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Pizzo Diei 2.906 m. – Monte Cistella 2.880 m. (Italia – Val Cairasca)
prendo fiato letteralmente a bocca aperta, non per lo sforzo ma per l’estasi dell’oro che mi sta intorno e sotto ai miei piedi…

pizzo diei alpe veglia

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Località di partenza:
stazione a monte dell’impianto Ciamporino Dosso, San Domenico, Val Cairasca

Quota di partenza: 2.473 m.
Quota di arrivo: 2.906 m. (quota max. Pizzo Diei)
Dislivello: 583 m. (dislivello positivo totale)
Posizione: nel cuore delle valli ossolane, sullo spartiacque tra la Val Cairasca, la Valle Bondolero e l’Alpe Brumei
Difficoltà: EE [scala dei livelli delle difficoltà]
Ore: 6h 30’ a/r

Periodo: da metà giugno a fine settembre.
Attrezzatura richiesta: classica da trekking; in caso di nevai residui utili i ramponi
Discesa: per la via di salita, dalla stazione a Monte Ciamporino Dosso, chiudendo un anello sul sentiero
che passa sotto il Pizzo Diei dopo la discesa dal Monte Cistella
Rifiuti: ecco cosa bisogna sapere prima di abbandonarli

Mi sveglio piuttosto presto in questo giorno di metà luglio, e dalla finestra del mio appartamento a San Domenico
vedo un bel cielo azzurro illuminato dal sole.
Anche il vento che ho incontrato ieri all’Alpe Veglia è cessato per fortuna.
È ora di muoversi.
La meta di oggi si è impressa nella mia mente già da ieri quando l’ho vista scendendo dalla carrozzabile dell’Alpe Veglia.
Due cime, praticamente una di fronte all’altra, che si elevano sopra la Val Cairasca toccando quasi i tremila metri
con alcuni percorsi che consentono di aggirarle e di calcarne le cime.
Non so resistere all’alta quota e a queste vallate solitarie, ma lassù però, nonostante siamo già avanti con la
bella stagione, temo ci sia ancora un po’ di neve.
Per questo lego allo zaino anche i ramponi, non si sa mai.
Il percorso a piedi che sale da San Domenico è troppo lungo per compierlo in giornata, e questa volta
sono costretto a fare un’eccezione.
Mi porterò a circa una quota di 2.400 metri usando gli impianti del comprensorio, che mi consentiranno di
risparmiare circa quattro ore e di portarmi all’attacco della prima parete, quella del Diei.
Mi dirigo quindi verso i tornelli della seggiovia che da San Domenico arriva all’Alpe Ciamporino dove si trova
anche il Rifugio 2000.
Questo troncone lo risalgo utilizzando un vecchio modello biposto, sorvolando la pista da sci che scende
dall’alpe e passando rasente alla chioma degli alberi.
Ogni tanto il cavo rallenta, dà qualche colpetto facendomi provare qualche oscillazione “nel vuoto”.
E vai, penso, e io che mi immaginavo che la parte più aerea e tosta fosse la parte in alto e su roccette di questi due monti… Scendo all’Alpe Ciamporino ancora deserta, e mi dirigo verso il secondo troncone della seggiovia
che mi porterà alla stazione a monte di Dosso.
Passo davanti ad una enorme struttura in legno adagiata su un’ampia zolla erbosa e in posizione panoramica sulla
Val Cairasca: il Rifugio 2000.
Non ha la classica forma di un piccolo rifugio di montagna ma è più un grande alberghetto in quota,
preso d’assalto d’estate dalla tarda mattinata (d’inverno invece, trovandosi nel mezzo del comprensorio sciistico
non oso nemmeno pensare al caos che può esserci qui).
Non mi fermo e mi adagio comodamente sul seggiolino di quest’altro impianto che quasi mi sembra di essere
seduto al cinema.
Si tratta infatti di un nuovissimo modello di seggiovia esaposto (sì, ci stanno proprio sei persone!) con sedili
riscaldati (d’inverno) e in pelle, porta sci/mountain-bike e cupola protettiva avvolgente.
Manca solo l’idromassaggio e poi siamo a posto.
Sono in totale relax, per carità, e durante la salita, questa volta esente da dondolii e cigolii vari, mi godo il
paesaggio in prevalenza composto da alpeggi e piste da sci.
Da un certo punto di vista è impressionante notare i progressi che l’uomo ha fatto anche in questo campo,
dove le priorità sono state date alla sicurezza, importantissima, e alla portata oraria.
Tutto però ha un prezzo che non si intende economico ma ambientale e di sfruttamento della montagna.
Anche se a volte mi è capitato di non riuscire a farne a meno, per imprevisti o per superare tratti magari alpinistici,
sono sempre stato contrario a prendere questi impianti e la mia testa continua a ripetermelo.
Se posso evito, salendo a piedi, usufruendone il meno possibile e solo laddove strettamente necessario.
In questo caso, avendo solo un giorno a disposizione, a piedi sarei salito al massimo fino a Dosso per poi scendere,
perdendomi la parte più bella.
Bisogna anche calcolare che dopo l’Alpe Ciamporino non vi sono più rifugi, ma solo il piccolo Bivacco Leoni
sotto al Cistella, ben più in là.
E così, mentre salgo facendo mea culpa e ripromettendomi di organizzare queste gite su più giorni, vengo
totalmente spiazzato quando arrivo ad una stazione in cui mi preparo a scendere per cambiare e prendere
il terzo e ultimo troncone.
La seggiovia rallenta, vedo il ragazzo addetto alla pedana che si sbraccia avvicinandosi a me e, attaccando
delle bici al mio seggiolino, mi invita a rimanere a bordo.
Non ci credo, a passo d’uomo questa seggiovia compie una svolta a destra e prosegue diretta!
Pazzesco, mai visto un impianto curvare.
Due tronconi uniti da un “giunto”, come un autobus in pratica.
Sotto di me ora non vi sono più pascoli ma pietraie dove passano i tracciati delle piste da sci e dove
qua e là rimangono importanti cumuli di neve.
Scendo in uno spiazzo lunare sotto il Pizzo del Dosso con una visuale unica sui monti ossolani e in
particolare sul Monte Leone.

