Monte Scorluzzo 3.094 m. (Italia – Trentino Alto Adige)
con visita alle postazioni austriache sullo Scorluzzino 2.995 m.

rifugio garibaldi


Località di partenza:
Passo dello Stelvio 2.760 m.

Quota di partenza: 2.760 m.
Quota di arrivo: 3.094 m.
Dislivello: 338 m. (dislivello totale positivo)
Posizione: il Monte Scorluzzo si innalza a sud-ovest dal Passo dello Stelvio ed è oggi una delle montagne più
ambite e frequentate a livello escursionistico.
Dalla sua cima si ha una vista da capogiro su alcuni giganti delle Alpi della Lombardia, del Trentino Alto-Adige e su
tutte le cime dell’Austria.
Dal Monte Scorluzzo è stato deciso l’andamento in questo settore delle vicende belliche della Prima Guerra Mondiale
Difficoltà: EE [scala dei livelli delle difficoltà]
Segnaletica e numero di sentiero:
dal Passo dello Stelvio al Passo delle Platigliole: sentiero n° 506
dal Passo delle Platigliole alla cima del Monte Scorluzzo: sentiero n° 506
Ore: 2h (andata / ritorno).
Le ore non tengono conto della visita alle postazioni difensive situate sulla cima e sull’anticima dello Scorluzzo
Distanza: 3,5 km
Tipo di terreno: asfalto, strada sterrata, sfasciumi, roccette, ghiaietto
Periodo: da fine giugno a fine settembre
Acqua lungo il percorso: nessun punto per potersi rifornire
Attrezzatura richiesta: classica da trekking
Utili ramponcini e bastoncini in caso di pendio ghiacciato o parzialmente innevato
Ritorno: per la via di salita.
Un percorso più lungo e ad anello scende lungo le linee fortificate italiane del Filon del Mot, attraversa il
Piano dello Scorluzzo e, passando ai piedi delle Rese, torna sul Passo dello Stelvio
Rifiuti in montagna: ecco cosa bisogna sapere prima di abbandonali


Tecnicamente in breve

Dal Passo dello Stelvio 2.760 m. si prende la via asfaltata a destra del grande parcheggio posto lungo la Statale, fino ad
arrivare ad un parcheggio più piccolo dal quale si stacca la strada sterrata del
Trincerone (n° 506), che sale con tre
tornanti e un lungo rettilineo al
Passo delle Platigliole 2.905 m.
Si lascia questa strada per prendere sulla destra la prosecuzione del sentiero n° 506 che per pietraie arriva su una
selletta tra il Monte Scorluzzo e la sua anticima (Scorluzzino).
Da qui, una breve deviazione sulla destra per roccette e sfasciumi porta alla croce di guerra in ricordo dei caduti
sullo
Scorluzzino 2.995 m.
Ridiscesi alla selletta si prosegue in salita su sentiero più ripido e un pò esposto.
Per sfasciumi, ghiaietto e roccette, si arriva infine sulla vetta del
Monte Scorluzzo 3.094 m.
Per la discesa seguiamo esattamente il percorso di salita.


