Sentiero attrezzato dei Kaiserjäger al Piccolo Lagazuoi 2.778 m.
(Italia – Dolomiti)

uno dei percorsi storici più significativi della Grande Guerra combattuta sul Lagazuoi dove si incontrano trincee,
ricoveri in roccia, postazioni osservatorio e per mitragliatrici, camminamenti e gallerie

corpo alto sentiero kaiserjager itinerario storico


Località di partenza:
 
Passo Falzarego, parcheggio funivia Lagazuoi

Quota di partenza: 2.109 m.
Quota di arrivo: 2.778 m.
Dislivello: 730 m. (dislivello totale positivo)
Posizione: sopra il Passo Falzarego a metà strada tra Cortina e la Val Badia, tra i Parchi Naturali di Fanes e
Sennes delle Dolomiti d’Ampezzo, in eccellente posizione panoramica

Difficoltà: EEA
Segnaletica:

dal Passo Falzarego al bivio per il collegamento al Sentiero dei Kaiserjäger: n° 402
dal bivio di collegamento col Sentiero dei Kaiserjäger alla cima del Piccolo Lagazuoi e fino alla
Forcella Lagazuoi: senza numerazione

dalla Forcella Lagazuoi alla Forcella Travenanzes: sentiero n° 401 – 402
dalla Forcella Travenanzes al Passo Falzarego sentiero n: 402
Ore: 5h 30’ (a/r) 1h 15’ il sentiero attrezzato.
Le ore non tengono conto delle soste e delle visite ai baraccamenti, alle postazioni e ai ricoveri dentro la roccia che
si incontrano durante il percorso

Distanza: 7,3 km
Tipo di terreno: sentiero, pietraie, sfasciumi, roccia
Periodo: dal mese di maggio al mese di ottobre (e in assenza di neve al suolo)
Acqua lungo il percorso: al Passo Falzarego (partenza) e al Rifugio Lagazuoi
Attrezzatura richiesta: classica da trekking lungo i sentieri,
kit da ferrata (casco, imbrago, longe) per il sentiero attrezzato

Ritorno: lungo il Sentiero del Fronte passando dal Rifugio Lagazuoi, oppure per il Sentiero delle Gallerie del
Lagazuoi o ancora tramite funivia

Tecnicamente in breve
Lasciata l’auto nel parcheggio della funivia al Passo Falzarego (2.109 m.) ci portiamo all’imbocco del sentiero verso nord dove sono posti alcuni cartelli.
Saliamo dritti lungo il Sentiero del Fronte (n° 402), lasciamo sulla sinistra una prima deviazione che si ricollega alla strada del Passo Falzarego e procediamo fino al 2° bivio dove un cartello ci indica di prendere a sinistra la traccia di collegamento per il Sentiero attrezzato dei Kaiserjäger.
Questa sale verso ovest lungo un immenso ghiaione di mina, fino a raccordarsi un po’ più in alto col sentiero vero e proprio che nella prima parte sale dal Passo di Valparola (2.168 m.).
Nel punto di unione dei due sentieri, ma anche un po’ prima, iniziano a vedersi i resti di ricoveri e trincee austriache.
Si continua a salire a zig-zag lungo un grande ghiaione fino all’inizio della parte attrezzata, caratterizzata da enormi gradinamenti.
Per cenge, un ponte sospeso, gallerie e camminamenti si guadagna quota fino ad arrivare al termine uscendo poco più a ovest della cima.

