percorso di salita verso l’Alpe Veglia che prima si addentra in un bosco di larici e
successivamente seguendo la poderale che inizia a “tirare” fin da subito, ci porta alla Cappella del Groppallo che
raggiungiamo in 50 minuti.

E’ in questo tratto che affronteremo i 400 m. di dislivello previsti per arrivare al Veglia.
Dalla Cappella del Groppallo rimangono ancora una ventina di minuti per raggiungere la Piana, ma da qui in avanti
sarete su un sali / scendi, piacevole, non faticoso e semplice.

La giornata è limpida, il sole caldo, e l’ingresso al Veglia avviene su un tappeto immenso di “bucaneve”, una
meraviglia della natura.

La nostra idea è quella di raggiungere il Lago D’Avino per vederlo in “versione invernale”.
Preciso che l’Alpe Veglia è inaccessibile dal mese di novembre al mese di maggio a causa delle slavine che
ricoprono l’unica via di accesso, e l’eventuale salita al Lago D’Avino su manto nevoso dev’essere ben ponderata,
perché i ripidi pendii costituiscono un rischio elevato di venire travolti da masse di neve non assestate.

Appena entrati nella Piana del Veglia, guardiamo a sinistra verso il Monte Leone, perché il nostro lago è incastonato
alla base di questa imponente montagna alta ben 3.552 m.

Decidiamo di provarci!
La giornata è calda, il tempo è bello.
Ci dirigiamo verso l’abitato di Cianciavero, un gruppo formato da una decina di case in pietra molto caratteristiche.
Alcune baite sono aperte, si iniziano le pulizie di primavera… e soprattutto si cerca di far uscire l’umido dell’inverno.
Seguiamo la traccia del sentiero che già poco dopo il paese è parzialmente nascosta dalla neve che si sta fondendo.
Nel bosco, troviamo accumuli di neve alti circa una ventina di centimetri.
Tuttavia si riesce a salire senza problemi, non c’è ghiaccio.

Prestiamo attenzione nella zona della Marmitte dei Giganti, perché il sentiero essendo innevato e seguendo un
pendio scosceso verso il torrente, tende a farci scivolare.

Passiamo sui bordi esterni dei nevai, dove si alternano tratti di neve a tratti di aghi di pino e terra dove l’aderenza è
decisamente superiore.

Non abbiamo con noi le ciaspole e neppure i ramponi (dimenticati), ma oggi non sarebbero serviti.
Decidiamo di non prenderci alcun rischio, e proviamo a salire fin dove possibile.
Giungiamo a un bivio che conosciamo e che permette di arrivare al Lago D’Avino tramite due percorsi differenti:
“quello semplice” e “quello ripido”.

Il percorso semplice lo abbiamo affrontato in una salita estiva, decidiamo quindi di prendere il sentiero “ripido”.
La prima parte del tragitto dopo il bivio ci vede ancora impegnati su un terreno abbastanza agevole con tratti di neve,
misti a tratti di erba, ma man mano che si sale le cose cambiano.

La neve è sempre più presente e il percorso bisogna intuirlo perché la traccia del sentiero è completamente
sommersa.

Non si scivola, non c’è ghiaccio, ma bisogna piantare bene le punte degli scarponi nel manto nevoso per aiutarsi
e vincere la pendenza che inizia a farsi passo dopo passo, più importante.

Guardiamo in avanti e vediamo la linea di confine dove dobbiamo arrivare: è alla fine di un ripido canalone, dove
compare l’azzurro del cielo.

Pendenza elevata, molta fatica nella progressione, perché saliamo in verticale come potete vedere dalle foto, e
bisogna superare residui di slavine di neve assestata, ma oramai molle, che ci fa sprofondare oltre il ginocchio,
in alcuni tratti anche oltre la coscia.

Ci fermiamo spesso a prendere fiato, quanta fatica, ma uno sguardo all’indietro ci fa capire di quanto stiamo salendo e
quanto sia diventata piccola la Piana del Veglia, con le case sparse e grandi come puntini.