La Grande Guerra sul Monte Scorluzzo

Il Monte Scorluzzo rappresentò durante il conflitto, il punto più strategico da conquistare per entrambi gli schieramenti
che da quassù potevano meglio difendere il confine che passava proprio di qui.
Due creste si dipartono da tale cime, quella di sud-ovest, chiamata il Filon del Mot, e quella di nord-ovest,
chiamata Le Rese.
Nei primi giorni di guerra le artiglierie italiane appostate nei pressi della cima erano puntate sul versante tirolese
del Passo dello Stelvio e, con l’ausilio di diverse postazioni osservatorio, spararono qualche colpo proprio sul Passo,
nei primi momenti solo debolmente difeso.
All’inizio del conflitto l’alto comando dell’Impero austroungarico, infatti, era maggiormente intenzionato a portare la guerra
verso il fondovalle e per questo arretrò la sua linea offensiva che si spingeva fino al Lago dell’Oro, presso
il Passo dello Stelvio.
Non di questa idea fu il comandante responsabile dell’occupazione della zona che in questo modo influenzò tutto
l’esito del conflitto.
Andreas Steiner, senza aver ricevuto alcun ordine, dopo precedenti tiri dell’artiglieria austriaca che avevano sgomberato
il campo, il 4 giugno 1915 con un’azione repentina occupò la cima e l’anticima del Monte Scorluzzo con una
sessantina dei suoi uomini.
Le truppe italiane abbandonarono incautamente la cima dopo i primi colpi ricevuti dall’artiglieria, facendo trovare terreno
sgombro all’avversario.
Le truppe del Regio Esercito, che avevano fortificato tutta la zona delle Rese, furono costrette ad arretrare per
assestarsi lungo la cresta del Filon del Mot, costruendo un altro villaggio militare e conseguenti fortificazioni.
Lo Scorluzzo durante il presidio austriaco venne potenziato enormemente in termini di opere difensive, e vennero
scavate nella roccia numerose caverne per riparare gli uomini dai proietti dell’artiglieria italiana
(che sparava qualche colpo dal Forte Dossaccio di Oga).
Fino al termine della guerra gli Alpini del Battaglione Tirano e del Battaglione Valtellina che qui combatterono, cercarono
inutilmente di rientrare in possesso della cima, che però rimase in mano austriaca fino al novembre del 1918.
Gli uomini su queste creste combatterono notte e giorno, estate e inverno scavando trincee nella roccia, nella terra e
nella neve, costruendo baracche, strade militari, osservatori e postazioni per artiglieria.
Numerose furono le incursioni militari, soprattutto degli Alpini (anche sul Cristallo), e numerosissimi caddero negli scontri.
Sul finire del conflitto gli austriaci, indeboliti sul fronte interno e sul confine europeo, iniziarono a cedere terreno ai
nemici fino ad arrivare all’armistizio.
Le truppe austriache che sull’Ortles si sentirono dei vincitori, furono travolte e deluse dagli eventi e per questo gli
uomini furono considerati dei vinti.
In realtà la Grande Guerra non vide né vinti, né vincitori, ma una sola immensa sconfitta: quella degli uomini.
Al termine delle ostilità da entrambi gli schieramenti non si riuscirono nemmeno a contare i morti e i dispersi;
2.200.000 uomini non tornarono più a casa.

postazione con feritoia

Feritoia di una postazione per fucileria

Anche questa mattina è un caos infernale.
Sembra che quassù, a quasi 2.800 metri di quota, si sia riversata tutta la pianura.
Lo Stelvio è sempre così, perlomeno nei mesi centrali dell’estate.
E’ il valico stradale più alto d’Italia e secondo in Europa dopo il Col d’Iseran.
Le bancarelle, i ristoranti e i negozi iniziano a riempirsi già di primo mattino di motociclisti, ciclisti, automobilisti, tutti in
cerca di qualcosa.
Chi di un semplice piatto, chi di un ricordo della famosa Cima Coppi del Giro, ma la cosa più ambita è la classica foto
ricordo, da soli o in gruppo, con lo sfondo dell’Ortles.
I parcheggi, alcuni molto grandi, esauriscono subito i posti per cui meglio muoversi di buon’ora.
E’ quello che ho fatto anche questa mattina, trovando comodamente posto nella grande area lungo la statale.
La prima cosa che faccio è quella di togliermi dalla bolgia, avrò tutto il tempo per godermi il panorama.
Risalendo il parcheggio, incrocio sulla destra una stradina asfaltata che porta agli altri parcheggi dove parte la funivia
per il rifugio Livrio.
La percorro ed entro nel primo parcheggio nel quale parte anche la strada del Trincerone che porta verso i ghiacciai.
La meta di oggi, il Monte Scorluzzo, è piuttosto frequentata, ma nulla a che vedere con la confusione che regna sul Passo.
L’escursione odierna ripercorre il sentiero fatto dagli austriaci durante la Prima Guerra Mondiale quando occuparono
la cima di questo monte sottraendola agli italiani.
Il Passo dello Stelvio e il Monte Scorluzzo sono i luoghi da dove partiva il confine tra Austria e Regno d’Italia agli inizi
del conflitto, confine che poi proseguiva verso oriente toccando tutti i più famosi gruppi montuosi fino ad arrivare
a Grado, mantenendo una punta rientrante verso la pianura veneta.
All’inizio del percorso, guardando verso l’alto, si vedono due rilievi montuosi ricoperti di terra e ghiaia.
Sono lo Scorluzzo (più alto) e lo Scorluzzino, oggi caratterizzati ancora dalla presenza di qualche nevaio dopo la
lunga primavera nevosa.
Il sentiero n° 506 inizia subito piuttosto forte con il respiro che, con la quota, si fa già un po’ corto.
La pendenza però aiuta le gambe ad entrare “in bolla”.

