Monte Cengio 1.354 m. (Italia – Altopiano dei Sette Comuni – Vicenza)
escursione nelle gallerie e nelle trincee, con il tracciato che segue la mulattiera di arroccamento (detta “La Granatiera”),
verso la cima del Monte Cengio; sospesa letteralmente nel vuoto…

monte cengio

Località di partenza: parcheggio Piazzale Principe di Piemonte, Cogollo del Cengio (VI)
Quota di partenza: 1.286 m.
Quota di arrivo: 1.354 m.
Dislivello: 213 m. (dislivello totale positivo)
Posizione: il Monte Cengio è una montagna del territorio comunale di Cogollo del Cengio (VI) posta all’estremità
sud-ovest dell’Altopiano dei Sette Comuni allo sbocco della Val d’Astico, aggettante le frazioni di Casale e Schiri situate
poco ad est di Arsiero

Difficoltà: E (molti tratti esposti ma protetti) [scala dei livelli delle difficoltà]
Segnaletica e numero di sentiero:
dal Piazzale Principe di Piemonte al Rifugio Al Granatiere/Piazzale dei Granatieri, sentiero n° 651;

dal Rifugio Al Granatiere/Piazzale dei Granatieri al Piazzale Pennella, sentiero n° 651;
dal Piazzale Pennella al Monte Cengio, sentiero n° 651;
dal Piazzale Pennella alla Trincea dei Granatieri e all’Osservatorio, sentiero n° 643;
dal Piazzale Pennella al Rifugio Al Granatiere/Piazzale dei Granatieri, sentiero n° 651;
dal Rifugio Al Granatiere/Piazzale dei Granatieri al Piazzale Principe di Piemonte, strada asfaltata, nessuna numerazione
Ore: 2h per l’anello completo.
Il tempo non tiene conto di quello impiegato per la visita di tutte le postazioni presenti

Distanza: 4,5 km
Tipo di sentiero: ghiaietto, roccia, cemento, asfalto e fango in alcune trincee
Periodo: primavera, estate, autunno, in assenza di neve
Acqua lungo il percorso: al Rifugio al Granatiere
Attrezzatura richiesta: classica da trekking, necessaria la frontale per i lunghi tratti in galleria
Ritorno: dal Piazzale Pennella per la strada militare fino al Rifugio Al Granatiere e quindi seguendo la strada asfaltata
fino al Piazzale Principe di Piemonte

Rifiuti in montagna: ecco cosa bisogna sapere prima di abbandonarli


Tecnicamente in breve

Dal Piazzale Principe di Piemonte 1.286 m. si seguono le indicazioni verso il Monte Cengio 1.354 m. imboccando il
sentiero n° 651.
Si transita accanto alla vecchia cisterna d’acqua e si visita nei pressi il primo ricovero in caverna.
Si continua lungo il sentiero passando accanto alla galleria cannoniera e alla granatiera (visitabili), quindi alzandosi
leggermente per visitare la trincea soprastante si arriva poi a q
uota 1.363 m
Ridiscesi, si procede in una lunga galleria dove era presente il sistema idrico del Cengio e, una volta tornati all’esterno si
segue l’esposta mulattiera di arroccamento arrivando al
Rifugio al Granatiere 1.277 m
.
Da questo punto ci si abbassa sempre in esposizione imboccando il secondo tratto della mulattiera, qualche metro a
sud rispetto al rifugio.
Si giunge quindi al
Piazzale dei Granatieri 1.275 m. e da qui si procede in salita lungo il percorso che presenta
numerose gallerie scavate nella roccia.
Nella parte finale si passa nello stretto passaggio roccioso nei pressi del
“Salto del Granatiere”, e quindi si attraversa la
Galleria di Comando per uscire sul
Piazzale Pennella.
Da qui, tramite una comoda sterrata, si sale verso sud in pochi minuti sulla vetta del Cengio, nella Zona Sacra.
Dirigendosi verso nord-ovest invece si visitano prima una batteria in caverna per artiglieria, un ricovero in caverna e
la
Trincea dei Granatieri, per poi arrivare alla quota 1.332 e alla postazione dell’Osservatorio.
Il ritorno da Piazzale Pennella avviene per la strada militare classica fino al Rifugio al Granatiere e da qui,
lungo l’asfalto, si rientra a Piazzale Principe di Piemonte dove si recupera l’auto.
In alternativa dal Rifugio al Granatiere, tramite il sentiero Cengio-Corbin, si arriva a
Punta Corbin 1.090 m. dove
sorge l’omonimo forte.