Verso la Valle di Bondolero lo sguardo indugia invece su di una lunga catena di creste rocciose che vanno
dalla Cima delle Piodelle, alla Punta di Boccareccio.
Veramente un grande spettacolo.
Più in lontananza, verso la conca del Devero, un altro grande spettacolo, la Punta d’Arbola.
Di fronte a me, nella direzione che a breve prenderò, si innalza una piramide gigantesca che mi incute un po’ di timore.
È la prima cima che proverò a salire, il Pizzo Diei, puntinata qua e là di bianco dalla neve che tarda a sciogliersi.
A guardarlo da qui mi sembra impossibile che qualche sentiero arrivi fino in cima, ma spesso la montagna non è così
repulsiva una volta calcate le sue pendici.
Da questo balcone molto panoramico mi incammino per un sentiero stretto e in alcuni punti ripido che ricalca
la dorsale che scende dal massiccio e lo collega col Pizzo del Dosso, un pinnacolo roccioso isolato che si affaccia
anch’esso sulla Val Cairasca.
Meglio che non guardi in basso nei punti più aerei, il dislivello è impressionante e qui sembra di essere in cima al mondo.
Salgo leggermente su di una serie di placche di roccia dove a tratti l’erba cerca strenuamente di resistere, fino a
mollare il colpo ai piedi del Diei.
Qui incontro solo pietraie, ma nell’immediato davanti a me si estende un grande nevaio.
Non infilo i ramponi in quanto il proseguimento successivo sarà solo su roccette, ma la cosa mi costringe a
fare i miracoli per tenermi in equilibrio su alcuni lastroni gelati.
Al termine del nevaio vedo solo dei bolli bianco-rossi ad indicarmi la via che ora risale quasi verticale
su sfasciumi e rocce rotte.
Mi porto contro le rocce fisse, e stando attendo a non smuovere massi svolto verso sinistra, su per sugli ultimi gradini,
uscendo su di un finto pianoro che ho chiamato “la quiete prima della tempesta”.
Nonostante la fatica, comunque, non vorrei essere in nessun altro posto al mondo.
Qui sono a casa e sento la vita scorrere più che mai in me.
Prendo fiato letteralmente a bocca aperta, non per lo sforzo, ma per l’estasi dell’oro che mi sta intorno
e sotto ai miei piedi.
Qui sono in alto, dannatamente in alto e la maggior parte delle cime circostanti si sono fatte piccole.
Vedo chiaramente la stazione a monte di Dosso da cui sono partito e il dislivello che ho già fatto, poco a dire il vero
ma in verticale.
Non ci credo di essere arrivato fin qui, che sentieri e che emozioni!