Pochi passi e si arriva alla croce di vetta del Piccolo Lagazuoi (2.778 m.).
Da qui, procedendo verso est su comodo sentiero si raggiunge il Rifugio Lagazuoi (2.752 m.).
Per il rientro abbiamo tre possibilità: la funivia, il Sentiero delle Gallerie o il Sentiero del Fronte.
L’itinerario qui descritto prende in considerazione quest’ultimo.
Dal rifugio scendiamo per l’evidente traccia (n° 401-402) il dolce pendio nord del Lagazuoi, passando accanto alle postazioni austriache FW4 e FW9 dove sono presenti altre gallerie e ricoveri militari.
Giunti alla Forcella Lagazuoi (2.573 m.) tralasciamo a sinistra i sentieri che portano nel Fanes e al Rifugio Scotoni (1.985 m.) e continuiamo verso destra (n° 401-402).
Dopo un lungo e comodo traverso sotto la propaggine sud della cresta della Fanisspitze (2.989 m.) arriviamo alla Forcella Travenanzes (2.503 m.).
Il Sentiero del Fronte (n° 402) che seguiamo, si abbassa dolcemente verso sud sotto la Punta Berrino, attraversando prima alcuni ghiaioni e poi dei prati accanto ad una pista da sci.
Lungo questo tratto sono visibili altri camminamenti e ricoveri di guerra (italiani).
Proseguendo sempre dritti giungiamo nuovamente al parcheggio della funivia al Passo Falzarego.

