Passo dell’Ables 3.012 m. – Villaggio Militare “Le Buse” 2.365 m.
(Italia – Alta Valtellina)

uno dei più bei percorsi di montagna a carattere storico dell’Alta Valtellina con visita a tutte le postazioni militari
della Grande Guerra

Passo dell Ables


Località di partenza:
parcheggio area picnic presso la II Cantoniera della strada del Passo dello Stelvio

Quota di partenza: 2.170 m.
Quota di arrivo: 3.070 m. (quota max. avamposto militare Passo Ables)
Dislivello: 1.160 m. (dislivello totale positivo)
Posizione: il villaggio militare “Le Buse” si trova in una conca riparata affacciata sulla Valle del Braulio dove sale la
strada del Passo dello Stelvio e dirimpetto alla Valle dei Vitelli.
Molto più in quota, a separare la Valle del Braulio dalla Valfurva, si sviluppa la Cresta della Reit che a est termina in
una zona pietrosa e meno severa dove si trova il Passo dell’Ables meta di arrivo dell’escursione

Difficoltà: E / EE la salita dal bivio per “Le Buse” fino al Passo dell’Ables
Segnaletica e numero di sentiero: dal parcheggio della II Cantoniera del Passo dello Stelvio al bivio
“Le Buse”/Passo Ables sentiero n° 505 e 531;

dal bivio “Le Buse”/Passo Ables al villaggio militare “Le Buse” sentiero n° 505;
dal bivio “Le Buse”/Passo Ables al Passo Ables sentiero n° 531;
dal Passo dell’Ables alla II Cantoniera del Passo dello Stelvio sentiero n° 531
Ore: 6h 30’ (percorso completo): le ore non tengono conto del tempo impiegato per la visita al villaggio militare
“Le Buse” e alle postazioni di guerra presso il Passo dell’Ables

Distanza: 12,7 km
Periodo: da fine giugno a fine settembre
Acqua lungo il percorso: lungo il percorso non vi sono punti d’appoggio.
Si può rifornirsi d’acqua nel Torrente dei Vitelli, presso qualche laghetto di fusione o facendo sciogliere la neve “pulita”

Attrezzatura richiesta: normale da escursionismo.
A seconda del ghiaccio e della neve, utili ramponi e bastoncini

Ritorno: dal Passo dell’Ables si segue esattamente l’itinerario percorso all’andata.
Giunti al bivio per “Le Buse” si proseguirà direttamente a destra in direzione della strada del Passo dello Stelvio
Rifiuti: ecco cosa bisogna sapere prima di abbandonarli


Tecnicamente in breve:

dal parcheggio dell’area picnic presso la II Cantoniera della strada del Passo dello Stelvio (2.170 m.), ci abbassiamo
leggermente lungo l’asfalto fino al tornante dove troviamo il sentiero che si stacca per “Le Buse” e il Passo dell’Ables.
Seguiamo il percorso oltrepassando un ponticello di legno (Ponte dei Vitelli 2.063 m.) il Torrente dei Vitelli e continuiamo
in salita fino ad arrivare ad un bivio.
Prendiamo a destra il sentiero n° 505 per arrivare dopo poco alle “Buse” (2.365 m.).
Terminata la visita torniamo sui nostri passi fino al suddetto bivio per proseguire dritto lungo il sentiero n° 531 per
il Passo dell’Ables.
Per ghiaioni immensi, roccette e lunghi nevai raggiungiamo il Passo dell’Ables (3.012 m.), non prima di aver affrontato un
ripido canalino terroso a tornanti.
Dal Passo verso destra (ovest), un sentiero passa sotto le alte guglie rocciose della Reit e raggiunge dopo non molto
il Bivacco Provolino (3.050 m.) ma tale sentiero è franato, molto esposto e molto rischioso, meglio salire dal Passo dritti tra
le roccette e gli sfasciumi.
Rimane comunque un tratto per esperti.
Sulla sinistra (est), un facile pendio sassoso conduce a svariate postazioni della Grande Guerra (3.070 m.) e si possono
visitare più comodamente e con poca fatica.
Il ritorno avverrà dal medesimo itinerario.