Cuore a mille, adrenalina al massimo, avanzo.
In salita, di nuovo, percorro un’altra traccia di rocce rotte e instabili, oltretutto in forte esposizione.
Non un sentiero impossibile, ci mancherebbe, chiunque abituato a questi terreni è in grado di salire.
Una miriade di sensazioni sovrapposte (e anche attenzione massima nel procedere).
Dietro una svolta inizio l’ultimo tratto molto verticale che mi porterà in cima al Pizzo Diei.
Non so perché, forse concentrato nel mettere bene i piedi e non scivolare, mi tengo troppo a sinistra dalla traccia
segnata che non vedo più, trovandomi a quattro mani in un punto troppo ripido e scivoloso.
Non riesco più a procedere, per qualche istante sono immobile e i piedi scivolano giù lentamente, rifletto senza mai
perdere la concentrazione.
Mi volto faccia a valle e mi siedo aggrappato ad un masso per studiare meglio la mia posizione.
Guardo ai miei lati e finalmente lo vedo, è il sentiero che corre più alla mia sinistra contro le rocce.
Con molta cautela lo raggiungo.
Sono sempre in un punto instabile, ma la situazione è migliorata e i punti di appoggio per i piedi sono migliori.
Mi sembrava strano che il sentiero affrontasse tratti così delicati, infatti ho sbagliato io.
In tutta questa sezione non riesco nemmeno a fare qualche foto, purtroppo le mani le ho sulle rocce e non
riesco a prendere la digitale.
Dopo pochi metri, su terreno più stabile sono fuori e mi ritrovo ai piedi di un gigantesco panettone pietroso.
Le difficoltà sono finite e ora posso fare tutte le foto che voglio.
Un ultimo pendio più tranquillo mi separa dalla cima che raggiungo seguendo una serie di ometti e passando
accanto a qualche cumulo di neve.
Che salita e che sudata!
Peccato per quello sbaglio, mi sono complicato la vita prendendomi un rischio per niente.
A volte però quando si è da soli non è sempre facile, venendo a mancare l’appoggio e l’aiuto che solo un
compagno può dare.
Appena metto i piedi sulla cima, rappresentata da una strana struttura in ferro, storta e semi abbattuta,
mi volto verso la Val Cairasca rimanendo impressionato dal luogo in cui mi trovo.
Se prima le valli e le altre cime mi sembravano minuscole, ora da qui sono proprio miniaturizzate e il tutto fa
un grandissimo effetto.
Il dislivello che c’è verso San Domenico e il Pizzo del Dosso lasciato più di un’ora fa è assolutamente impressionante.

Purtroppo, questo è uno degli ultimi scorci che riuscirò a vedere in quanto queste cime verso la tarda mattinata,
spesso mettono il “cappello” per non toglierlo più, almeno fino a sera tarda.
Una massa di nubi e di nebbia mi avvolge completamente facendomi ritrovare da solo, come un puntino
insignificante, nel nulla più assoluto.
Mi viene da ridere perché sono ancora con la digitale in mano pronto a immortalare non so cosa.
Vedo solo a pochi metri davanti a me che per fortuna mi bastano per individuare il sentiero che scende verso il Monte Cistella,
sul lato opposto del Diei.
Già, perché verso il basso la visibilità a tratti rimane buona, e ogni tanto il sole riesce a squarciare questa
fitta coltre di nubi.
Nelle valli più in basso, lo vedo, splende il sole, cosa positiva che indica che questa giornata rimane comunque bella
dal punto di vista del meteo, ma la zona è tormentata dalle nebbie.
Provo a lasciar passare qualche minuto, ma quando vedo che la situazione non cambia mi accingo a proseguire.
Seguo per qualche metro la traccia di discesa che si porta sull’orlo di un alto salto roccioso.
In fondo, altri gradini di roccia e poi un bel pianoro illuminato parzialmente dal sole sul quale vi è altra gente.
Non sono solo allora, qualcuno è salito prima di me e ora si sta dirigendo verso il Cistella.
Il sentiero che scende tra sfasciumi mi sembra all’inizio molto ripido, e prima di imboccarlo proseguo sulla dorsale
del Diei per studiare altre eventuali vie più comode.
Vado avanti e indietro nelle nubi per qualche minuto ma non vedo nulla.
In nessun punto la montagna mostra segni di debolezza da consentirmi la discesa.
Torno quindi sui miei passi lungo l’unico canale possibile che, dopo un primo tratto piuttosto ripido nel quale mi
tengo alla roccia, diventa sentiero sfasciumato molto più gestibile.
Dall’alto faceva un effetto peggiore.
Percorro così in discesa parecchi metri fino a ritrovarmi su di un primo pianoro pietroso ai piedi della cima,
su di un’altra specie di dorsale.
Incontro ora molti nevai in cui il sentiero scompare e, come prima, nei pressi di un ennesimo salto roccioso,
inizio ad andare avanti e indietro in cerca di una possibile via di discesa.
Un passaggio esiste di sicuro, si tratta solo di scoprire da dove sono passate le persone delle quali non vedo impronte
ma che scorgo più in basso camminare per una grande piana in direzione Cistella.
Mentre studio tutto questo, sento delle voci in alto sopra di me, sulla cima del Pizzo Diei.
Sono due coppie di ragazzi che stanno cercando di scendere.
Li aspetto e quando mi raggiungono, dopo le presentazioni di turno, decidiamo di continuare insieme l’escursione
verso la prossima cima.
Ottima cosa, d’ora in avanti sarò in compagnia!
Spiego la situazione indicando loro quello che mi sembra il punto più accessibile per scendere
e che poco prima avevo intuito.