La Grande Guerra sul Lagazuoi
Con la dichiarazione di guerra all’Impero austroungarico da parte del Regno d’Italia, avvenuta il 24 maggio 1915,
i nostri soldati entrarono nella conca ampezzana dopo più di quattro secoli di dominazione asburgica.
Il Generale Luigi Nava al comando della IV Armata si portò nella zona di confine davanti a Cortina d’Ampezzo che nel
frattempo era già stata abbandonata dalle truppe imperiali, sostanzialmente per due motivi.
Il primo era che con la carenza di uomini del momento, non era possibile organizzare una valida difesa, e il secondo
era di impedire la distruzione del paese.
I soldati austroungarici risalirono quindi la Val Costeana fino al Passo Falzarego che occuparono, creando un
importante sistema fortificato intorno al Lagazuoi.
Di questo, dopo aver preso possesso della cima e avervi creato delle postazioni difensive (Lagazuoi Feldwache),
gli austriaci costruirono gallerie e appostamenti (Lagazuoi Feldsband), lungo la sua cengia che scendeva fino al
Passo di Valparola.
Ai piedi della parete si costruì tutto un sistema di trincee (Vonbankstellung) che sbarrava il passo stesso.
Non solo, le truppe imperiali occuparono e fortificarono il vicino Sass de Stria che con l’adiacente Forte Tre Sassi
(Werk Tre Sassi) doveva impedire qualsiasi sfondamento da parte italiana.
Era chiaro che la guerra doveva spostarsi su questi gruppi montuosi che comprendevano nelle immediate vicinanze anche
il Col di Lana e il Monte Sief, mentre sull’opposta zona dominata dalle 5 Torri e dall’Averau, si delineava la seconda
linea italiana che con i riflettori illuminava la parete del Lagazuoi.
L’Impero doveva impedire ad ogni costo la penetrazione italiana in Val Badia, in Val Pusteria e verso il Brennero; al
mentre le truppe del Regio Esercito ovviamente avevano lo scopo contrario.
Questo almeno in un secondo momento
dato che all’inizio gli italiani che entrarono nella conca ampezzana,
(70.000 uomini circa), non avevano artiglierie e per questo dovettero aspettare perdendo giorni preziosi per scacciare i
nemici dalle creste del Lagazuoi.
Infatti, il numero di austriaci che lasciarono Cortina e che occuparono queste montagne era esiguo all’inizio e si
sarebbe potuto sparare pochi colpi per impadronirsi della zona.
Il tempo perso dagli italiani ad aspettare rifornimenti, diede tempo al nemico di organizzarsi chiamando non solo rinforzi,
ma fortificando la parete e la zona dei Passi Falzarego e Valparola, dove già dagli inizi del 1900 era stato eretto il
Forte Tre Sassi (Werk Tre Sassi) che sbarrava la strada verso la Val Badia.
Quando i nostri soldati si mossero ormai era troppo tardi.
A intraprendere le azioni belliche su queste montagne furono il Battaglione Alpini Val Chisone e il Battaglione Alpini Belluno.
Il Forte Tre Sassi, assieme alle postazioni fortificate del vicino Sass de Stria, costituivano una barriera insormontabile e
causarono grosse perdite tra i nostri soldati.
Nei primi giorni del conflitto il forte subì un pesante bombardamento da parte dell’artiglieria italiana appostata alle 5 Torri
che causò pesanti danni alla struttura e il suo abbandono.
Gli austriaci però si riorganizzarono spostando i cannoni del forte nella Galleria Goiginger sul Sass de Stria continuando a
colpire le nostre truppe.
Nel mentre, temendo di essere aggirati verso ovest, occuparono anche la cima del Piccolo Lagazuoi.
Tra questa e fino all’anticima del Lagazuoi (dov’era la postazione Feldwache 4, o FW4), si approntarono poi tutta una
serie di postazioni di combattimento e ricoveri in roccia collegate telefonicamente e, dalle quali si dominava il fondovalle
per il quale gli italiani erano costretti a transitare.
Sbattendo contro un muro i nostri soldati tentarono di forzare l’accesso anche dalla Val Travenanzes ma gli imperiali, che
avevano occupato anche la vicina Tofana di Rozes, dalla postazione del Castelletto (nella quale si ricavarono diverse
gallerie con feritoie), tiravano con fucili e mitragliatrici sul nemico causando altre grandi perdite.
Come si vede, era di fondamentale importanza occupare posizioni sopraelevate.
Durissimi scontri intanto avvenivano anche di fronte, tra il Col di Lana e il Monte Sief, dove a fine guerra il numero totale
tra morti e feriti arriva vicino ai 12.000 uomini.
Dopo molte perlustrazioni notturne della parete sud del Lagazuoi, qualche nostro soldato riferì dell’esistenza di una cengia
naturale che correva a metà parete, orizzontalmente, e che questa non sembrava occupata dal nemico.
In realtà gli austriaci erano perfettamente a conoscenza di questa cengia ma non la occuparono in quanto la
ritenevano impossibile da presidiare e difendere.
E questo fu per loro un grosso errore.