Dopo i primi due tornanti rimonto per qualche metro il costone alla mia sinistra, raggiungendo un pulpito roccioso
dal quale osservo un panorama veramente grandioso.
Alla sinistra si apre tutta la conca dell’Umbrail e della Forcola di Rims, col Giogo di Santa Maria e le prime montagne
della Svizzera.
A nord dirimpetto a me si stagliano il caratteristico Rifugio Garibaldi (sul Pizzo delle Tre Lingue), costituito dalle sue
curiose torri e merletti medievali, la Punta Rosa (alle sue spalle), e verso nord-est l’inizio della Valle di Trafoi e del
Südtirol con in bella vista il serpentone d’asfalto che scende dallo Stelvio.
Ovviamente ad accompagnarmi c’è anche lui, il gigante Ortles, ricoperto da immensi ghiacciai rilucenti al sole.
Dopo ancora un po’ di sforzo, percorrendo un lungo rettilineo in salita, arrivo al Passo delle Platigliole, un pulpito detritico
di origine glaciale, dal quale anche verso sud si apre il finimondo.
Le cime e i ghiacciai non si contano: solo per citarne alcuni, la Cresta della Reit, la Cima Piazzi, il Monte Scale,
il Bernina, il Cristallo.
La strada appena percorsa, servita alle truppe austriache per raggiungere lo Scorluzzo e trasportarvi i materiali per
fortificare la zona, è oggi usata come collegamento tra il Passo dello Stelvio e il comprensorio sciistico del Livrio.
Dal Passo lascio sulla sinistra la prosecuzione della strada e, come da indicazioni qui presenti, prendo a destra il sentierino
verso lo Scorluzzo.
In salita sempre ripida, su terreno sfasciumato raggiungo in breve la selletta posta tra la cima e l’anticima della
montagna, tra Scorluzzo e Scorluzzino.

monte scorluzzo postazione militare

Qui inizia anche il percorso didattico storico e il mio consiglio è quello di non tirare subito dritti per la cima.
Non c’è un percorso obbligato, basta spostarsi un po’ dal sentiero in qualsiasi direzione per vedere ovunque i resti
della guerra.
Un fitto ordine di trincee corre attorno allo Scorluzzino; ristrutturate di recente sono percorribili all’interno.
Alcune sono fatte con muretti in pietra, altre sono state scavate nella roccia.
Al termine di una trincea, sotto alcune rocce si vede la feritoia per la canna di un cannone ma purtroppo, essendo
franata l’area, non è possibile entrare nella postazione.
Lì vicino ma più a sud, c’è una postazione osservatorio con una feritoia ancora integra con vista sulla conca
delle Platigliole.
Accanto a due blocchi verticali di cemento, si vede un ingresso sotto la montagna chiuso da una lamiera di metallo
col lucchetto.
Probabilmente qui è il punto dove è stato ritrovato e asportato in tempi recenti il ricovero austriaco ancora
perfettamente conservato.
Un peccato non si sia potuto risistemare il ricovero facendone un museo nella montagna, ma d’altronde qui il clima a
queste quote non perdona.