La battaglia del Monte Cengio
All’alba del 26 aprile 1916 lo Stato Maggiore, dopo molte incertezze ed esitazioni, iniziò a credere veramente alle
informazioni che giungevano dal Trentino, confermate nei dettagli dall’ufficiale disertore ceco Krecht, da poco catturato:
l’Impero era pronto a lanciare un’offensiva generale verso l’Italia.
Dopo un bombardamento preparatorio da parte di tutti i cannoni disponibili nelle batterie e nei forti, l’azione delle truppe
imperiali iniziò alle 6:00 del mattino del 15 maggio 1916.
Era cominciata l’offensiva di Primavera (o di Maggio), più impropriamente detta Strafexpedition, un assalto punitivo nei
confronti dell’Italia per non aver rispettato gli accordi della Triplice Alleanza.
Quest’azione, avvenuta ad un anno esatto dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, aveva lo scopo di invadere
la Pianura Padana prendendo alle spalle l’esercito italiano schierato sul Carso.
Le forze italiane della 1° Armata che difendeva il confine dal Passo dello Stelvio al Passo Rolle erano composte da
98 battaglioni di cui 60 di Fanteria, 10 di Alpini, 24 di Milizia territoriale e 4 della Guardia di Finanza per un totale di
75.000 uomini.
Questa cifra saliva a 200.000 uomini contando anche le due divisioni di riserva posizionate in pianura.
Gli imperiali invece erano raggruppati all’interno del Gruppo d’Armata “Arciduca Eugenio”, una grande unità di cui
facevano parte ben 4 armate.
Nei giorni successivi i forti italiani di Punta Corbin, Campolongo, Verena e Casa Ratti furono bombardati da un
obice Skoda da 305 mm, in quanto secondo i comandi austriaci potevano rappresentare ancora un ostacolo
all’avanzata nemica.
Il 26 maggio 1916 Forte Corbin venne dichiarato dagli austriaci tranquillo e inservibile.
Grazie al ritiro delle truppe italiane presso Barcarola, gli imperiali avanzarono verso Arsiero, occupando il 27 maggio
un paese ormai abbandonato.
Una volta preso anche Monte Cimone, sull’Altopiano di Tonezza, la strategia del maresciallo Franz Conrad von Hötzendorf
comprendeva la conquista dei capisaldi laterali posti allo sbocco della Val d’Astico dopo Arsiero, ossia il Monte Cengio a
sinistra e il Monte Novegno-Priaforà a destra.
Il 28 maggio, dopo ripetuti assalti, le pattuglie austriache riuscirono a forzare le linee difensive italiane occupando
Asiago e Camporovere.
La situazione per gli italiani non era delle più rosee.
La nuova linea difensiva approntata per l’occasione si basava sullo schieramento delle forze a disposizione presso
il massiccio delle Melette, sul Monte Lemerle e sul Monte Zovetto.
Il ripiegamento consisteva nell’arretramento della 34° Divisione e dell’ala destra della 30° Divisione ma fraintendimenti
ed incertezze nella comunicazione portarono ad un ripiegamento anche dell’ala sinistra della 30° Divisione, abbandonando
la linea difensiva che impediva la risalita del nemico dalla forra del torrente Assa.
In tutto questo, Monte Cengio, una montagna situata all’estremità meridionale dell’Altopiano di Asiago alta 1354 metri,
rappresentava l’ultimo baluardo a guardia della pianura vicentina.
Per presidiare la zona, il Generale Cadorna inviò dal fronte dell’Isonzo la Brigata Granatieri di Sardegna (formata dal 1° e
2° Reggimento) che raggiunse il luogo designato il 21 maggio.
Al comando di questo Corpo c’era il Generale Giuseppe Pennella che nel 1915 aveva già fatto parte del Comando
Supremo per poi diventare Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito.
L’obiettivo degli italiani era uno solo: fermare l’avanzata austriaca lungo le propaggini del Cengio mediante anche le
poche batterie appena installate che battevano il territorio sottostante.
Il resto dell’equipaggiamento era veramente penoso; munizioni e riserve di viveri ed acqua erano a malapena sufficienti.
L’ordine giunto dal Comando al Generale Pennella la sera del 27 maggio 1916 fu mal interpretato da quest’ultimo che
ritenne di dover occupare una nuova linea che da Punta Corbin, passando dal Monte Cengio, proseguiva per Treschè Conca,
Cesuna, Monte Lemerle, Monte Zovetto e Boscon, così che il 29 maggio la Brigata Granatieri si ritrovò con le sue forze
dislocate in un’area troppo ampia.
Solo un esiguo gruppo di Granatieri era rimasto di controllo a poca distanza dalla sponda sinistra dell’Assa.
Le truppe della 28° Divisione austroungarica, dopo un breve scontro con gli italiani, riuscirono ad occupare Forte Corbin,
distante solo qualche chilometro dal Monte Cengio.
Quasi senza combattere, questo baluardo difensivo cadde in mano austriaca: e fecero prigionieri 1 tenente e 40 artiglieri.
A questo punto il Comando Truppe Altipiano mise a disposizione della 30° Divisione la Brigata Pescara ordinando di
riconquistare le posizioni perdute.
Ormai era troppo tardi però.
Il 30 maggio, a contrattacco già in corso, arrivò la notizia che cospicue forze nemiche avevano attaccato le linee italiane a
Treschè Conca, facendo crescere la paura di essere presi alle spalle.
Per far fronte a questo nuovo pericolo il Generale Giuseppe Pennella inviò sul luogo degli scontri il reparto Zappatori
del 2° Reggimento, mettendo di fatto un freno alla riconquista di Punta Corbin.
I ripetuti tentativi di sfondamento da parte degli austriaci costrinsero i reparti delle truppe italiane rimanenti che stavano
combattendo a Treschè Conca, ad arretrare e costituire una nuova linea difensiva sul versante nord del Cengio.
Al 2° Reggimento Zappatori si era intanto unita una compagnia della Brigata Pescara.
Complessivamente, la mattina del 31 maggio 1916, sul settore Cengio-Boscon stavano operando due compagnie del 1°
Reggimento Granatieri e un battaglione del 2° Granatieri, oltre ad una compagnia del 154° Fanteria Brigata Novara.
A sbarrare la Val Canaglia e quindi la discesa verso la pianura, pronta a supportare queste truppe era un battaglione del 2°
Granatieri con il 142° Fanteria Brigata Catanzaro.
Gli italiani resistettero in quella giornata ai duri scontri sulle pendici nord del Cengio, ma furono costretti a ripiegare in
località Fondi e sul Monte Belmonte.
La Val Canaglia era ora seriamente minacciata da un’avanzata austroungarica.
All’alba del 1° giugno l’artiglieria austriaca riprese con insistenza a martellare le postazioni italiane con la fanteria che
tentò di sfondare in più punti.
I Granatieri e tutti gli altri reparti coinvolti opposero una tenace ed eroica resistenza a difesa della Val Canaglia e del
settore del Cengio, riuscendo a riconquistare piccole porzioni di terreno perduto.
Tutto ciò però non fece migliorare la situazione per gli italiani, anzi.
Il 2 giugno, la 34° Divisione austroungarica assieme alle migliori truppe asburgiche, che nel frattempo erano giunte a
dar man forte, sfruttando la conformazione del terreno, intrapresero un attacco più massiccio nella zona del Monte Cengio,
Monte Barco e Monte Belmonte.
Miracolosamente le truppe italiane, senza più aiuti e rifornimenti, sebbene esausti dal prolungarsi degli scontri, riuscirono
a tenere duro mantenendo le posizioni con grosse perdite, che si aggiunsero alle vite già spezzate nei giorni precedenti.
Sulla sponda opposta il Reggimento Rainer continuò invece a ricevere nuovi rinforzi e mezzi.
Contemporaneamente, nella pianura sottostante a ridosso dell’Altipiano ci si preparò ad una difesa disperata nei pressi del
fiume Brenta, schierando la V Armata composta dalle truppe provenienti per la maggior parte dal fronte dell’Isonzo.
Numerosi elogi furono fatti alla Brigata Granatieri di Sardegna, (ormai allargata con altri reparti di altre compagnie), non
solo da parte italiana ma anche dal Comando austriaco che la definì “l’orgoglio italiano”.
E davvero fu pazzesco quello che accadde quel 2 giugno 1916.
Ormai accerchiati e decimati con le linee sfondate in più punti, senza munizioni e quasi più viveri, con l’unica mitragliatrice
rimasta, i resti del 2° Granatieri guidati dal Colonnello Malatesta, seguito dalla bandiera reggimentale, armarono cuochi,
scrittori e tutti coloro che non avevano mai sparato un colpo, e si lanciarono in un assalto alla baionetta ottenendo
importanti risultati.
Venne riconquistato il Busibollo e i cannoni della 2° Batteria del Gruppo da Campagna che erano in mano al nemico.
Il Comando della 30° Divisione chiese un rapporto sullo stato delle cose al Generale Pennella, il quale descrisse con
precisione le criticità e le perdite tra i reparti.
Durante la notte del 3 giugno, truppe della 32° Divisione italiana arrivarono sul Cengio dando il cambio agli uomini
provati della 30°.
Gli austriaci, che ormai vedevano l’obiettivo della pianura a portata di mano, la mattina dello stesso giorno ripresero
incessantemente il bombardamento e sferrarono un rinnovato assalto contro i Granatieri.
Con fanti e Rainer, in formazione serrata si scagliarono sui reparti italiani sulla destra della Val Canaglia e sulla strada a
cavallo tra Cesuna e Magnaboschi, dove si trovavano i superstiti del I° Battaglione del 2° Reggimento Granatieri guidati
dal Tenente Colonnello Ugo Bignami.
Lo stesso Bignami si lanciò all’assalto, al pari dei suoi uomini, col moschetto in mano ma ben presto vide cadere ai suoi
piedi il Tenente Capocci, infilato dal fuoco delle mitragliatrici.
Senza munizioni, decimati, spossati e senza possibilità di vittoria, si lanciarono all’attacco anche i resti del IV Battaglione
del 1° Reggimento Granatieri comandati dal Capitano Federico Morozzo della Rocca.
Baionetta in pugno l’assalto fu un suicidio e l’intero battaglione fu spazzato via.
Al Tenente Colonnello Ugo Bignami venne concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Sul Monte Cengio gli ultimi Granatieri superstiti, rimasti privi di tutto, vennero accerchiati da numerose forze nemiche
composte principalmente da truppe scelte del X Battaglione del 59° Reggimento Erzherzog Rainer, dal 1° e 2°
Reggimento Gebirschützen e dal 4° e 27° kaiserlich-königliche Landwehr (Milizia imperiale Regia di Difesa
nazionale austriaca).
Costretti ad arretrare e in una situazione disperata, si lanciarono in un ultimo assalto alla baionetta brandendo i
moschetti come mazze, soverchiando con le loro urla gli scoppi e le intimazioni di resa.
Lo spazio però sul Cengio era finito, oltre c’era solo il vuoto a cui faceva da contrasto l’azzurro del cielo.
Molto più in basso era la Val Canaglia col paese di Cogollo del Cengio.
I Granatieri rifiutarono di arrendersi e, dopo essere riusciti a salvare la bandiera reggimentale, si lanciarono sui soldati
austriaci fondendo il proprio corpo con il loro.
Creando un’unione surreale, vinti e vincitori, precipitarono nell’abisso profondo quasi 1400 metri.
Il luogo dove avvenne questo tragico episodio, sull’appicco sommitale del Cengio, venne allora chiamato
il Salto del Granatiere.
I pochi soldati italiani che riuscirono a sopravvivere furono presi prigionieri.
Il restante delle truppe non direttamente coinvolte, ripiegò verso la testata della Val Canaglia dove la Brigata Modena li
attendeva al completo.
Dopo giorni di combattimenti si registrarono pesanti perdite tra le fila italiane.
Tre brigate di fanterie risultavano quasi annientate e si calcola che più di 10.000 soldati si trovavano fuori combattimento.
Chi non fu fatto prigioniero, risultava disperso, e quindi andava considerato come morto.
Anche da parte austriaca però ci furono perdite importanti.
L’assalto al Cengio era un costato prezzo molto alto: dalla relazione austriaca vi furono 57 morti, 211 feriti e 63 dispersi.
Oltre a questo, agli austriaci rimasero 350 fucili e qualche mitragliatrice, e questo solo nella zona del Cengio.
Perdite analoghe le subirono nel frattempo anche altri reparti impegnati coi Granatieri.
Gli austriaci con uguale intensità e impegno attaccarono le posizioni di Monte Barco, Monte Belmonte e Malga della Cava
nei quali valorosamente resistettero altri Granatieri del 1° Reggimento, quelli del Battaglione guidati dal Maggiore Rossi,
composto per lo più da studenti universitari.
Nella notte il Generale Pennella comunicò l’ordine ai Granatieri di ripiegare nel fondovalle dato che fino ad ora non era
stato possibile inviare altri uomini in sostituzione degli esausti combattenti.
Sul Monte Paù gli stremati Granatieri si arrampicarono di notte con due Battaglioni del 211° Fanteria per formare una
nuova linea di difesa fino al Monte Busibollo, a sud della Val Canaglia.
Alle ore 6:00 della mattina del 15 giugno, l’artiglieria austriaca iniziò a bombardare intensamente il tratto che va dal
Monte Paù al Monte Zovetto.
Due ore dopo iniziò l’assalto della fanteria e lo scontro si prolungò tutta la giornata con gli italiani che non vollero
concedere un metro al nemico.
Di notte il fuoco cessò senza che lo sfondamento ebbe successo.
La mattina del 16 giugno vi furono altri bombardamenti intensi da parte degli austriaci, seguiti nuovamente dalla fanteria.
Anche in questo caso le truppe del Regio Esercito bloccarono un primo e un secondo attacco.
La resistenza dei Granatieri si protrasse in questo punto per giorni, grazie anche al supporto dei reparti delle
Brigate Pescara, Modena e Catanzaro e permisero l’arrivo di ulteriori rinforzi dall’Isonzo che andarono poi
a formare la 5° Armata.
In pratica il 3 giugno fu l’ultimo giorno in cui gli austriaci vantarono un successo.
Stremati dalla resistenza dei Granatieri e ormai anch’essi privi di uomini e mezzi, si attestarono sulle loro posizioni.
In quel momento Cadorna decise di passare al contrattacco e di riconquistare il terreno perso.
Dei 6.000 uomini della Brigata Granatieri di Sardegna che erano giunti nella zona del Cengio a maggio, il 4 giugno si
radunarono sul Paù circa 1.300 superstiti.
Le perdite complessive registrate dai Granatieri, dai militari di altri corpi e dai Reggimenti di Fanteria 211°, 212°, 154° 142° e
144°, tra il 29 maggio e il 3 giugno furono: per gli ufficiali di 51 morti, 112 feriti e 77 dispersi, mentre per i soldati
di 1.098 morti, 2.482 feriti e 6.444 dispersi per un totale di 10.264 uomini.
La strenua resistenza degli italiani e la consapevolezza di non avere più mezzi e risorse per prolungare la battaglia, fece propendere il Comando Supremo per il ripiegamento lungo posizioni più arretrate.
Gli austriaci, fallita la Strafexpedition, si ritirarono dal Monte Cengio, (che il 24 giugno tornò in mano italiana) e mantennero
l’occupazione del Monte Cimone di Tonezza, appostandosi anche sulle alture a nord della conca di Asiago.
Gli italiani, una volta ripreso possesso della montagna e delle aree circostanti, decisero di realizzare nuove fortificazioni
articolate su tre successive linee: la linea di massima resistenza, la linea di resistenza a oltranza e la linea di difesa marginale.
La prima era formata da tanti piccoli posti di sorveglianza situati in posizione avanzata sul ciglio della Val d’Assa, a
guardia degli impervi sentieri che dal fondovalle risalivano lungo i dirupi.
La line di resistenza a oltranza era la più importante e consisteva in un sistema di postazioni difensive unite tra loro da
un’unica lunga trincea.
A tale scopo il Genio Zappatori realizzò sul Cengio, facente parte di questa linea di difesa, un’arditissima mulattiera di
arroccamento chiamata “La Granatiera”, in onore dei soldati italiani che qui sacrificarono la loro vita.
Questo percorso sfruttava le cenge naturali del monte e attraversava in galleria le fasce rocciose impraticabili, risultando
invisibile all’occhio nemico, ma consentendo il transito di uomini e materiali anche di giorno.
Non meno importante, le gallerie fornivano un riparo per le truppe in caso di nuovi bombardamenti.
Questa montagna ora poteva contare su solidi capisaldi difensivi individuati dalle quote 1.363, 1.312, 1.351, 1.356 e 1.332,
rilievi che dominano dall’alto la Val d’Astico.
Monte Cengio, Monte Belmonte, Monte Barco, Monte Busibollo e Malga Ciamarella divennero dei fortini naturali che
si supportavano a vicenda, andando a costituire un complesso difensivo che non fu più coinvolto in vicende belliche.
L’ultima linea, quella di difesa marginale, non fu mai ultimata, e costituiva la più arretrata linea di difesa sfruttando le
alture a sud dell’Altopiano di Asiago.
Era l’estremo baluardo difensivo in caso di cedimento delle altre due linee ma, col nemico ormai in rotta, in queste zone
non vi furono più scontri.
Con la legge n° 534 del 27 giugno 1967 il Monte Cengio è stato dichiarato Zona Sacra. 