Per questa pazza estate 2021 ho deciso di ritornare in Valtellina e di andare alla scoperta di itinerari che sono
entrati nella storia, in particolare quella della Prima Guerra Mondiale.
Dopo la 3° Guerra d’Indipendenza e l’annessione del Veneto, il confine tra Austria e Regno d’Italia ricalcava quanto
stabilito nel trattato del 1866.
Partendo dal Passo dello Stelvio, con andamento a S rovesciata, toccava, da ovest ad est, tutti i principali gruppi
montuosi per terminare nella laguna di Grado.
Proprio la zona del Passo dello Stelvio è stata fortemente segnata dagli eventi bellici con una guerra di posizione che
i due schieramenti si sono trovati ad affrontare alle quote più elevate di tutto il conflitto.
L’escursione odierna è fuori dalle mete più rinomate ed ambite che si possono identificare con la zona stessa dello
Stelvio e il punto di partenza è alquanto insolito; un tornante.
Ma facciamo un passo indietro e spieghiamo come raggiungere la strada del Passo dello Stelvio.
Niente di più facile, arrivando da Milano si percorre tutta la Valtellina fino a Bormio dove si seguono le indicazioni che
portano verso la tortuosissima strada che sale a 2.758 metri di quota, un capolavoro di ingegneria uscito dalla
mente di Carlo Donegani tra il 1820 e il 1825.
Cosa fanno tutti di solito quando decidono di salire dal versante lombardo?
In genere o si fermano ai Bagni Vecchi, dopo i primi tornanti sopra Bormio, o tirano dritti fino in cima.
In mezzo sembra non esserci il nulla, solo chilometri di asfalto macinati meccanicamente da auto, bici e moto e molto
spesso, a torto, la zona è ignorata dagli escursionisti.
E invece c’è la media e l’alta montagna, c’è un mondo da scoprire e un importante capitolo di storia da imparare.
Poi, ovviamente, c’è l’aria rarefatta della quota, pareti severe, ghiacciai, torrenti e molto altro, tutte meraviglie che la
natura ci offre su un piatto d’argento.
Mentre affronto le ultime curve in salita con l’auto il mio sguardo è continuamente rivolto alla copertura nuvolosa che
in quest’estate non molla la presa.
Già da parecchi giorni sono arrivato in Valtellina e ancora non ho visto il sole.
Anche per oggi la sinfonia non cambierà, a quanto dicono, e sono preoccupato in quanto la mia intenzione è quella
di non limitarmi ad una passeggiata su prati a basse quote.

Arrivo all’area picnic della II Cantoniera dello Stelvio quando è ancora piuttosto presto e nel parcheggio non c’è nessuno.
Il panorama fuori dal finestrino è però davvero impressionante, chi ha percorso questa strada può capire.
Mi trovo ai piedi di altissime montagne, in mezzo tra il Monte Radisca e il gruppo della Reit.
La Valle del Braulio digrada verso la conca di Bormio mettendo in evidenza lo sviluppo di questa incredibile strada che
taglia con spregiudicatezza le più alte pareti di roccia.
Con grandissimo entusiasmo esclamo un bel “Forza, partiamo!”, ma appena scendo dall’auto la mia frase si trasforma
in un “Forza, ci copriamo e ci scaldiamo!”.
Ci saranno due gradi al massimo con un vento che infuria spazzando tutto e facendo percepire una temperatura minore.
Del sole neanche a parlarne.
Guardo il calendario notando che stranamente non si sbaglia: domenica 25 luglio 2021.
E’ vero che alla fine mi trovo ad una quota di poco superiore ai 2.000 metri ma tre strati di vestiario in estate, di cui uno comprendente una giacca super tecnica invernale (o indicata per quote ben superiori), non mi era mai capitato di metterli.
A saperlo tanto valeva portarsi la termica.
Una volta pronto e infilato lo zaino mi dirigo lungo l’asfalto verso il basso, fino al tornante nelle più immediate vicinanze.
 Giunto al tornante trovo le indicazioni per “Le Buse” e il Passo Ables, un itinerario che ho scoperto studiando la cartina.
Una volta tolto il piede dall’asfalto apro la porta, con permesso, ed entro in un altro mondo, come se girassi una pagina di
un bel libro.
La confusione e il rumore assordante della strada dello Stelvio scompaiono come per magia, per lasciare il posto ad
un luogo aspro, severo e isolato dal mondo.
Sembra che tutti si siano dimenticati di questa parte della montagna, di queste valli che si fanno largo tra strapiombanti
pareti rocciose.
Silenzio, pace.
Finalmente!
Il sentiero taglia subito un ripido ghiaione sulla sinistra per salire dolcemente lungo gli ultimi prati della zona.
Il cielo, che riempie la mia mente di mille pensieri, è sempre grigio e la copertura nuvolosa si è abbassata un po’.
Un fischio mi riporta alla realtà: è quello di una bella marmotta, l’unica guardiana di questi luoghi.
Forse vuole salutarmi o forse avvisarmi dell’unico raggio di sole alle mie spalle che illumina il Monte Radisca.
Strappo una foto molto particolare fatta di luci e ombre.
Continuo per il sentiero su pietrisco arrivando all’altezza di due grandi muretti in pietra con una caverna, poco più in alto
alla mia sinistra.
Non riesco a sincerarmene e in loco non ci sono indicazioni, ma sembrano già dei resti della Grande Guerra.
Probabilmente sulle piazzole al di sopra dei muretti si trovava qualche baracca degli alpini e la grotta fungeva da ricovero
di qualche pezzo di artiglieria.
Con un po’ di fatica salgo a ispezionarla trovandovi qualche asse e tronchi di legno.
Ai piedi di questa, delle piccole mura formano il perimetro di qualche vecchio ricovero.
Procedo lungo il sentiero per un tratto più ripido e faticoso e arrivo ad una croce avvolta dal filo spinato.
Probabilmente la mia intuizione era giusta; non ricoveri di pastori o malgari ma quelli dei soldati italiani che qui hanno
combattuto.
Un momento di silenzio è doveroso.
Oltre la croce il sentiero perde qualche metro e mi conduce sulla sponda del Torrente della Valle dei Vitelli dove un bel
ponticello in legno mi conduce dall’altra parte.