Il rifugio austriaco del Monte Scorluzzo

Nel 2017 in un anfratto roccioso poco sotto al Monte Scorluzzo, invisibile anche dopo ricognizioni aeree (figuriamoci a
quei tempi per gli italiani), è stato ritrovato ancora intonso un ricovero austriaco, un rifugio militare giunto fino a noi,
grazie all’azione del ghiaccio che lo ha mantenuto.
Data l’impossibilità di conservazione sul posto, fin da subito si è deciso di asportarlo e di riassemblarlo per poi collocarlo
a valle, non appena sarà pronto il nuovo museo di Bormio (si pensa nel 2022).
Le operazioni sono state fin da subito difficili a causa della neve e del ghiaccio.
I lavori si sono dovuti svolgere in 4 anni, dal 2017 al 2020, il tempo che ogni anno il ghiaccio, sciogliendosi, restituiva
pezzi di questo rifugio.
All’interno, oltre ai baraccamenti e ai dormitori, sono stati ritrovati circa 300 reperti in grado di fornire un quadro
estremamente preciso sulle condizioni di vita in quota dei soldati.
Il tempo in questo rifugio, perfettamente mimetizzato con l’ambiente, è rimasto fermo dal 3 novembre 1918, quando
finalmente anche l’ultimo soldato austriaco poté chiudere la porta di legno e tornare a casa.
Il ricovero fu costruito dopo l’occupazione austriaca del Monte Scorluzzo, per permettere ai soldati di restare sul posto e
presidiare la vetta, senza l’obbligo di continui spostamenti verso valle.
All’interno gli uomini dormivano su giacigli di paglia riscaldati, (si fa per dire), da semplici coperte neanche di lana.
Il freddo che patirono a 3000 metri di quota, soprattutto durante i tre inverni trascorsi qui, ha dell’inimmaginabile per noi.
La temperatura scendeva fino a -30°!
Dai reperti ritrovati sembra che anche il vestiario fosse scarso con toppe ricavate da sacchi di iuta messe sui pantaloni e
ritagli di coperte al posto di semplici calzini.
Tra gli altri reperti ritrovati figurano armi, munizioni e oggetti da cucina per la vita quotidiana: bilancini, monete, lanterne,
scatolette ancora con del cibo all’interno, una stufa, elmetti, giornali e, nascosti nel pagliericcio, perfino alcuni semi
di geranio.
In una cartolina invece, ancora leggibile, la frase
“non ti scordar di me”.
E’ veramente strano che quella sera del 3 novembre 1918 gli italiani, ritornati ad occupare la cima dello Scorluzzo come
da ordini, videro l’ex nemico scendere verso valle, ma non notarono l’anfratto che il ghiaccio poi man mano ha
ricoperto e nascosto.
Gli austriaci, felici di essere sopravvissuti e di tornare dai loro cari senza dover patire la tortura di un quarto inverno a
quelle quote, lasciarono la maggior parte degli oggetti nel rifugio, portandosi appresso solo i più indispensabili.
I ritrovamenti testimoniano ancora una volta una delle cause che fece perdere la guerra all’Impero, la scarsità di risorse.
Cibo e vestiario furono i beni di prima necessità che alle truppe mancavano.
Gli uomini, stremati dalla vita e dai lavori in quota e dai combattimenti, si ritrovarono più che provati nel fisico, costretti a
patire fame e freddo a livelli disumani.

Tra sfasciumi e trincee raggiungo la vetta dello Scorluzzino dove è stata posta una piccola croce in ferro, a ricordo
degli Standschützen tirolesi caduti, che invita anche a riflettere sull’inutilità di queste guerre.
In una bella giornata di sole il panorama abbraccia una vastissima parte delle montagne austriache e del Südtirol,
le più alte adorne di ghiacciai lungo i versanti.
E’ uno spettacolo che non si finirebbe mai di ammirare, e viene proprio da chiedersi come abbia potuto l’uomo arrivare
alla guerra e a portarla fin quassù.
Provo per un istante solo ad immaginare cos’abbiano patito quei poveri soldati che vissero quassù per tre anni, quando
ricevettero la notizia che sarebbero ridiscesi a valle, che la guerra era finita.
Ridisceso alla selletta mi avvio verso l’evidente traccia che zigzaga fin sulla cima dello Scorluzzo tra rocce, ghiaietto e
sfasciumi un po’ scivolosi.
A vederlo dal basso questo sentiero fa una certa impressione, alludendo a difficoltà in realtà inesistenti.
L’esposizione, che da valle sembra accentuata, una volta messi i piedi sulla traccia scompare quasi del tutto, lasciando
sempre un buon margine di sicurezza.
Sono le pietre, qualcuna instabile, a rendere la salita un po’ disagevole ma basta stare attenti e si supera tutto.
La pendenza è all’inizio abbastanza costante per aumentare progressivamente nei pressi della cima.
A metà percorso, in un punto un po’ scivoloso causa la terra, incontro tre cavi di metallo, quasi a mezz’altezza e mi
chiedo cosa ci facciano qui.
Non sono residuati bellici, mi sembrano più dei tiranti dimenticati di qualche impianto dismesso.
Sul sentiero però, sono solo d’impiccio, costringendo ad un salto ad ostacoli.
Li scavalco per trovare due metri dopo la strada sbarrata da un grande nevaio residuo, e la traccia, passa lì sotto.
Per non rischiare sulla neve senza ramponi, scelgo di procedere a sinistra per delle rocce (I grado max.) con
una bella arrampicatina alternativa.
Rimessomi in carreggiata dopo un tratto ancora ripido raggiungo la propaggine sommitale dello Scorluzzo, scossa dai
lavori di sbancamento avvenuti durante la guerra.
Anche qui, trincee, filo spinato e, più avanti lungo la cresta delle “Rese”, alcune postazioni in caverna ormai crollate.