Nell’ottobre del 1915, le truppe italiane guidate dal Maggiore Ettore Martini, riuscirono ad occupare questo camminamento
(che poi prese il nome di Cengia Martini), e si accorsero di trovarsi perfettamente in posizione dominante sulla verticale
delle sottostanti trincee austriache Vonbank.
In pratica gli italiani, a metà parete del Lagazuoi, dominavano gli austriaci ed erano dominati da questi appostati sulla
cima del Lagazuoi.
Dopo l’occupazione i nostri soldati iniziarono a fortificare e potenziare la cengia in silenzio, senza sparare un colpo,
per non rivelare subito la posizione agli austriaci.
Piano piano si dotò la cengia di camminamenti, magazzini, cucine, telefono, fucina, posto di medicazione, fureria, teleferica,
mensa e si iniziarono a trasportare qui sopra fucili, munizioni e una pesante mitragliatrice che venne posizionata in modo
quasi invisibile tra le fenditure della roccia.
Mentre erano in corso questi lavori, gli italiani salivano sempre di più lungo la parete, creando avamposti fino a 40 metri
sotto la postazione austriaca della cima.
Delle scalette di legno collegavano tutti questi avamposti.
Successivamente iniziarono a tirare sui soldati imperiali della Vonbank che, ignari di tutto, continuavano a sorvegliare la
loro trincea.
Numerosissime furono le perdite tra gli austriaci che non capirono nemmeno da dove provenisse l’attacco.
Quando si accorsero degli italiani era già tardi.
Stufi di questo tiro al bersaglio, dovevano cacciare gli Alpini dalla cengia e provarono in vari modi a farlo.
Il primo attacco importante avvenne il 17 dicembre 1915 quando gli uomini presidianti la cengia ricevettero un fuoco di
artiglieria impressionante.
Dalla cima inoltre, esperte guide alpine austriache si legarono alla vita una corda di canapa e si calarono dall’alto
portando a tracolla una borsa colma di bombe a mano che lasciarono cadere sulle teste dei soldati.
Gli italiani, per tutta risposta, li presero a fucilate per poi concentrare nuovamente il fuoco sulle trincee Vonbank.
Da allora si scatenò una guerra di mine ma era ormai chiaro che ci si trovò in una situazione di stallo.
Gli austriaci minarono con 300 kg. di esplosivo un’enorme roccia posta lungo la cresta del Lagazuoi e la fecero saltare
nella notte di San Silvestro del 1916.
La roccia rotolò giù dalla montagna causando una grande frana che trascinò con sé tutto ciò che incontrava.
I nostri però riuscirono a salvarsi.
Pochi giorni dopo i tiratori italiani causarono qualche perdita tra le truppe imperiali appostate presso il Forte Tre Sassi.
Di nuovo gli austriaci organizzarono una contromossa qualche settimana dopo, quando in direzione della cengia vennero
puntati 4 lanciamine; nel mentre, le mitragliatrici che fecero fuoco dal Sass de Stria costrinsero gli italiani a ripiegare
all’interno dei ricoveri in roccia.
Anche i lanciamine entrarono in azione ma, ben al riparo, le truppe resistettero all’attacco e risposero al fuoco.
A questo punto il Capitano Eymuth, comandante del Forte Tre Sassi decise un’azione disperata, ossia far saltare la cengia.
Già dal luglio 1916 iniziarono i lavori di scavo supervisionati dal Tenente Jakobczak, ma gli italiani capirono in anticipo
le mosse del nemico ed organizzarono la controffensiva, scavando a loro volta con le perforatrici due gallerie che
passavano sopra e sotto a quella austriaca.
Gli scontri ora non erano più solo all’esterno, ma anche all’interno della montagna, dove i due eserciti si
avvicinavano sempre più.
Molto spesso da entrambe le parti si interrompevano i lavori per ascoltare, con le orecchie incollate alle pareti, le
mosse degli avversari.
Erano attimi terribili questi e il Maggiore Martini lo sapeva bene.
Finchè c’era rumore non c’era pericolo, si scavava.
Quando il rumore terminava poteva partire il conto alla rovescia.
Un’altra galleria venne scavata poi dai reparti austriaci e successivamente riempita alle estremità con cariche esplosive.
La prima mina austriaca scoppiò il 1° gennaio 1917 quando si caricò una camera di scoppio con 300 kg di esplosivo.
Ormai era una gara contro il tempo a chi terminava prima gli scavi.
Quando alle perforatrici italiane mancò poco per irrompere sul nemico, la galleria trasversale caricata con 4.300 kg di
esplosivo saltò (14 gennaio 1917) e dall’esterno si vide solo del fumo uscire da una galleria italiana.
Intanto gli austriaci, aiutati anche da una più moderna perforatrice elettrica, portarono avanti i lavori alla
galleria principale che doveva far saltare la cengia.
Questa galleria, alta 1,8 metri e larga 80 cm, avanzava ora di 1,75 metri al giorno, (mentre prima di solo 75 cm al giorno).
Si arrivò ad una lunghezza di 93 metri.