Un nevaio che poi si tuffa per gradoni di roccia piuttosto alti e sporgenti sulle pietraie e su altri nevai più in basso.
Infilo i ramponi e con un balzo dal masso dove mi trovo atterro sulla neve.
Procediamo tutti con grande cautela per questo canalino e dopo circa venti minuti raggiungiamo il piano di Cistella Alto.
Passiamo su molti nevai e molte rocce seguendo la direzione del Monte Cistella.
In questo punto, stranamente, non riesco più a vedere nemmeno i bolli bianco-rossi.
Il cielo intanto continua a fare le bizze.
Siamo sempre circondati da nubi che ogni tanto si diradano davanti a noi.
Sembriamo cinque persone che camminano su un altro pianeta esplorando l’ignoto.
Ma questi sono gli imprevisti della montagna e, anche in una situazione così,
tutto ha il suo fascino, basta solo porre attenzione.
E pensare che quando sono partito c’era il sole e che, penso, forse le nubi sono solo quassù.
Oltrepassiamo sempre su nevai e sfasciumi, ma su tratti in falsopiano quindi senza faticare,
anche dei bellissimi laghetti di fusione.
Siamo già verso la metà di luglio ma qui la neve è ancora molta.
Ci portiamo di buon passo sotto il piccolo pendio che conduce al Bivacco Leoni, posto su un terrazzino pietroso
direttamente sotto il Cistella, alla partenza della via che conduce in cima.
Tolgo i ramponi che ormai non servono più e in breve, lo raggiungiamo.
C’è parecchia gente attorno e dentro alla struttura, mi chiedo da dove siano saltati fuori dato che per
quasi tutto il percorso sono stato solo.
Il bivacco è un piccolo edificio in pietra e cemento inaugurato addirittura nel 1901 per soddisfare le esigenze
degli escursionisti che col tempo si facevano sempre più numerosi.
Non riesco ad entrare purtroppo, o almeno non lo faccio per discrezione, infatti all’interno qualcuno sta riposando.
Peccato, mi sarebbe proprio piaciuto vedere com’era organizzato.

Per un attimo, un’improvvisa schiarita ci lascia intravedere la via di salita (per fortuna sgombra da neve) con
la cima del Cistella e tutta la piana, compresa la discesa che abbiamo fatto dalla cima del Pizzo Diei.
Accidenti, non li avevo contati ma erano ben cinque salti di roccia quelli che abbiamo superato a balzi.
E qualcuno vedo che come noi poco fa è ancora alla ricerca del passaggio perduto…
Non posso descrivere altro panorama, non posso raccontare tutte le montagne che contornano queste valli, e mi
piacerebbe tanto farlo!
Il fatto è che tutto intorno vedo solo nubi e nebbia per una giornata fin qui magica dal punto di vista escursionistico ma pessima, almeno quassù, per il meteo.
Decidiamo insieme di non mangiare qui al bivacco ma di farlo in cima al Cistella e così ci rimettiamo in marcia.
Puntiamo verso la dorsale che scende dalla cima, e in breve ci ritroviamo sotto rocce verticali lungo le quali
corre una catena di ferro che ci aiuta a salire.
Questa salita è corta ma tecnica, dove un solo punto un po’ più alto costringe allo sforzo maggiore.
Ultime roccette, ultimi metri, nebbia ovunque.
Siamo in cima a più di 2.800 metri!
Mai come questa volta ce la siamo conquistata.
Appena metto piede sulle rocce sommitali mi viene un tuffo al cuore soffrendo un po’ di equilibrio.
La cresta è piuttosto sottile, aerea e dall’altra parte c’è solo il vuoto.
In questo caso forse non vedere nulla aiuta, mi sembra di galleggiare sulle nuvole.
C’è altra gente con noi, il posto è piuttosto affollato essendo questa cima molto rinomata tra i gruppi dell’Ossola.
Dopo un giro così lungo ed essere riusciti a salire fin quassù, rimane per noi un delitto non poter ammirare il
panorama che da qui si aprirebbe a 360 gradi.
La zona, come sento dire da altri, è purtroppo spesso colpita da nebbie e subito il mio pensiero corre alla zona
sullo spartiacque tra Val d’Aosta e Piemonte, afflitta dalla stessa problematica.