L’Altopiano di Asiago è stato uno dei settori del fronte maggiormente coinvolti negli scontri bellici della Grande Guerra,
specialmente negli anni 1916 e 1917.
Oggi l’area monumentale e la Zona Sacra del Monte Cengio, sono uno dei luoghi più frequentati di tutto l’Altopiano per
facilità e brevità dei percorsi, per l’incredibile panorama che offre sulla pianura veneta e soprattutto per importanza storica.
Quello qui proposto è il classico giro ad anello che comprende il percorso lungo “la Granatiera”, con le deviazioni per
visitare tutte le postazioni in caverna, gallerie, trincee e punti di osservazione realizzati dai soldati italiani rientrati in
possesso della montagna, dopo l’occupazione austriaca.
E’ in una bellissima giornata di sole che lascio Asiago per portarmi verso la propaggine del Cengio.
Lascio comodamente l’auto nel Piazzale Principe di Piemonte, raggiungibile per la strada del Cengio dopo 3,5 km dal bivio
salendo da Cogollo del Cengio o scendendo da Treschè Conca.
La strada asfaltata prosegue oltre fino al Piazzale dei Granatieri ma, arrivando fin là, mi perderei tutta la prima parte di
questo incredibile percorso.
Una lapide sotto la chiesetta del Donatore di Sangue poco sopra ai posti auto riporta le seguenti parole:

la lapide al Piazzale Principe di Piemonte

la lapide in memoria dei caduti nel piazzale

“Ai prodi figli di questa terra Gran.
Carlassare Martino Gran.
Mioni Giovanni fiorenti giovinezze stroncate nella conquista dei sacri naturali confini della patria 1915-1918

– con perenne gratitudine sezione combattenti reduci di Cogollo del Cengio, 5 agosto 1984” –

Dal piazzale mi porto nei pressi dei grossi pannelli storici dove è presente anche l’indicazione del sentiero n° 651.
Prima di intraprendere l’escursione, sarebbe bene avere in mente, a grandi linee, i principali fatti storici qui avvenuti e
procedere con il dovuto rispetto, immaginando l’estremo sacrificio dei nostri soldati italiani che qui versarono il loro
sangue e si sacrificarono per la libertà dell’Italia.
Percorro un primo tratto su cemento passando sotto un’enorme cisterna d’acqua, (ora chiusa), che riforniva le
truppe che combattevano sul Cengio, data la mancanza del prezioso liquido in questa zona.
A fianco della cisterna visito anche un primo ricovero in caverna per uomini e piccola artiglieria.
Ridisceso qualche metro sulla mulattiera, di fine pietrisco e pianeggiante e continuo verso ovest bordeggiando boschi di
latifoglie e piccole radure erbose, fino ad arrivare in un piccolo piazzale dove sul terreno si vedono ancora i muretti in pietra
di alcuni ricoveri e quelli di sostegno alla strada.
Sulla destra, tra le rocce, si trova l’ingresso della lunga Galleria Cannoniera che ovviamente vado a visitare una
volta infilata la frontale.

La Galleria Cannoniera
L’ingresso, in bella muratura e pietra, reca l’iscrizione “Cannoniere in caverna per 4 pezzi da montagna”.
Qui erano alloggiati i cannoni da 70 mm che tiravano dalle apposite postazioni nella roccia verso la testata della Val Silà.
Questa galleria venne costruita tra la primavera e l’estate del 1917 dal Drappello Autonomo 2° Compagnia Minatori
appartenente al Comando Genio del XXVI Corpo d’Armata sotto il comando del Tenente Cardillo.
Le sue misure sono di 2 metri di larghezza per 74 di lunghezza, mentre il fronte della batteria è largo
complessivamente 24 metri.
In essa ci sono 4 caverne per deposito munizioni profonde circa 3 metri; in alcune si vede sul soffitto ancora del
legname dell’epoca.

monte cengio

la galleria cannoniera

La galleria è chiusa e terminata la visita ritorno sui miei passi fino a ricongiungermi col sentiero.
Salgo leggermente di quota fino a portarmi al vero inizio della strada che prende il nome di “Granatiera”, in onore
della Brigata Granatieri di Sardegna.
Raggiungo un piccolo bivio che sulla destra mi porta dentro la Galleria della Granatiera che consiglio di vedere subito.
Questa galleria è aperta e andando dritto si proseguirebbe col percorso; tuttavia consiglio di non continuare per il
momento in quanto sopra di noi si snoda un’importante ridotto con trincee da visitare e che recupereremo tornando indietro.
Non prima però di aver visitato l’Osservatorio.
Per i più “atletici” a circa metà di questa galleria se ne stacca un’altra laterale sulla sinistra, in posizione sopraelevata.
Per raggiungerla sono stati infissi nella roccia alcuni pioli di ferro in stile ferrata.
Nulla di complicato ma il passaggio richiede attenzione e un piccolo sforzo.
L’uscita nel vuoto dalla roccia è protetta con due cavi d’acciaio ma è bene non sporgersi.
La vista è davvero impressionante sulla pianura sottostante e sui monti Summano e Priaforà.
Ritorno a questo punto indietro sul sentiero dal quale sono venuto e proseguo in direzione della trincea, poco più in alto,
senza così lasciare indietro un solo metro di questo percorso.
Alcuni gradini intagliati nella roccia mi catapultano nella trincea che corre tra le rocce e per uno stretto passaggio
protetto da paratie in legno.
Rimanendo sempre nella trincea, ignoro l’esile traccia che si inoltra nel bosco sulla destra.
Alcuni scalini in discesa conducono lungo la prosecuzione dell’itinerario, al ridotto di Quota 1363.