Gli italiani cercarono in ogni modo di disturbarne i lavori, tenendo sotto tiro gli austriaci che giorno dopo giorno portarono
casse di esplosivo (ben 1.003 in totale per 30.480 kg di esplosivo).
Si designò il 20 maggio 1917 quale giorno per l’esplosione ma non si scelse un momento qualsiasi, bensì si attese che
tutta la guarnigione italiana fosse posizionata sulla cengia.
La cosa però quel giorno non avvenne mai e così si rinviò il tutto al 22 maggio.
L’esplosione che ci fu quel giorno fece crollare tutti i torrioni rocciosi a metà parete, torrioni che gli italiani utilizzavano come
copertura per indirizzare il fuoco sulle postazioni austriache nel fondovalle e al Forte Tre Sassi.
La frana, lunga circa 200 metri e larga 140, staccò qualcosa come 130.000 metri cubi di roccia.
Nonostante questo gli italiani miracolosamente sopravvissero.
Il maggiore Martini infatti aveva fatto preventivamente rientrare nei ricoveri i suoi uomini che così riuscirono a salvarsi.
Solo 4 o 5 furono le perdite, le sentinelle che per forza di cosa si dovettero sacrificare in quanto fino all’ultimo dovevano
rimanere sulla cengia a sorvegliare i movimenti del nemico.
Pare che poco dopo Martini chiamò a raccolta gli orchestrali del Val Chisone e ordinò loro di suonare la Fanfara degli
Alpini per dare al nemico un chiaro segnale di essere sopravvissuti.
Gli italiani ripresero poi a ricostruire i ricoveri e i camminamenti perduti.
La guerra di mine non accennò a finire, anzi.
Gli austriaci continuarono a temere che gli italiani tramite altre gallerie arrivassero fin nelle loro retrovie, e così prepararono
il colpo definitivo.
Il Capitano Raschin e il Tenente Jakobczak individuarono un punto a metà parete sopra la Cengia Martini dove
collocare una potentissima carica di esplosivo, sperando di non essere scoperti dalle nostre truppe.
In una spaccatura della roccia vennero collocati 4.000 kg di esplosivo che il 16 giugno 1917 alle ore 10:00 vennero
fatti saltare.
La frana spaccò la cengia in due, portandosi a valle circa 5.000 metri cubi di roccia e ghiaia.
Ma da tempo era stata progettata anche da parte italiana l’esplosione di una galleria.
Guidati dagli ingegneri Cadorin e Malvezzi, che precedentemente avevano fatto saltare la galleria del Castelletto
sulla Tofana di Rozes, gli italiani scavarono un tunnel diretto alla cima del Lagazuoi che aveva già raggiunto 1 km di
lunghezza quando si scoprì che il nemico aveva già approntato una contro galleria di mina.
Gli italiani quindi ammassarono nella camera di scoppio circa 32.664 kg di esplosivo e si prepararono a far saltare la galleria.
Quando il Capitano Raschin venne informato dell’imminente pericolo da un disertore, fece evacuare la cima.
Il 20 giugno 1917 ci fu l’esplosione che staccò letteralmente l’Anticima della montagna (ora piatta).
Gli italiani si
portarono sulla sommità circondando il cratere provocato, ma vennero falciati dalle mitragliatrici appostate
alla postazione FW4 sull’anticima del Lagazuoi.
La lotta su questa montagna si protrasse per 3 lunghi anni, fino al 24 ottobre del 1917 quando gli italiani si ritirarono dalla
zona a causa della disfatta di Caporetto.
Durante questo periodo gli austriaci fecero saltare un’ultima mina verso la Cengia Martina impiegando 5.000 kg di esplosivo
(18 settembre 1917).
Le truppe del Regio Esercito non riuscirono mai a sfondare lo sbarramento austriaco dei Passi di Valparola e Falzarego.
Ettore Martini, per le ardite imprese sul Piccolo Lagazuoi ricevette in seguito una Medaglia di bronzo al Valor Militare,
una d’argento, una Croce al Merito di Guerra e la Croce di Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia. 
In totale sul Lagazuoi scoppiarono ben cinque mine: quattro austriache, con lo scopo di far saltare la Cengia Martini, e una
italiana con la quale si intendeva conquistare l’Anticima del Lagazuoi.
Oggi alla base di questa grande parete si attraversano due immensi ghiaioni: sono proprio quelli causati dallo scoppio
delle mine.
Grazie al grandissimo lavoro di recupero lungo la parete del Lagazuoi, si possono visitare le gallerie superstiti e le
baracche italiane della Cengia Martini, magistralmente ricostruite.
Pur con tutte le assurde e innumerevoli perdite dovute agli scontri a fuoco, si calcola che su queste montagne, ma più in
generale su tutto il fronte dolomitico, solo 1 soldato su 4 venne ucciso in combattimento.
La maggior parte delle perdite si ebbero per cause naturali dovute al freddo, alla neve, alle valanghe e alle frane.
Gli inverni che interessarono i tre anni di guerra furono forse i peggiori del XX secolo.
Solo nell’inverno 1916-1917 si accumularono in quota qualcosa come 12 metri di neve, rendendo di fatto impossibile e
insopportabile la vita per gli uomini.