La forra scavata dal torrente è impressionante e l’acqua, tumultuosa e irrequieta, si infrange contro le rocce con fragore.
Come per un miracolo il raggio di sole mi avvolge all’improvviso, allontanando da me brutti presentimenti.
Arrivo ad un bivio dove sono presenti altre indicazioni ma per ora la direzione è unica.
I prati scompaiono a poco a poco, la pendenza aumenta così come la fatica.
In breve mi ritrovo a tagliare a mezza costa un altro ripido ghiaione dal quale, guardando verso il basso, vedo…la mia auto!
Sì, perchè il panorama verso la Valle del Braulio e il Monte Radisca comprende anche il punto di partenza.
Qualcuno è arrivato, ci sono due auto in più.
Ai miei piedi noto con precisione tutto il sentiero percorso che a vederlo da qui sembra salire costruendosi un
passaggio tra le rocce e i ghiaioni.
Questo traverso non è difficile, ma comunque un po’ esposto e occorre fare attenzione a non scivolare, oltre che non
venga giù “qualcosa” dall’alto.
Il secondo incontro della giornata coinvolge un giovane stambecco che appena mi vede, prima mi studia, e poi si
allontana velocemente a grandi balzi sulle rocce.
Una vista ancora più grandiosa appare all’orizzonte dove, oltre al Radisca, sulla destra si eleva l’impervia
cresta dell’Umbrail.
Ghiaioni e ancora ghiaioni, ovunque si guardi queste montagne sono così.
Giunto su un piccolo pianoro ancora erboso trovo il resto della famiglia di stambecchi, con due grossi maschi intenti a
brucare l’erba.
Non hanno paura, non scappano: anzi, con quelle corna se mai dovrei essere io ad avvedermi.
Altro bivio e altre indicazioni poco più avanti.
Tralascio al momento il sentiero per l’Ables e prendo a destra verso il villaggio militare “Le Buse”, a soli 10 minuti da
dove mi trovo.