Il Ridotto di Quota 1363
Questo Ridotto rientra nel più ampio sistema difensivo messo a punto una volta conclusa la battaglia sul Cengio.
I tre capisaldi di cui si componeva, (il secondo è a Quota 1351 e il terzo alle Quote 1356 e 1332), potevano contare su
postazioni in pozzo per mitragliatrici, postazioni in caverna e camminamenti di raccordo protetti.
Questo punto in cui ci troviamo, data la quota (la più elevata), si rivelò fin da subito ottimale per approntare una
valida difesa.
Pertanto si scavarono le trincee appena visitate, verso nord e verso ovest, si ricavò una cannoniera per 4 pezzi da
montagna di 70 mm e la Granatiera con Osservatorio.
Tutto intorno vi era inoltre un duplice ordine di reticolati con filo spinato.

trincea monte cengio

stretto passaggio in trincea

Da questo punto si osserva già un panorama immenso che spazia dalla pianura alle cime opposte al Cengio.
A est, poco più in basso è visibile l’uscita della Granatiera appena visitata.
Mi avvio verso una nuova galleria, una delle più grandi e lunghe, nella quale è stato posizionato un corrimano e alcune
grate metalliche al suolo nel punto più cedevole.
All’inizio abbastanza stretta, la galleria si allarga sempre più, fino a sfociare in un grande stanzone dove sulla sinistra
un’immensa parete in cemento contiene il sistema idrico del Cengio.
Un corridoio stretto tra roccia e cemento, consente di uscire su un pulpito naturale panoramico dal quale si può vedere
una feritoia dell’acquedotto.


L’Acquedotto di Monte Cengio

Questa montagna è sempre stata priva d’acqua e la sopravvivenza dei soldati impose la costruzione di un acquedotto
che nel gennaio 1917 iniziò a funzionare fino a Malga Forcella.
Questo acquedotto, potenziato e ampliato poco dopo, alimentò una vastissima serie di tubazioni che andava dal
Monte Barco e Monte Pannocchio verso la Val d’Assa fino a Cima Arde e, ad est, verso la Val Canaglia raggiungendo
persino Treschè Conca a nord.
Il dislivello di 1.150 metri veniva superato mediante due stazioni di sollevamento.
L’acqua veniva pompata dal torrente Astico fino al serbatoio in caverna della capacità di 150 mc posto lungo la “Granatiera”
per poi essere distribuita in zona.
Il ramo più importante raggiungeva Campiello dove avveniva il grosso del rifornimento delle truppe italiane collocate
a sud dell’Altopiano.

monte cengio

la feritoia del serbatoio dell’acqua

Appena uscito da un’altra galleria, mi ritrovo sulla parte a strapiombo verso la pianura e lo sbocco della Val d’Astico.
La mulattiera si mantiene sempre piuttosto larga e segue l’andamento naturale delle cenge della montagna.
La parte aggettante nel vuoto è protetta da un cordone di cavi metallici, ma le vertigini è meglio averle lasciate a casa.
Tutta questa parte fino alla sommità del Cengio, come testimoniano le numerose foto d’epoca, era molto meno larga,
in quanto in alcuni punti vennero erette delle baracche di legno.
Inoltre non c’era alcuna protezione verso lo strapiombo.
Il solo pensare di muoversi su questi terreni a quel tempo, in condizioni difficili o addirittura sostenere uno scontro
armato fa star male.
Dopo una curva si può osservare lo sviluppo del percorso e la chiesetta votiva dei Granatieri di Sardegna, costruita poco
più in alto rispetto al Piazzale dei Granatieri, già visibile.
Continuo su fondo roccioso alternato a cemento e pietrisco fino ad entrare in un’altra galleria, e da qui scendo per una
lunga scalinata incontrando sulla destra un altro ricovero in caverna.
Dopo un tratto cementato a tornanti, mi ritrovoi ad un bivio dove mi tengo sulla destra arrivando al grande Piazzale
dei Granatieri dove è presente il Rifugio al Granatiere.
In loco è stato posto un monumento ai caduti recante queste parole:
“Ai gloriosi caduti di tutte le guerre pax et honor nel nome d’una patria comune qui su queste sacre cime vollero
issato il Tricolore

A perenne e doverosa riconoscenza gli ex combattenti e reduci di Cogollo del Cengio, 9 agosto 1981
”.
Poco più in alto rispetto al rifugio, è stata costruita una piccola chiesetta votiva dei Granatieri di Sardegna ornata
all’interno nel 1999 dalla pala della Madonna del Granatiere di Ernani Costantini.
All’esterno della chiesa è stata posta nel 1975 la scultura del Granatiere del Cengio costruita dall’artista Giocondo Zordan
con schegge di granata, ed eretta dagli Alpini di Cogollo del Cengio in onore degli eroi che tra maggio e giugno 1916
si immolarono per fermare l’invasione austriaca della pianura vicentina.
Onore sempre ai caduti, non dobbiamo mai dimenticare gli importanti avvenimenti che sono avvenuti qui.