Lagazuoi dal passo Falzarego

la parete del Lagazuoi vista dal Passo Falzarego

Il Sentiero Attrezzato dei Kaiserjäger al Lagazuoi è un bellissimo percorso su roccia in un contesto paesaggistico
di prim’ordine che sale al Piccolo Lagazuoi ripercorrendo i passi delle truppe austro-ungariche che nella Prima Guerra
Mondiale occupavano queste montagne.
Raggiungiamo il Passo Falzarego da Cortina d’Ampezzo, Arabba o l’Alta Badia (passando dal Passo Valparola) e lasciamo
l’auto direttamente nel posteggio alle spalle dell’impianto della funivia che sale al Lagazuoi.
Qui inizia la nostra escursione; all’imbocco del sentiero, a nord del piazzale, sono presenti numerose indicazioni per cui
non si può sbagliare.
Seguiamo per un breve tratto il Sentiero del Fronte che con percorso escursionistico prosegue per il Rifugio Lagazuoi e
la Forcella Travenanzes (lo percorreremo in discesa), e nei pressi di una chiara indicazione deviamo a sinistra iniziando a
salire su pietrisco, sotto la verticale parete sud della montagna.
In realtà questo non è semplice pietrisco, ma il primo di due giganteschi ghiaioni scesi dalla montagna a causa dello
scoppio delle mine italiane e austriache sulla parete sopra di noi.

Questi versanti sono stati pesantemente modificati dagli uomini che vi hanno scavato gallerie, pertugi, trincee,
arrivando perfino ad appiattirne la cima!
Praticamente il sottosuolo del Lagazuoi è caratterizzato da tutta una serie di cunicoli ed è tutto forato!
Percorriamo un tratto costeggiando le numerose trincee di guerra presenti e ammirando di fronte a noi un’altra montagna
simbolo della zona, il Sass de Stria, sul quale erano posizionate le truppe austriache che tenevano sotto controllo il
Passo Falzarego e la prima parte di questo percorso.
Continuiamo a salire sul ghiaione a zig-zag, portandoci verso la parete notando come un po’ ovunque sul terreno si trovino
ancora lattine arrugginite, conserve e barattoli.
Arriviamo ad una piccola croce di legno dove a fianco si trova un antro nella roccia, probabilmente un ex ricovero militare.
Anche qui il terreno è cosparso di barattoli e lattine alle quali si aggiungono numerosi pezzi di legno, ossia tutto ciò che
rimane di una baracca.
Da qui abbiamo già una visuale incredibile sul Sass de Stria e su tutto il comprensorio delle 5 Torri con l’Averau a fare
da sfondo.
Uno scenario da cartolina.
Se guardiamo bene in alto vediamo un ponte sospeso e tra poco lo attraverseremo!
Camminiamo ora direttamente in mezzo alle trincee, (ottimamente conservate), e dopo aver risalito con infiniti zig-zag
il secondo immenso conoide detritico, raggiungiamo la base di un canalino dove inizia la ferrata vera e propria,
il Sentiero attrezzato dei Kaiserjäger. 