Che pendenza che stiamo superando, ci chiediamo come sarà la discesa….. ma non vogliamo pensarci.
Il Lago D’Avino non è più così distante e dobbiamo tentare di arrivare alla meta.
Saliamo sotto il sole, progrediamo con fatica, trovando solo più neve e qualche grosso masso parzialmente scoperto.
Ci fermiamo a prendere fiato: che silenzio, che pace.
E’ un posto che conosciamo, ma mai sotto questa veste semi invernale.
Proseguiamo la risalita del canalone, a quattro zampe.
Eh si, decidiamo di aiutarci con le mani per salire in modo più agevole, tattica vincente, ma è dura.
La Piana del Veglia è oramai minuscola, mentre la nostra linea di confine sempre più vicina.
Richiede uno sforzo notevole questa salita in verticale che stiamo affrontando
.

Amiamo la conquista della vetta, amiamo conquistare le nostre foto, le nostre riprese, ma anche perché questi posti
e queste “avventure” se così vogliamo definirle, ci sanno sempre emozionare, e per me questa è la vita.

Alla fine siamo come dei bambini che attendono il giorno del Natale per scartare i regali, e il nostro Natale è il
raggiungimento dell’obiettivo, dell’essere isolati lassù, senza nessuno, nel silenzio totale e con lo sguardo perduto in
quello che tra poco vedrete.

Ancora uno sforzo: mi bagno la fronte con della neve, qui c’è in abbondanza, mancano pochi metri, ma saranno
impegnativi e bisogna fare attenzione a non scivolare.

Attorno a noi precedenti residui di slavine, ci portano su un manto nevoso pieno di grumi grossi quanto dei palloni.
Qui la salita nel periodo invernale (ammesso che si riesca ad arrivare alla Piana del Veglia), sarebbe un suicidio.
La pendenza di questo canalone è un luogo ideale per la formazione di slavine e il manto nevoso è fortemente instabile.
Oggi non ci sono rischi, ma notiamo che muovendoci con i piedi formiamo palline di neve che precipitano verso
il basso senza fermarsi, e tendono a ingrandirsi facendo scivolare qualche piccolo accumulo.

Arriviamo sulla linea di confine tra il cielo e la fine del canalone.
Quella linea di confine che abbiamo visto per oltre un’ora come un miraggio, adesso ci regala uno spettacolo
di una bellezza indescrivibile.

La conca del Lago D’Avino è ancora completamente sommersa dalla neve, con grandi colate di slavine che
nel corso dei mesi appena trascorsi sono scese dalle ripidi pareti del Monte Leone e da tutta la catena montuosa sia
sulla destra che sulla sinistra orografica.

Davanti ai nostri occhi una meraviglia unica che parte da Punta Valgrande 2.856 m. e seguendo la linea di cresta ci porta
sul Pizzo FNE 2.933 m. sul Pizzo D’Avino 2.878 m. passando per lo Stichelgrat 3.322 m. e arrivando fin sopra la
punta del Monte Leone 3.552 m. con ancora tantissima neve presente tra i canaloni, sui pendii, sui pianori, negli anfratti,
nelle gole….

Così tanta neve che sembra posata su queste montagne e lisciata all’inverosimile come lo zucchero a velo che
rovesciate sopra il pandoro.
La Piana del D’Avino riposa ancora sotto una spessa coltre di neve e solo in qualche punto incomincia a emergere
qua e là qualche timido lembo di terra.

Il Lago D’Avino abituati a vederlo con il suo colore blu / verde è ancora completamente ghiacciato e ricoperto
anch’esso da neve.

Si intravvedono quelle che noi intuiamo siano le piccole onde sopra la superficie dell’acqua ancora completamente
congelate.

I laghetti che fanno parte della Piana D’Avino sono invisibili.
Ma che spettacolo!!
Ma quale meraviglia davanti ai nostri occhi.
Siamo stati ampiamente ripagati dalla fatica (credetemi, tanta) per arrivare fin quassù in condizioni semi invernali.
Guardando le pareti del Monte Leone, si alterna il colore del granito, con il colore del bianco candido della neve
appoggiata su quei pendii ripidissimi a sfidare chissà qualche forza di gravità.

Le ombre del sole, le ombre delle nuvole sulle montagne, le ombre delle creste riprodotte sulla neve instabile lungo
i canaloni: non sembra vero….