Con molta curiosità e voglia di saperne di più sui resti di questo antico villaggio militare, imbocco il sentiero che dopo un
altro tratto a mezza costa un po’ scivoloso, (leggasi: ghiaietto subdolo), si abbassa spalancando le porte di un’incredibile
conca erbosa chiusa tra le rocce e assolutamente invisibile dal basso.
Sono a “Le Buse” e quello che vedo mi lascia senza fiato.
In questo luogo in cui ci si imbatte solo se ci si perde e lo si vuole, sorgono le rovine di un grandissimo villaggio militare.
Muri perimetrali in pietra, ricoveri e persino un forno per la cottura del pane è tutto ciò che è giunto sino a noi.
Esploro tutta la zona in rispettoso silenzio, immaginandomi come doveva essere vivere e combattere qui più di cent’anni fa.
Passo in rassegna via via gli edifici, qualcuno ancora con la pavimentazione in legno.
Sopra un muretto di pietre c’è ancora la suola chiodata di un vecchio scarpone da montagna.
Nei pressi del forno un’intera baracca è stata ricostruita secondo i criteri e i materiali dell’epoca.
Sui davanzali delle piccole finestre sono stati raccolti un gran numero di suppellettili: piccole pentole, lattine, scatolette e
del filo, tutti arrugginiti dopo il tempo trascorso.
All’interno sul pavimento altri oggetti facenti parte della dotazione dei soldati.
Di questi oggetti sono pieni anche questi prati e queste rocce, sparsi ovunque in una vastissima area.
Visitando tutti gli edifici e le gallerie lì vicino non mi accorgo del tempo che passa.
Arriva mezzogiorno quando mi rimetto in cammino tornando al bivio per il Passo Ables. 


Il villaggio militare delle “Buse”

Questo villaggio sorge in un anfratto ben riparato e invisibile dal basso, affacciato sulla Valle del Braulio e
sul Passo dello Stelvio.
I soldati scelsero questo punto da fortificare per completare un più ampio sbarramento che impediva l’avanzata del
nemico dal Trentino, (e dalla Svizzera nel caso fosse stata prima invasa dall’Austria) verso la Valtellina.
Chiaramente, data la strettoia che qui forma nella Valle del Braulio, era il punto più conveniente per sbarrarne l’accesso e
più facilmente difendibile.
Oltre alle protezioni naturali si poteva contare su di un articolato sistema difensivo formato da trincee.
Inoltre, in due gallerie ben nascoste, due postazioni di artiglieria battevano la strada dello Stelvio e la vicina Valle dei Vitelli.
Le gallerie servivano a proteggere non solo i mezzi, ma anche gli uomini in caso di bombardamento.
Il villaggio era costituito da 17 edifici e, ruotava intorno ad una piazza d’armi con gli edifici posti tutto intorno e nelle
immediate vicinanze.
Oltre ai vari ricoveri per le truppe e i locali di servizio, c’era un edificio per il comando e un forno dove si sfornava il pane.
In origine si poteva raggiungere il villaggio da una mulattiera che dalla Cantoniera saliva fino al Piano dei Pecci e
poi raggiungeva questo luogo passando dal Piano di Glandadura.
Oggi questo itinerario è piuttosto ostico ed esposto nella prima parte.
Una teleferica consentiva il trasporto di viveri e munizioni dal fondovalle, ma talvolta veniva utilizzata anche per
trasportare gli uomini.
Come riuscirono i nostri soldati a costruire tutto ciò in un luogo per natura ostile, freddo ed esposto all’inclemenza del tempo? Innanzitutto adottando soluzioni semplicissime e impiegando materiali reperiti in loco e poi assemblati a mano.
I muri erano realizzati in pietra (come si può vedere), posata a secco o con legante.
I pavimenti di legno erano rialzati rispetto al terreno per evitare la diffusione del freddo e dell’umidità.
Di legno erano anche le coperture per le quali si utilizzò il larice grezzo, poi rivestito di carta catramata.
La forma degli edifici ricalcava la soluzione più funzionale possibile alla quota, in modo da non disperdere calore all’esterno
e, anzi, sfruttare quello isolante della neve.
Infine, porte e finestre erano in legno e chiuse da semplici chiavistelli.
Trasportare fin quassù tutto questo materiale, assemblarlo per poi procedere alla costruzione, richiese sforzi inimmaginabili.
Per non parlare poi del trasporto dei pezzi di artiglieria; gli armamenti venivano smontati a valle e trasportati in quota
pezzo per pezzo sul dorso degli uomini e dei muli, molto spesso in condizioni climatiche proibitive.
Negli scontri furono impiegati cannoni (75 mm A), obici, mortai (149 mm A) e bombarde da 240 mm L (per aprirsi una
strada tra i reticolati nemici).
In particolar modo si fece un grande uso degli obici che erano in grado di arrivare, dal basso, a postazioni anche molto
elevate fra le rocce.
Il villaggio è stato recentemente restaurato dal personale del Parco Nazionale dello Stelvio e una baracca (visitabile
anche all’interno), è stata interamente ricostruita con i materiali e i criteri dell’epoca.

il villaggio militare delle Buse

Ricoveri del villaggio militare “Le Buse”.