daniele repossi

Ci rifocilliamo e ci riposiamo e anche qui attendiamo qualche apertura ma nulla.
Oggi proprio non va.
Iniziamo così la discesa per roccette ma quando arriviamo nei pressi del Bivacco Leoni rimaniamo di stucco.
C’è un esercito e il bivacco è letteralmente invaso.
Ma non di persone, di capre!
Tutte insieme hanno deciso di fare un bel trekking in questo luogo e, forse pensando di cucinarsi qualcosa,
hanno presso possesso della struttura.
Per fortuna dentro c’è ancora qualcuno che impedisce loro di varcare la soglia, altrimenti di questo piccolo
eremo resterebbe ben poco.
Siamo circondati e tenuti d’occhio.
Le caprette sono curiose, cercano cibo e ci leccano zaini e vestiti.
Non fanno nulla, ci mancherebbe, sono docili animali, certo che troppe…
Procediamo un po’ in discesa fermandoci in una zona pietrosa dove analizziamo la cartina per fare il
punto prima del rientro.
Per tornare infatti avevo notato che un sentiero passa direttamente sotto la cima dei Pizzo Diei senza più
la fatica di rimontarlo, ricongiungendosi col bivio da cui ho deviato la mattina per puntare alla sua cima.
Un piccolo anello, insomma, apparentemente più facile e lineare.
Apparentemente come vedrò in seguito.

Dopo una breve analisi scartiamo la possibilità di fare un altro anello per scendere, più lungo, che affronta le r
occette del Monte Cistella (sentiero puntinato sulla carta, tutto da verificare), arriva al Rifugio Crosta per poi
tagliare verso l’Alpe Ciamporino (e da lì a San Domenico).
Troppo lungo e troppi chilometri, rientreremmo solo la sera.
Ci incamminiamo quindi di nuovo verso il Diei non prima di aver dato un ultimo saluto al Monte Cistella.
Ironia della sorte, ora è sgombro da nubi. Mannaggia!
Questo sentiero sulla carta alterna tratti in leggera salita ad altri in piano, ma prima dobbiamo trovarlo e noi ora
siamo fuori traccia.
Ecco perché ho parlato di percorso facile solo “in teoria”, in mezzo a queste nubi non vediamo nulla e procediamo
nella direzione giusta ma, almeno all’inizio, un po’ a caso.
Senza meteo avverso ovviamente sarebbe una tranquilla sgambata.
Troviamo la traccia rimontando un gradino di roccette insieme ad un altro gruppo di persone che nel frattempo
si è unita a noi.
Come si dice, l’unione fa la forza.
Procediamo dritti e piuttosto spediti.
Il sentiero taglia le pendici del Pizzo Diei su roccette e sfasciumi che ben presto pongono una nuova difficoltà.
Sul percorso e sui pendii, da questo lato, vi sono ancora dei nevai inclinati piuttosto consistenti e uno in particolare
ci fa compiere qualche acrobazia.
Impossibile oltrepassarlo camminandoci sopra, l’inclinazione verso valle è notevole e scivoleremmo giù.
Per recuperare la via giusta siamo costretti ad appiattirci contro la roccia, schiacciati tra questa e il fronte del nevaio.
Questa è avventura e meno male che siamo tutti magri!
Passiamo a fatica e in alcuni punti rompo la neve con mani e pugni per allargare il passaggio.
Stando molto attenti a non scivolare, (le rocce a tratti sono bagnate) ne usciamo fuori nei pressi di un bollo bianco-rosso. 