L’armistizio di Villa Giusti e la fine della guerra

La montagna che aveva dato il via alle operazioni belliche sul fronte della Valtellina ne aveva visto anche la fine.
Agli ufficiali austriaci, dove aleggiava un senso di superiorità e di vittoria in questi luoghi a seguito delle numerose
conquiste fatte, all’inizio di novembre 1918 venne data loro la notizia dell’armistizio e della fine delle ostilità.
I soldati superstiti a loro sottoposti, invece, stremati, non vedevano l’ora di ritornare a valle, di tornare a casa.
La forza dell’Impero con l’andare del conflitto si affievolì sempre più.
Numerose furono le cause della debacle, dai movimenti interni di rivolta ad un fronte troppo grande da difendere,
con pochi uomini e mezzi.
E poi ci fu l’inaspettata resistenza degli italiani, con un esercito ammassato soprattutto nella pianura vicentina e
rafforzato sulle alture lungo tutto il confine grazie all’arrivo delle forze alleate, francesi e inglesi, che portarono nuovi
approvvigionamenti, artiglierie e munizioni.
L’armistizio, entrato in vigore il 4 novembre 1918, venne in realtà firmato a Villa Giusti già il 3 novembre.
Nel lasso di tempo che intercorse prima della firma, alle ore 15:00 del 4 novembre gli Alpini penetrarono per la prima volta
anche in Alto Adige, occupando Prato allo Stelvio e Spondigna per poi dirigersi verso Merano, tagliando un’eventuale
ritirata austriaca e un’avanzata tedesca dalla Val Pusteria.
Con l’armistizio, gli abitanti del Sud Tirolo, (promesso all’Italia con gli accordi di Londra del 1915), vennero a trovarsi
all’interno dei confini italiani pur avendo una maggioranza di madrelingua tedesca.

Dalla cima lo sguardo si perde fino all’orizzonte qualunque sia la direzione.
Tranne a est, dove la mole imperiosa dell’Ortles concentra su di sé tutta l’attenzione.
Sulla cresta nord che scende dalla montagna più elevata del Trentino Alto-Adige, poco oltre la Punta Tabaretta,
compare anche il minuscolo puntino, visto da qui, del Rifugio Payer.
Ma guardando bene si scoprono un’infinità di dettagli nei panorami che si gustano dallo Scorluzzo.
Come la lunga cresta del Filon del Mot, dove, più o meno al centro, si innalza l’osservatorio italiano della Grande Guerra,
a pochi metri di distanza dalle linee austriache.
Oppure, restando sulla bellezza dei monti, come si può rimanere indifferenti al Bernina, alla Cima Piazzi o anche ai
monti dell’Austria (come il Fluchthorn)?
E poi che dire delle cime di sublime bellezza ad ovest dell’Ortles?
Ne abbiamo un’infinità con il Cristallo, la Punta degli Spiriti, il Monte Zebrù, il Cevedale, la Punta Payer, le Cime di Campo,
Madaccio e potrei continuare.
Insomma, il panorama dai 3000 e passa metri di questa cima, meriterebbe un intero capitolo, ma poi perché descrivere
il tutto quando si può venire a vedere di persona?
Per quest’oggi mi fermo qui, rimandando magari la prosecuzione e l’anello lungo il Filon del Mot ad un altro giro.
In ogni caso gli itinerari storici intorno allo Scorluzzo sono stati descritti in altra sede, (
qui quello delle “Rese” e
qui quello del villaggio del Filon del Mot).
In discesa pongo la medesima attenzione prestata in salita, soprattutto nei punti più scivolosi.
E’ pomeriggio quando mi ritrovo sul Passo dello Stelvio assediato ancora da frotte di turisti, ma ho già gli occhi puntati
sulla cartina alla scoperta di un altro incredibile itinerario, ben sapendo che a questi posti il mio è solo un arrivederci.
Sempre sui sentieri della storia, mantenendo vivo il ricordo.

Relazione e fotografie di: Daniele Repossi


Note: c
lassica escursione storica ad una delle cime più gettonate del Passo dello Stelvio, resa famosa
dalla Grande Guerra.
Il percorso è breve e il dislivello è modesto, tuttavia la quota non va sottovalutata (la respirazione a queste altezze cambia).
Il percorso si sviluppa su sterrato (Trincerone), pietraie e sfasciumi anche un po’ instabili, per cui è richiesta una discreta
esperienza a questo tipo di terreni.
Il panorama dalla cima è uno dei più sbalorditivi della zona.

monte scorluzzo