Quando arrivo il cielo è una distesa di grigio scuro con chiazze nere da far paura.
L’indicazione sul cartello segna due ore di marcia per il Passo: la tentazione di salire è forte ma le nubi consigliano
un rapido dietrofront.
Incontro una coppia di escursionisti anch’essi indecisi sul da farsi.
Dopo un breve conciliabolo e le dovute presentazioni, vedo che prendono la strada che sale per i ghiaioni.
Secondo loro il tempo reggerà (e avranno ragione).
Titubante mi metto in coda e li seguo.
Da qui in poi entriamo in un altro mondo, un misto tra il suolo lunare e quello marziano.
Ghiaioni ovunque, a perdita d’occhio.
Sassi, pietre, pietrisco, ghiaia, chiamiamola come vogliamo: qui non c’è altro ma è affascinante proprio per questo.
Più in alto, ogni tanto, dalle nubi spunta qualche cima rocciosa che osserva con sguardo imperioso il nostro passaggio.
Piccole formiche perse in un mare di ghiaia.
Camminare così a queste quote è un’esperienza che consiglio a tutti.
Ci si rende conto di quanto piccoli e insignificanti siamo al cospetto di una natura immensa e potente, in cui noi in
realtà non possiamo nulla (anche se l’uomo crede il contrario).
La traccia si distingue bene in questa prima parte, ma è chiaro che è un terreno non adatto a tutti.
I segni a volte saltano, niente più cartelli.
In cima c’è la meta, ma dove?
Sarà la selletta di destra o di sinistra?
Intanto andiamo.
Il vento si è un po’ placato ma ogni tanto ci ricorda di non mollare le giacche.
Sfasciumi e altre pietre più grandi costringono a una continua attenzione a dove si appoggiano i piedi.
In un canalone sulla destra, il primo nevaio.
Altro mea culpa: non ho legato i ramponi allo zaino.
Oltretutto in un’estate freddina con nevicate abbondanti fino a fine giugno…
E qui si va a 3000 metri.
Bene!
La vista man mano che salgo mi lascia con la bocca aperta.
E’ davvero un posto incredibile, difficile da raccontare.
In alto a nord-est si vedono anche gli impianti dello Stelvio coi primi ghiacciai.
Superato un tratto duro in salita dove un passo avanti corrisponde a due indietro, arriviamo in una specie di avvallamento
dove la pendenza si fa più dolce.
Di fronte a noi appare una selletta che sembra l’Ables, mentre iniziano con più frequenza i nevai.
Ogni tanto qualche palina che seguiamo.
Ci alziamo per una cresta morenica un po’ a zig-zag e raggiungiamo le prime roccette.
Il terreno si fa più difficile ed è giocoforza aiutarsi un po’ con le mani.
Il paesaggio è stupendo e le nubi, un po’ più alte ora lasciano intravedere le guglie di roccia sopra la Cresta della Reit e
i ghiacciai che si estendono ai piedi.
Su di un piccolo pianoro roccioso sgombro dalla neve incontriamo intere matasse di filo spinato arrotolato, mentre una
palina di legno sulla neve coi segni bianco e rosso ci indica (più o meno) la direzione.
Con molta prudenza scavalchiamo il filo spinato disteso al suolo che, sebbene arrugginito, funziona ancora
egregiamente bene.
Nei rotoli, ancora i paletti di legno che lo sorreggevano.
Viene difficile pensare di muoversi a queste quote per sbarrare intere montagne e vallate, oltretutto con un
abbigliamento ben diverso da quello odierno.
Questo filo aveva di certo uno sviluppo incredibile e correva di cima in cima.
In realtà è dura immaginare anche solo ad una guerra in questo posto.
Guerra che tra queste cime e quelle dell’Adamello si è scatenata alle più alte quote di sempre.