sentiero dei granatieri

Ridisceso al piazzale mi dirigo verso il proseguo del sentiero, sull’orlo dello strapiombo dal quale si può ammirare
una vista superlativa, specialmente nelle giornate più terse.
Nel fondovalle si vedono chiaramente verso sud-est i primi paesi che si affacciano sulla pianura, tra cui il più
importante è certamente Piovene Rocchette, mentre più a sud è il rilievo boscoso del Monte Summano.
Ridiscendo per un tratto cementato in esposizione, fino a raggiungere un piccolo pianoro sul quale è posta la targhetta
con l’indicazione del luogo, Piazzale dei Granatieri 1.275 m., e le indicazioni per il Monte Cengio, sempre lungo il
sentiero n° 651.
Un breve tratto in salita intagliato nella roccia e protetto da un muretto, mi conduce all’ingresso di una lunga galleria
munita di ampi finestroni che consentono una splendida vista verso valle.
Salendo in galleria arrivo in un punto dove nella roccia è stato ricavato il simbolo della 93° Compagnia Zappatori
della 12° Divisione.
Questo tratto è stato recentemente rinforzato con piloni in ferro affondanti nel cemento, per sostenere la roccia
e evitare crolli.
Una soluzione certamente impattante e invasiva ma alternative forse non ce n’erano.
Continuo l’ascesa alternando tratti nella roccia ad altri all’aperto, sempre a strapiombo sulla pianura veneta.
Questa mulattiera continua a sorprendere ad ogni passo e rappresenta una delle più grandi opere dell’ingegneria militare.
Proseguo per una galleria di forma elicoidale, nella quale è stato posto anche un corrimano per aiutare la progressione
dato il terreno roccioso molto sconnesso e spesso scivoloso.
Sono quindi di nuovo all’aperto, in uno dei punti più spettacolari del percorso, sospeso nel vuoto lungo una cengia con
una splendida vista sul Monte Priaforà che si para di fronte, con alle spalle il complesso montuoso delle Prealpi Vicentine.
Seguo le sinuose curve del percorso lungo la roccia della montagna dove sulla destra si trovano alcuni ricoveri in caverna.
Dopo qualche altro tratto in salita e qualche altra curva, mi ritrovo direttamente sotto la croce di vetta del Monte Cengio.
Solo che da qui è impossibile raggiungerla e per farlo basta solo continuare lungo il percorso.
Superato un altro ricovero in caverna, mi accingo a salire uno strettissimo passaggio scalinato fra le rocce chiamato
il “Salto del Granatiere”, quota 1.351.
Una rete metallica anti-frana è stata distesa lungo la parete destra per evitare cadute massi sulle persone, una
soluzione però antiestetica in un luogo simbolo della battaglia del Cengio.
Saliti gli scalini, sulla sinistra è presente un pianoro roccioso naturale dove durante il conflitto sorgeva un baraccamento.

Il Salto del Granatiere
Questo punto, pur non rappresentando la cima più elevata del monte, è considerata la principale.
Data l’importanza di questo punto strategico, gli austriaci ne avevano fatto l’obiettivo di conquista primario.
Tutta la linea di difesa italiana era collocata qui, e poco oltre, viene ricavata una galleria sede di comando.
Questa linea estrema fu presa più volte di mira dall’artiglieria austriaca e contesa dai Granatieri nell’assalto finale del
3 giugno 1916, tanto da meritarsi il titolo di “Salto dei Granatieri” (o “del Granatiere”) a ricordo della difesa disperata.
Queste le parole del Generale Giuseppe Pennella:
“Si narrava già di aver veduto rotolare per le rocce strapiombanti sull’Astico nel furore dell’ardente lotta, grovigli umani di
austriaci e granatieri!”.
Questa invece la testimonianza dell’Aspirante Franco Bondi, ufficiale del IV Battaglione del 1° Reggimento
Granatieri di Sardegna:
“Improvvisamente poi verso le 2 pomeridiane, il nemico ci assalì alle spalle e contemporaneamente anche di fronte,
data la sorpresa e le condizioni disperate in cui ci trovavamo si svilupparono una serie di combattimenti singolari con
bombe a mano e fucileria da parte del nemico e all’arma bianca da parte nostra…
Fui testimone oculare di atti di eroismo dei miei granatieri, e di quelli della sezione mitragliatrici che si trovava
immediatamente alla mia destra, di cui un caporal maggiore, servente continuò a far fuoco coll’arma fino a che fu
ucciso a baionettate sul pezzo e così pure le vedette, sorprese dall’attacco furono finite a baionettate”.

monte cengio

lo stretto passaggio tra le rocce

Manca quasi il respiro sapendo che su ogni roccia dove poggiamo i piedi, è stato versato del sangue di giovani ragazzi
che per una difesa estrema del Paese si sono lanciati all’assalto del nemico gettandosi nel vuoto, privi com’erano di
munizioni e mezzi, rifiutandosi di arrendersi.
Insisto su questa cengia ora con un tetto naturale di roccia e abbasso pertanto un po’ la testa.
Sono arrivato all’ingresso della grande Galleria di Comando e Ricovero, oggi illuminata e messa in sicurezza da un
cavo d’acciaio, sebbene quest’ultimo non serva, essendo pianeggiante la galleria.
All’interno si trovano gli anfratti dove erano alloggiati i pezzi di artiglieria da 149 mm dotati di feritoie nella roccia dalle
quali si poteva sparare.
Sul terreno, ancora presenti, i binari dove ruotavano i cannoni.
Si può uscire dalla galleria proseguendo dritti, oppure prendendo il tunnel laterale alla sinistra, più basso e stretto che,
dopo la discesa, all’uscita risale qualche gradino su roccia.
Ci si ritrova in entrambi i casi nello stesso punto, nel Piazzale Pennella dove sono poste due iscrizioni:


Il Piazzale Giuseppe Pennella e la Galleria di Comando

A ricordo dei reparti di fanteria delle brigate Catanzaro – Modena – Novara – Trapani che qui valorosamente combatterono
a fianco dei Granatieri dal 29 maggio al 3 giugno 1916
– Ass. Naz. Granatieri di Sardegna, 4 giugno 1989.
“ Al Generale Giuseppe Pennella che paternamente li amò e fu sempre loro compagno nel fango delle trincee e
nell’incendio delle battaglie
– I Granatieri di Sardegna, 14 giugno 1953.
Questo piazzale, oggi denominato Piazzale Pennella in onore del Comandante della Brigata Granatieri di Sardegna,
costituì durante il conflitto il punto nevralgico delle operazioni sul Cengio.
In questo luogo il 3 giugno 1916 il Comandante del 4° Battaglione del 1° Reggimento Granatieri di Sardegna, Capitano
Federico Morozzo della Rocca, nominato già dal 31 maggio comandante del settore del Monte Cengio, diresse tutta
la battaglia difensiva.
Nei giorni precedenti, mentre gli austriaci tiravano costantemente coi loro pezzi di artiglieria sulle postazioni italiane e
sferravano ripetuti attacchi con la fanteria, i fanti italiani tentarono di adattare il terreno alla difesa.
Nelle rocce del Cengio, con pochissimi e rudimentali attrezzi da scavo, vennero scavate alcune trincee protette da muretti
a secco formati da tutte le pietre che si riuscirono a trovare nei dintorni.
Nei pressi venne anche steso un unico filo di reticolato, troppo poco per rappresentare un vero ostacolo e coprire di
conseguenza tutto il fronte.
Nell’adiacente galleria, il Capitano Federico Morozzo della Rocca collocò la Sede di Comando del settore del Cengio.
La caverna fungeva anche da posto di primo soccorso sanitario, e al suo interno vennero trasportati i feriti.
Ricorda il Tenente Giacomo Silimbani, Aiutante Maggiore in II del Capitano Morozzo della Rocca:
“Venni portato al posto di medicazione situato in caverna, già pieno di feriti e posto in una barella.
Fuori il combattimento era accanitamente impegnato ma io non sentivo che il frastuono confuso.
Mentre un caporal maggiore di sanità stava fasciandomi la seconda ferita, irruppero nella caverna gli austriaci…
Semisvenuto venni trasportato dagli stessi granatieri portaferiti, per ordine di un ufficiale austriaco, al posto di medicazione
nemico e poi a Pedescala, presso una sezione di sanità”.
I due cannoni da 149 mm alloggiati nella Galleria di Comando, vennero portati all’esterno e collocati proprio sul
piazzale antistante l’ingresso.
Per qualche tempo riuscirono a contrastare gli attacchi austriaci, anche se ben presto, sia per la mancanza di munizioni,
sia per evitare col loro rumore di rivelare la posizione al nemico, vennero messi al silenzio.
Le truppe imperiali sferrarono attacchi sia a sinistra (Quota 1332) sia a destra (Val Barchetto e Monte Barco) riuscendo
a conquistare qualche posizione nei dintorni del Cengio, circondando di fatto gli italiani.
Mitragliatrici austriache battevano la strada che congiungeva questo settore con la Val Canaglia, costringendo le nostre
truppe a sospendere l’invio di rifornimenti, comprendenti munizioni, viveri e acqua.
Il 3 giugno, previo bombardamento, gli Schützen del Colonnello Alpi che avevano l’ordine di conquistare Quota 1363,
si persero nel bosco e alle ore 14:00 dello stesso giorno, arrivando dalla sottostante Val Silà, assalirono per errore
la Quota 1351, il piazzale e la Galleria di Comando, riuscendo a sopraffare gli esausti granatieri che furono costretti a
un ultimo assalto alla baionetta.
Vennero catturati l’intero presidio italiano e questa quota di Monte Cengio.
L’Aspirante Attilio Discepoli, ufficiale del 1° Battaglione Granatieri Sardegna scriveva:
“Io mi trovavo proprio sotto i due pezzi di artiglieria; mi separava dalla loro piazzola situata innanzi alla caverna, alla fine
della strada, uno strapiombo dell’altezza di 6 o 7 metri.
Siccome non vi era affatto trincea, si cercò subito di improvvisare una specie di muricciolo con delle pietre trovate sul
posto, essendo la natura del terreno rocciosa.
Questo è stato l’unico riparo anche in seguito, non essendosi mai avuto neppure un filo di ferro con cui costruire una
specie di reticolato…
Verso le ore una dopo mezzogiorno (3 giugno 1916), mentre era massima l’attenzione per scoprire il nemico, sento
tutto ad un tratto a sinistra indietro, a breve distanza delle grida in lingua a me sconosciuta…
Nello stesso tempo mi rivolgo con la pistola in pugno e vedo quasi immediatamente spuntare al di sopra di me le
teste di alcuni austriaci che si erano gettati a terra sulla strada, che era a picco sulla mia testa alla sinistra di 6 – 7 metri.
Sparo due soli colpi con la pistola, mentre vedo affacciarsi delle altre teste, e sporgere punte di fucile che fanno fuoco e
braccia che lanciano bombe a mano.
Non passa però nemmeno mezzo minuto che vengo ferito da un colpo di pistola che mi spezza il braccio sinistro.
In seguito alla ferita perdetti immediatamente conoscenza.
Sentii confusamente ancora qualche colpo intorno a me, poi delle grida, poi più niente”.
Ancora, il Capitano Federico Morozzo della Rocca alle ore 15:00 sulla sommitale del Cengio:
“Sono circondato da tutte le parti e incalzato e premuto.
Sono esaurite le munizioni.
Che fare? Arrendersi? No, mai!”.

monte cengio

la Galleria di Comando con le postazioni per l’artiglieria

Prima di riprendere il cammino, sosto per un po’ in questo piazzale.
Nel frattempo lascio vagare lo sguardo sul bel panorama che si apre verso l’Altopiano di Asiago.
Si distinguono chiaramente, da sinistra a destra, Cima Vezzena, Campolongo, Monte Verena, Cima Portule, Cima XII,
Monte Zebio e Monte Barco, oltre ai paesi di Rotzo e Mezzaselva di Roana.
Riprendo il cammino imboccando l’ampia e comoda mulattiera verso la sommità del Cengio, Zona Sacra.
Lungo il percorso si apre un altro splendido panorama verso il Pasubio, teatro anch’esso di scontri sanguinosi durante
il conflitto, Monte Maggio, Monte Toraro, Priaforà e Spitz Tonezza.
Nel fondovalle, alla confluenza della Val d’Astico e della Val Posina, Arsiero.
Una grande scalinata accompagna verso il pianoro sommitale della montagna dove, oltre alla grande croce di vetta,
sono state poste alcune lapidi in ricordo degli eroi caduti.
Dobbiamo alla fede, al patriottismo e alla tenacia dei Granatieri e delle popolazioni vicentine, se il ricordo degli eroi
del Cengio è stato tramandato fino a noi, sulla terra che vide uno delle più sanguinose battaglie del fronte degli Altipiani.
Nella Zona Sacra portare rispetto è assolutamente doveroso.
Nel dopoguerra sulla sommità del Cengio venne posta una lapide con incise queste parole:

La cima di Monte Cengio e la Zona Sacra

Monte Cengio

“Ai morti dell’invitta Brigata Granatieri che a Monte Cengio e Cesuna salvarono l’Onore dell’Italia”.
Nel 37° annuale della battaglia l’Associazione Nazionale Granatieri a ricordo dei duemila commilitoni caduti,
su un’altra lapide scrisse: 
“Qui attuando il comandamento sublime della resistenza ad ogni costo, i Granatieri di Sardegna fecero rifulgere le
virtù degli avi e le gloriose tradizioni del Corpo
– 24 maggio-3 giugno 1916”.
Dei 6.000 granatieri che erano giunti sul Cengio il 22 maggio 1916, la notte del 4 giugno si riposizionarono
sul Monte Paù 1.300 superstiti.
Quando questi, pochi giorni dopo sfilarono per le strade di Marostica, la popolazione rimase incredula, convinta che
di lì a poco sarebbe passato il resto dei soldati.
Morti, feriti, dispersi e prigionieri erano invece rimasti sulla zona del Cengio, fra Treschè e Cesuna.

Sporgendomi sullo strapiombo che dà sulla conca di Arsiero, resto impressionato nel vedere tutto il percorso di
arroccamento fatto.
Una mulattiera militare arditissima che corre sulle balze rocciose, frutto dell’ingegneria militare dell’epoca che
probabilmente, se fosse stata costruita prima dei tragici eventi, avrebbe salvato molte vite.
La vista sulla pianura e sul gruppo del Priaforà è impressionante.
Nei pressi della vetta è stata anche posizionata una tavola di orientamento con inciso tutti i nomi dei gruppi montuosi
che si stagliano a perdita d’occhio.
Ritorno al Piazzale Pennella dalla strada fatta per salire.
Qui, prima di proseguire dritti in discesa verso il Piazzale dei Granatieri, prendo verso ovest il sentiero n° 643 per la
visita di altre postazioni italiane.
Subito sulla destra alcuni gradini scendono verso una postazione in caverna per una sezione di artiglieria da
montagna costruita nel 1917 dalla 9° Compagnia del Genio Direzione di Garda e Monte Barco.
La galleria è completamente visitabile con la frontale ma la zona d’ingresso, così come la discesa all’interno, sono
costituite da un terreno infido e scivoloso per il quale occorre fare attenzione.
Scesi parecchi metri arrivo nell’alloggiamento di due postazioni di artiglieria, a destra e a sinistra.
Sempre a sinistra, la galleria si restringe e si abbassa notevolmente per uscire più avanti in mezzo al bosco sul
lato nord della montagna, dove si continua in mezzo ad un’altissima trincea protetta, costituita da pietre incastonate
alla perfezione a formare due muretti a secco.