Il Sentiero attrezzato dei Kaiserjäger
Questo ardito percorso fra le rocce prende il nome dalle truppe imperiali che durante la Grande Guerra si sono
scontrate con i soldati del Regio Esercito sul Lagazuoi.
I Kaiserjäger (o cacciatori imperiali), formavano quattro reggimenti di fanteria dell’esercito austriaco e, durante il
periodo 1867 – 1918, erano chiamati anche k.u.k. Kaiserjäger; consistevano in truppe scelte che venivano schierate
dove la situazione lo richiedeva.
Questi uomini però non erano guide alpine o alpinisti, ma semplici soldati posti sullo stesso livello dei fanti italiani che,
senza nessuna esperienza di roccia, dovettero adeguarsi alle circostanze.
Come gli italiani, capirono da subito cosa potesse voler dire combattere e vivere a certe quote.
Il percorso venne costruito da queste truppe per avere un accesso sicuro dal passo alle trincee e alle postazioni k.u.k. in
cima al Lagazuoi dove i soldati ogni giorno avevano bisogno di viveri, munizioni e combustibile, pari al peso di ogni soldato.
Il sentiero faceva parte del più ampio sbarramento austriaco che si appoggiava ai trinceramenti Vonbank e al Forte Tre Sassi
sul Passo di Valparola.
Queste truppe hanno risalito così questa montagna per quasi tre anni.
Il ponte sospeso, che si incontra quasi all’inizio del percorso, non è un’invenzione attuale, ma era stato costruito dagli stessi
soldati austriaci (allora era lungo 10 metri e alto 25).
Poco distante gli italiani occupavano la Cengia Martini, sulla parete sud del Lagazuoi trasformandola in un bunker che
nemmeno i Kaiserjäger riuscirono ad espugnare, nonostante innumerevoli tentativi.
In sei mesi gli italiani perforarono la montagna con una serie di gallerie arrivando a circa 40 metri sotto la postazione
austriaca sull’anticima, eliminando, con l’aiuto dell’esplosivo un avamposto austriaco.
Questo non servì però ad uscire da una situazione di stallo che si era ormai creata finché, dopo la disfatta di Caporetto,
le truppe furono costrette a ritirarsi.

ponte sospeso sentiero dei kaiserjager

il ponte sospeso

Risaliamo questo punto mettendo le mani su alcune travi di legno che creano gradoni artificiali e aiutandoci con le
staffe nella roccia.
Qui non è presente il cavo metallico dove attaccare i moschettoni ma la progressione non pone alcun problema.
Risaliamo l’ultima parte del canale e arriviamo ad una cengia attrezzata che prosegue verso destra.
Seguiamo la cengia e aggiriamo la parete fino ad incontrare la sorpresina del giorno.
Il ponte sospeso!
Dopo numerose foto di rito, lo attraversiamo raggiungendo il versante opposto dove proseguiamo su facili roccette ben
assicurati al cavo.
Ci fermiamo spesso ad osservare il panorama che man mano che saliamo si amplia.
Compaiono la Marmolada, il Sella e il Fanes.
Più sotto, e ora più minuscolo, il Sass de Stria.
Affrontiamo un balzo roccioso piuttosto verticale e arriviamo ad un punto dove la visuale si apre sulla parete
del Lagazuoi e sul proseguo della ferrata.
Un pannello illustrativo riporta la foto dei soldati al fronte intenti a scrivere lettere nelle baracche costruite all’interno delle
gallerie poste qui di fianco. 

Dalla lettera di un soldato (1916)
“[…] probabilmente siamo a metà della guerra ma così non può andare avanti! […] così non solo periranno i soldati al fronte
ma anche i nostri cari a casa, moriranno a causa degli strapazzi o moriranno di fame”
.