Procediamo in leggera salita senza via obbligata fino ad arrivare ad un piccolo laghetto di fusione dalle acque trasparenti.
Dalla parte opposta c’è l’incredibile salto di roccia che dà sulla Valle dei Vitelli, caratterizzata dalle rocce altamente
stratificate e dal grande ghiacciaio soprastante.
Per fortuna i ramponi non servono nel superare questi nevai che si percorrono con poca pendenza.
Arriviamo ad un’ultima conca lunare dove ritroviamo il sentiero che a piccoli tornanti sale ripido un ultimo pendio.
In alto alla nostra sinistra, aggrappato ad una roccia resiste una vecchia postazione per artiglieria dotata di piccole
finestre affacciate su questa valle.
Procediamo in salita accanto a centinaia di metri di filo spinato arrotolato in piccoli mucchi, fino a giungere ad un
cartello di legno in cima indicante il nostro arrivo al Passo dell’Ables, a 3012 metri di quota.
Non c’è nessuno data questa giornata di meteo avverso, ma in genere qui non sale molta gente.
Fino a qualche anno fa la “via normale” di salita partiva dal versante opposto, sulla Valfurva, e
seguiva il vecchio percorso militare.
Oggi questo è ancora percorribile ma nella parte finale è diventato davvero brutto, con ghiaioni di una pendenza
un po’ estrema dov’è facile scivolare o che venga giù tutto.
Il versante dello Stelvio rimane quindi la sola alternativa.
Il salto verso la Valfurva è qualcosa che mozza il fiato, la parete di roccia e ghiaia precipita quasi verticale.
In compenso il panorama è da urlo anche se le nubi purtroppo rovinano il meglio; tutta la Valfurva coi monti Confinale,
Tresero, Sobretta è un autentico spettacolo.
A pochi passi verso ovest iniziano invece le severe punte aguzze della Reit dove poco distante dovrebbe trovarsi anche
il Bivacco Provolino mentre ad est, pendii ghiaiosi più morbidi consentono di esplorare la zona e di visitare le
postazioni di guerra.
Seguendo i due escursionisti opto prima per un tentativo di raggiungere il bivacco.
Mi porto sul sentierino esposto sul versante opposto del Passo Ables dove il vuoto però diviene quasi fastidioso,
All’inizio il sentiero si fa largo tra rocce e massi ed è ben evidente ma più avanti, arrivato praticamente sulla verticale
del bivacco che vedo qualche metro sopra di me, le cose cambiano in peggio.
Per salire, infatti, il sentiero, essendo tutto franato, scompare lasciando il posto ad un pendio di sfasciumi e ghiaia
quasi verticale.
Subito mi si palesa un brutto traverso con un appoggio dove sta solo un piede.
Attaccandomi da tutte le parti, supero il punto per scoprire poco dopo che la parte veramente brutta deve ancora arrivare.
Sono sempre sotto il bivacco, che vedo sopra la mia testa, ma arrivo ad un altro traverso allucinante; un’esile sporgenza di
roccia di lunga 5 metri circa sulla quale appoggia solo la punta di un piede.
Nessuna corda per attaccarsi, vietato scivolare.
Mi metto in un bel guaio tentando ugualmente di attraversare.
Allungo un piede quasi nel mezzo dell’esile traverso e mi appiattisco, un po’ seduto e un po’ sdraiato.
In basso il vuoto, le case delle frazioni della Valfurva, a più di 1000 metri e brutte sensazioni.
Realizzo che gli uccelli che volano sopra di me non sono gracchi alpini ma avvoltoi in trepidante attesa.
Sono in una bruttissima posizione, faccia a valle su una sporgenza col vuoto di sotto.
Cerco di farmi forza e di girarmi usando le mani, rimettendo alla fine un piede da dove sono venuto.
Ci riesco e mi metto al sicuro.
Pazienza per il bivacco ma oggi qui ho osato troppo.
Probabilmente tempo fa il sentiero saliva fino alla struttura, ma oggi praticamente non esiste più.
Un tratto che sconsiglio di affrontare, meglio salire dritti dal Passo Ables per sfasciumi e roccette
senza abbassarsi da questo lato.