Si può procedere per un po’ nel bosco ma il terreno in questo punto è veramente malmesso con grandi pozze d’acqua,
moltissimo fango e passaggi di leggera arrampicata su roccia scivolosa.
La trincea è davvero incredibile, strettissima, tanto che a malapena passa una persona magra.
Oggi io faccio fatica nella progressione con la melma fin sopra le caviglie e devo stare attento a non scivolare su
queste roccette viscide.
Immaginiamo come doveva essere spostarsi velocemente al suo interno, assediati dal nemico e con i colpi delle
artiglierie che si abbattevano nelle vicinanze, senza nemmeno guardare dove si poggiavano i piedi! 
Quando gli alti muri a secco terminano, la trincea, ora di altezza inferiore, continua nel bosco diramandosi in più punti ma,
essendo inerbita e invasa dalla vegetazione, decido di terminare qui la visita e tornare sui miei passi, ripercorrendo tutta la
galleria in salita.
All’uscita, di nuovo nei pressi del Piazzale Pennella, continuo ad ovest per la mulattiera militare ancora incredibilmente
selciata che si inoltra nel bosco.
Passo accanto ad un altro grande ricovero in caverna, visitabile, e arrivo in un’altra zona trincerata, la Trincea dei Granatieri.
Seguo la trincea parallelamente alla strada militare, ora in leggera salita, fino ad arrivare sotto una palina segnaletica
indicante alle spalle la postazione dell’Osservatorio.
Prendendo un qualsiasi ramo (destra o sinistra non ha importanza), passo in mezzo ad un altro breve tratto, protetto dalla
trincea, fino a sbucare su un pianerottolo naturale a strapiombo su Arsiero.

La Trincea dei Granatieri e la Quota 1332

la trincea dei granatieri

Quest’opera difensiva doveva appunto proteggere l’accesso sommitale al Monte Cengio dagli attacchi che
giungevano dalla Val Silà.
Così la descrive l’ufficiale dei Granatieri Aspirante Attilio Discepoli:
“Una strada militare che portava da Campiello conduceva fino alle caverne, di qui incominciava un sentiero che
conduceva lungo il costone del monte fino a un trincerone di una trentina di metri di lunghezza, scavato nella roccia,
da dove il monte incominciava a scendere verso Punta Corbin”.
Quota 1332 era il punto in cui poggiava tutto il sistema difensivo del Cengio, sia durante, che dopo la battaglia del
giugno 1916.
Per la sua ardita posizione, difficile da conquistare, venne scelta dalle truppe austriache per l’assalto alla montagna.
La quota era collegata alla vicina trincea, e il 30 maggio 1916 venne eroicamente difesa dai Granatieri del 1°
Reggimento dall’attacco austriaco, diretta conseguenza del contrattacco italiano per la riconquista del Forte di Punta Corbin.
In seguito confluirono in questo luogo i fanti delle Brigate Novara, Catanzaro e Pescara che, assieme ai Granatieri
del 4° Battaglione guidati dal Capitano Morozzo della Rocca e altri superstiti di altri battaglioni, tentarono in tutti i modi
di arginare l’attacco finale austriaco del 3 giugno.
Le avanguardie austriache proprio a Quota 1.332 riuscirono ad aggirare le difese italiane e ad infilarsi tra le fila dei
soldati italiani percorrendo il ciglio del burrone sulla Val d’Assa.
In questo modo i Granatieri impegnati a difendere le altre Quote 1.351 e 1.363, rivolti a nord, furono attaccati alle
spalle dagli Schützen provenienti da ovest, trovandosi in una posizione disperata.

arsiero

la sottile cengia che porta alla postazione dell’Osservatorio

Uno strettissimo sentiero protetto, prosegue lungo la cengia qui presente e conduce all’Osservatorio.
La sensazione di vuoto è veramente fortissima e le vertigini sono vietatissime.
Un muretto in pietra sullo strapiombo e l’ingresso in una piccola caverna dopo pochi metri mi riportano più al sicuro.
Nella caverna è presente una “finestra” nella roccia con uno straordinario punto di osservazione.
Il vero Osservatorio però si trova poco oltre, dopo aver percorso ancora qualche metro nel vuoto.
Arrivo ad un riparo protetto e interdetto a persone alte più di 1,80 metri (che, come me, dovranno accucciarsi),
in posizione arditissima.
Due feritoie consentivano una vista incredibile sulla pianura vicentina e sulla conca di Arsiero, verso il gruppo del Priaforà.
Pensare anche solo di passare qualche ora di vedetta in questo punto, con meteo avverso e temperature rigide,
fa girare la testa.
Terminata la visita, con molta attenzione, ritorno a Quota 1.332 per poi imboccare nuovamente la strada militare in
direzione del Piazzale Pennella, dal quale procedo comodamente fino al Rifugio al Granatiere.
Il ritorno fino a Piazzale Principe di Piemonte avverrà chiudendo un anello lungo la strada asfaltata in circa venti minuti.

Escursione semplicemente pazzesca lungo le cenge di questa montagna, che fu teatro di importantissimi avvenimenti
durante la Prima Guerra Mondiale.
Una delle più interessanti e panoramiche di tutto l’Altopiano di Asiago e, assieme alla “Strada delle 52 gallerie” del Pasubio,
la più spettacolare di tutto questo settore prealpino.
Il tracciato segue la mulattiera di arroccamento (detta “La Granatiera”) verso la cima del Monte Cengio; sospesa
letteralmente nel vuoto, corre a precipizio sulla Val Canaglia e sulla pianura vicentina.
Il tracciato è facile, breve e percorribile anche da chi è poco esperto
ad escursioni di un certo tipo in montagna.
Tuttavia, essendo la mulattiera costantemente molto esposta (ma protetta), l’anello qui proposto non è adatto a chi
soffre in modo intenso di vertigini.
Itinerario da abbinare ai sentieri che conducono a Forte Corbin le cui vicende belliche furono strettamente legate al Cengio.
Come le escursioni a Punta Corbin, un anello imperdibile in grado di unire panorami mozzafiato in un luogo di
elevatissimo valore storico.

Relazione e fotografie di: Daniele Repossi