Poniamo ancora la massima attenzione in quanto il sentiero è piuttosto esposto e sfasciumato.
Finalmente tutti quanti ci ritroviamo al bivio che indica a destra la salita al Pizzo Diei.
Siamo sempre in mezzo alle nubi che non mollano ma le difficoltà sono finite.
Lentamente e in ordine sparso iniziamo la discesa verso Dosso dove per magia ricompare il sole.
Questa volta per superare il primo nevaio infilo di nuovo i ramponi, non voglio più fare evoluzioni sul ghiaccio.
Possiamo finalmente fermarci un attimo per fare qualche foto al panorama che ci colpisce in maniera
particolare sul lato Devero dove compare l’omonimo lago sotto la mole della Punta d’Arbola.
Spettacolo.
Per il ritorno nessuno prende più la seggiovia qui a Dosso, io compreso.
Saluto tutti e lascio andare avanti il gruppo, in quanto da qui in poi ho deciso di prendermela molto con calma dopo
una sessione un po’ frenetica.
La discesa dalla stazione a monte di Dosso è tranquilla e senza via obbligata, anche se su terreno ripido
e un po’ sconnesso.
D’altronde sto percorrendo una o più pista da sci che si intersecano tra loro, e lungo le quali in questa stagione si pratica
il downhill con le mountain-bike.
Arrivo su un panettone erboso un po’ più a valle dove mi colpiscono le indicazioni date proprio ai ciclisti
impegnati nella discesa.
Una di queste in particolare invita a “mollare tutto”.
Magari, sarebbe il mio sogno quello di mollare tutto, ma non per allentare i freni con una bici, quanto per venire in
questi posti di montagna a respirare la libertà e la bellezza che ci offrono.
Inizia a fare di nuovo caldo sotto il sole che all’improvviso è tornato a picchiare.
Qualche cima nei dintorni è ancora avvolta dalla nebbia ma in generale ora è tutto un altro spettacolo.
Scendendo osservo il gruppo di cime che circonda il Monte Leone con la dorsale frontale che separa la
Val Cairasca dalla conca dov’è situato il Lago d’Avino.
Raggiungo l’Alpe Ciamporino su pista bella larga, fermandomi a fotografare presso un vicino alpeggio un
piccolo di asino intento a succhiare il latte dalla sua mamma.
Molto carini, cose semplici e naturali che molti rinchiusi nelle città non hanno magari mai visto.
Sono ancora fortunato però quando poco oltre, osservo anche un nutrito gruppo di agnellini nel loro gregge intenti
anch’essi a prendere il latte.
In questi giorni sono nati molti piccoli qui!

Giunto a Ciamporino incontro ancora i ragazzi, che saluto e ringrazio, intenti a prendere il primo troncone della seggiovia.
Io ho già deciso di scendere a piedi e percorrere il tratto che ho evitato la mattina.
Mi fermo solo pochi minuti al rifugio, il tempo di un panino, rifugio stranamente deserto all’interno, quando all’esterno
è salito il mondo.
L’impressione avuta la mattina trova conferma ora.
Molto bello e ordinato, a me più che un rifugio sembra un grande alberghetto.
Facendomi largo tra la folla sdraiata sui prati e intenta a prendere il sole. imbocco diretto la grande pista da sci che
in poco più di un’ora mi riporta a San Domenico.
Scendo lungo questa discesa molto ripida, dove il silenzio è rotto solo dallo sferragliare di mountain-bike che fanno
la gimcana tra gli alberi a bordo pista in un apposito percorso pensato per loro.
Sono sceso, sono in paese e non sento più le gambe, come sempre al ritorno da queste escursioni.
Gambe che raggiungono l’alloggio da sole, la mente si è fermata ormai lassù, tra quelle cime e quelle rocce, a
ricordare ogni momento vissuto così intensamente.
E magari ad aspettare che le nubi si dissolvano.

Relazione e fotografie di: Daniele Repossi


Note: spettacolare e impegnativa escursione a due delle più famose vette ossolane, il Pizzo Diei e il Monte Cistella.
Il percorso, che pur presenta un modesto dislivello partendo da Dosso, è riservato agli escursionisti più esperti e
preparati fisicamente a causa della lunghezza, e di tratti su roccette piuttosto insidiosi, lungo i quali ci si aiuta
anche con le mani.
Necessaria una buona dimestichezza a muoversi su questi terreni e un buon senso dell’orientamento,
dato che la zona è spesso invasa dalle nebbie.