Tornato al Passo Ables, dopo aver mangiato qualcosa mi dirigo verso est alle postazioni militari.
Anche i due escursionisti mi seguono.
Raggiungiamo un comodo pianoro pietroso dove si vedono ancora i resti di un vecchio ricovero.
All’interno dei muri perimetrali si trova del legname sparso dappertutto.
Anche qui, ovunque, lattine e scatolette di metallo arrugginite.
Poco più in alto sul cucuzzolo di una montagnetta tra rocce e sfasciumi arriviamo alla postazione di artiglieria vista dal
basso, durante la nostra salita.
Ancora presente è il massiccio parapetto con finestre che si aprono sul percorso di salita e verso lo Stelvio.
Accanto, una postazione in grotta.
Il panorama che si gode da quassù non lascia certo indifferenti, tanto che lo trovo addirittura più bello e interessante,
ghiacciai a parte, rispetto a quello che si può osservare dal Passo dello Stelvio. 

Passo dell'Ables

Praticamente siamo nelle nuvole e dominiamo tutto il territorio a nord e a sud dove si allungano infinite catene montuose.
Ma la lunga cresta che dalla Reit prosegue per il punto in cui ci troviamo fino al Cristallo, lascia ancora più stupiti,
questa volta non per il panorama.
Centinaia e centinaia, ma che dico, chilometri di filo spinato sono distesi al suolo lungo questi versanti a formare una
linea continua.
Non oso immaginare le sofferenze e i patimenti dei poveri ragazzi costretti a sopravvivere a queste quote e ad affrontare
questi lavori disumani.
La zona, impervia e difficoltosa da raggiungere oggi in estate, chissà come doveva (e deve ancora) essere d’inverno.
Quanti metri di neve cadranno a 3.012 metri?
I soldati vivevano in questi ricoveri tenendo sotto tiro gli austriaci, tentando di volta in volta sortite offensive, patendo un
freddo che non ci si può neanche immaginare.
A est, poco più distante ci sono altri resti di baracche e postazioni e oltre, lungo il ripidissimo pendio ghiaioso che sale in
direzione del Cristallo, una traccia di sentiero precaria si inerpica sotto un’ennesima guglia di roccia, ma a mio avviso
date le frane continue non è percorribile.
A collegare tutte queste postazioni e ricoveri, oltre al filo spinato, uno sviluppato e preciso sistema di trincee che
percorro per buona parte.


Le postazioni italiane al Passo Ables

Le prime linee italiane che sul Passo Ables durante la Prima Guerra Mondiale avevano ricoveri e postazioni di artiglieria,
erano rifornite dalla strada militare costruita proprio a questo scopo sul versante della Valfurva.
Tale strada partiva da S. Nicolò Valfurva (frazione Canareglia, Madonna dei Monti) e, mediante alcune gallerie unite a
numerosi tornanti sostenuti da muretti a secco, si riuscì a farla arrivare fino in cima.
Rappresentò di certo un’opera di ingegneria militare di prim’ordine per il trasporto di armi e materiali fino a quote proibitive.
Oggi la strada, ben conservata nella parte iniziale, si riduce a un pericoloso sentierino sassoso nella parte alta, dove
enormi ghiaioni si sono staccati dalla Reit spazzando buona parte dell’opera.
Sul Passo Ables gli alpini del Battaglione Tirano, che combatterono lungo questi confini con le Compagnie 46°, 48°, 49°,
89°, e 113°, avevano eretto appostamenti, baracche, trincee e grotte dove erano collocate le artiglierie che battevano
le valli sottostanti e la cresta verso il Cristallo.
Lo stesso Bivacco Provolino è stato costruito sui resti di un ricovero di guerra degli Alpini.
Oltre alla strada militare, una teleferica saliva dalla Valfurva portando rifornimenti alle truppe quando la strada
era impraticabile.
Per chilometri, a sbarrare ogni tentativo di sfondamento, vennero stesi diversi ordini di reticolati con filo spinato
(oggi ancora visibili nel loro sviluppo).
Gli austriaci provarono più volte ad impadronirsi delle postazioni italiane facendo anche tentativi per minarle con gallerie
scavate nella roccia, ma senza successo.
Gli obici e i cannoni austriaci non esitarono a fare fuoco sulle postazioni degli Alpini i quali però lentamente, rispondendo
al fuoco, spostarono i loro alloggi nelle grotte in modo da limitare i danni.
Fallita l’Offensiva di Primavera del 1916, il tuono delle artiglierie riprese con vigore lungo queste creste per spianare la
strada a sortite improvvise atte a spodestare il nemico.
In una fase successiva ci si concentrò sui paesi, sedi di comandi e truppe in licenza; Bormio venne bombardata e la
popolazione in parte sfollata.
Nel 1917 dopo la disfatta di Caporetto e la sostituzione del Generale Cadorna con il Generale Diaz, questo settore delle
Alpi ebbe nuovo vigore con l’arrivo su entrambi gli schieramenti di truppe fresche e nuovi pezzi di artiglieria.
Ma la guerra era prossima a concludersi ormai.
Gli austriaci, senza più mezzi e munizioni, assillati dai morsi della fame e con la prospettiva di trascorrere un altro
inverno in trincea a quote così elevate, al gelo e coi pericoli continui di valanghe, ridussero progressivamente
i loro attacchi.