Le foto che scattiamo sono come ricavate da un dipinto, ma non è così, è tutta realtà, pura realtà di una natura
e di un luogo magnifico.

Una bellezza unica che potrete rivivere con le riprese che ho fatto tramite il drone che sono riuscito a far decollare
da una piccola pietra (l’unica che veniva fuori dalla neve e sulla quale l’ho posato).

Indescrivibile la gioia di essere arrivati fin quassù e di aver visto quello che è raro vedere, perché qui non ci si
arriva in inverno.

E’ impossibile salire.
Ci fermiamo per un’oretta, e poi a malincuore dobbiamo iniziare con attenzione il percorso di discesa che
non sarà semplice.

Diamo ancora uno sguardo attorno, ovunque posiamo gli occhi è meraviglioso, ci scoccia parecchio il dover andare
via, qui non c’è nessuno, nessun rumore, nessuna presenza umana.

Nulla, solo la montagna meravigliosa che ci ha accolto come sempre in grande stile.
Ritiriamo l’attrezzatura, riprendiamo gli zaini, controlliamo di non aver dimenticato nulla.
Guardiamo verso il basso: che pendenza che ci aspetta….
Ragioniamo su come scendere con attenzione, e usando la tecnica “a scaletta”, mettiamo un piede accanto all’altro di
traverso e passo dopo passo iniziamo il percorso di discesa.

La linea di confine tra il canalone e l’azzurro del cielo che con fatica abbiamo conquistato, ritorniamo a vederla poco per
volta sempre più distante.

Si scende senza particolare fatica, ma bisogna fare attenzione a non scivolare, ci sono parecchie rocce che affiorano.
Ripassiamo la zona dei grumi grandi come palloni formati da precedenti slavine e scendiamo inesorabilmente fino a
ritornare nel bosco.

Ci spiace il dover andare via, ci spiace tanto, ma nel nostro cuore, nella nostra mente, il ricordo di una giornata da favola.
Il sentiero come sempre dobbiamo intuirlo, ma questa volta siamo aiutati dalle nostre precedenti impronte.
Particolare attenzione nella zona delle Marmitte dei Giganti, dove c’è pendenza con neve ed è facile scivolare.
Superiamo anche questo punto e poco dopo una sorpresa.
Il rumore del torrente, ovatta il rumore che produciamo con gli scarponi nelle neve e ci troviamo vicinissimi a
un camoscio.

Una sorpresa per entrambi, nessuno di noi si è accorto che eravamo così vicini.
Ci fermiamo per ammirare, riusciamo a fare qualche fotografia.
Un altro regalo di questa splendida giornata.
Superiamo due tronchi di albero che formano un ponticello e poco dopo ci troviamo nell’abitato di Cianciavero,
immersi nei bucaneve che questa mattina ci avevano accolto.

Ci guardiamo attorno, anche qui è tutto bellissimo, non abbiamo voglia di scendere.
Decidiamo di fare ancora un giro a piedi lungo la Piana del Veglia, è troppo bella.
Ci sediamo e ci riposiamo su una panca di legno, bevendo quel che resta del termos di thè caldo.
Adesso pensiamo a documentare nel nostro sito questa emozione.
Mi rendo conto che non sia facile riuscire a trasferire tanta bellezza, ma ci provo con le fotografie, con i video e
con queste parole.

Piano piano scendiamo lungo la poderale che ci riporta verso Ponte Campo.
Lungo il percorso di discesa, troviamo le nostre amiche di sempre: le capre che risalgono.
La giornata si è conclusa.
Una delle più belle vissute qui all’Alpe Veglia.

Relazione e fotografie di: Michele Giordano e Andreina Baj


Note:
salita impegnativa in ambiente semi invernale, sconsigliata in caso di neve instabile.

La traccia del sentiero è inesistente perché totalmente ricoperta dalla neve.
Indispensabile senso dell’orientamento e valutazione dei rischi, oltre che delle tempistiche e delle difficoltà della
discesa nel ripido canalone.

Assolutamente da evitare con presenza di placche di ghiaccio.
Panorama sulla Piana D’Avino e sulla catena del Monte Leone, da favola.
Colori, luci, ombre, pari a un dipinto.
Copertura cellulare totalmente assente, nessun punto di appoggio in caso di necessità.