Postazione per fucileria e per artiglieria

Terminata la visita di questa importante parte di storia e ammirato nuovamente lo stupefacente panorama mi accingo
a ridiscendere per la via di salita.
Saluto i miei compagni, e mi riporto sul Passo dove con estrema calma muovo i primi passi verso valle.
Incredibilmente non ho ancora sentito una goccia di pioggia, la decisione di salire alla fine ha pagato.
Le nubi sono ancora basse e avvolgono le vette più alte ma la zona di nostra competenza non è mai stata interessata
da problemi di visibilità o altro.
Paradossalmente anche il vento era più forte al parcheggio dell’area picnic rispetto che sui sentieri o in quota.
La discesa non pone particolari problemi, se non quelli della salita.
Traccia a volte da intuire, nevai (e reticolati) da attraversare, roccette da disimpegnare appoggiando un po’ le mani.
Il percorso è deserto, nessun altro è salito quassù.
Mi muovo lentamente in discesa anche perché, con un panorama simile, non ho alcuna fretta di allontanarmi da
questi luoghi.
Di fronte a me c’è buona parte della Valle del Braulio dalla quale si elevano i Monti Radisca, Braulio, Punta di Rims e,
più lateralmente e alle spalle, la cresta dell’Umbrail.
Alta montagna, spettacolo puro.
Oltrepasso il laghetto di fusione e torno nei pressi del bivio per “Le Buse” dove ricompare un timido raggio di sole.
Da qui al parcheggio, per il Ponte dei Vitelli, è una tranquilla passeggiata di media montagna.
Solamente quando rimetto piede sull’asfalto rifaccio i conti con il frastuono assordante della civiltà, dominata da cavalli a
motore a due e quattro ruote che sfrecciano su e giù per i tornanti.
Ma, questione di pochi minuti, sono di nuovo all’auto diretto, sempre con calma, verso Bormio.
Cosa dire di questa escursione?
Beh, che sarei un pazzo a non consigliarvela, ovviamente con le dovute precauzioni alle quali non si può voltare le spalle.
Tenendo conto della quota, della severità dell’ambiente, del terreno su cui ci si muove e del meteo che può cambiare repentinamente, perché non concedersi un’immersione nell’aria buona delle vette imparando un capitolo di
storia così importante?
Onore e rispetto per i caduti che lassù combatterono una guerra non loro.

Note: uno dei più bei percorsi di montagna a carattere storico dell’Alta Valtellina.
Per l’esattezza un itinerario di alta montagna, non difficile ma impegnativo dal punto di vista fisico.
Se la prima parte fino al villaggio militare si sviluppa su un sentiero classico di media montagna, la seconda affronta ripidi
ghiaioni dove la traccia in alcuni punti va un po’ intuita.
Il terreno prettamente lunare affronta numerosi nevai e roccette che richiedono una buona esperienza a muoversi in
questo tipo di ambienti.
Un viaggio tra alpinismo e storia che lascerà tutti a bocca aperta, non solo per la quota raggiunta.
Silenzio e rispetto sono dovuti nel visitare le zone dove i soldati hanno strenuamente lottato perdendo la vita: evitare corse,
urla e schiamazzi e pranzi “invasivi”.
Sconsigliatissima la traccia di sentiero che dal Passo Ables si abbassa verso la Valfurva per poi risalire al
Bivacco Provolino; meglio raggiungerlo salendo direttamente dal passo per sfasciumi tra le rocce.

Relazione e fotografie di: Daniele Repossi