posta dal fronte

Accendiamo la frontale ed entriamo a visitare questi cunicoli.
Ci sono molte diramazioni e una baracca di legno ottimamente conservata grazie ai numerosi restauri, il dormitorio dei
soldati, con una lunga panca di legno, un tavolo e una sedia.
Qui vivevano i soldati, anche d’inverno, ad una quota di 2.515 metri.
E’ incredibile pensare ai patimenti da loro subiti durante questi anni.
Nelle altre gallerie troviamo ancora molte assi di legno sparse un po’ ovunque.
Usciamo da queste e continuiamo a salire seguendo ora un comodo sentiero, attrezzato solo nei punti più esposti.
La pista ci porta lentamente a cambiare direzione, da est verso ovest, seguendo le spaccature naturali della montagna.
Ci alziamo parecchio e affrontiamo un tratto su pietrisco con pendenza più sostenuta.
Dopo altri gradoni in legno ci portiamo contro la parete dove torna ad essere presente il cavo metallico.
Inizia ora un tratto molto ripido e sfasciumato dove dobbiamo fare attenzione a non smuovere le grosse pietre che
potrebbero cadere sulle persone sotto di noi.
Siamo quasi in cima e a tratti appare anche il Rifugio Lagazuoi, in alto alla nostra destra.
Un altro tratto ripido su sfasciumi e senza cavo si palesa poco dopo, fino ad arrivare ancora sotto la roccia
dove possiamo agganciarci nuovamente coi moschettoni.
Attraversiamo una piccola passerella di legno e, sempre assicurati, rimontiamo qualche altro gradone sostenuto da roccia
e travi di legno.
Affrontiamo l’ultima parte della ferrata percorrendo un punto molto esposto e senza il cavo metallico.
Massima cautela!
Aggiriamo un ultimo spuntone roccioso e siamo fuori.
Usciti sulla cresta giriamo a destra e rimontiamo gli ultimi metri fino alla croce di vetta del Piccolo Lagazuoi.
Qui, una tavola di legno infissa sulla croce ricorda i caduti nella guerra del 1915-1918.
E’ fatta, siamo in cima!
Che scenario immenso e che spettacolo ci accoglie!
La Tofana di Rozes con l’altopiano del Lagazuoi, il gruppo del Sella, la vastità del Fanes, la Marmolada, il gruppo
Cinque Torri-Averau-Nuvolau, il Civetta, l’Antelao, il Sorapiss, le Conturines, i Lastoi de Formin e più lontano
le Pale di San Martino.
Insomma, buona fetta delle Dolomiti!
Da un luogo così ci devono portare via con la forza.

la croce del Piccolo Lagazuoi

In questa giornata invece ci pensa il vento, forte e gelido, a farci muovere.
Prendiamo poco sotto la cima il comodo e largo sentiero di guerra che dopo un percorso in cresta scende al Rifugio Lagazuoi e alla vicina stazione a monte della funivia che sale dal Passo Falzarego.
Siamo a 2.752 metri.
Ci copriamo maggiormente e facciamo tappa obbligata sulla famosissima terrazza panoramica, normalmente invasa d’estate dalla massa di turisti.
Oggi, a causa del freddo e del vento, la gente è poca e ci concediamo lunghi momenti a far viaggiare lo sguardo su questo scenario e a volare con la fantasia su queste cime.
Incredibile, le Dolomiti sono davvero un posto unico al mondo.
Dalla terrazza del rifugio, osservando bene alla nostra destra, sulla parete sotto la cima del Piccolo Lagazuoi possiamo vedere la parte finale dell’ardito Sentiero dei Kaiserjäger.
Vedendolo da qui fa veramente impressione, impossibile essere saliti da lì!
Proprio sotto ai nostri piedi c’era anche la Postazione Feldwache 2 (FW2) austriaca,

ancora visibile, sebbene la trincea che la collegava con gli altri avamposti sia ormai crollata.
Le possibilità di discesa sono ben 3.
La funivia (da prendere solo in caso di essere allo stremo delle forze!), il Sentiero delle Gallerie (che parte dall’anticima del Lagazuoi e, nonostante venga perlopiù percorso in discesa data la pendenza, consiglio invece di percorrerlo in salita in un’altra giornata), e il Sentiero del Fronte.
Noi prendiamo oggi quest’ultima traccia, non prima di aver visitato alcune postazioni di artiglieria vicino al rifugio.
Solo per alcune non serve la frontale.
All’interno si possono vedere le feritoie da dove sparavano i soldati, le mitragliatrici ottimamente conservate e le baracche dove alloggiavano le truppe, con tanto di tavoloni in legno, pentole e bottiglie ancora al loro posto.
Che vita doveva fare questa povera gente, quanti morti e quanti patimenti!
La prima postazione difensiva austriaca che incontriamo è quella di Vedetta n°4.

La postazione Feldwache 4 (o FW4)
Questa postazione di vedetta (Feldwache in tedesco) è la quarta di tutto il sistema di vedette allestite dai soldati
austroungarici sul Piccolo Lagazuoi.
La linea di difesa partiva infatti dalla vetta (FW1), superava il Rifugio Lagazuoi (FW2) e la stazione della funivia (FW3).
Dalla FW4 lo sbarramento difensivo piegava poi verso nord seguendo tutta la Muraglia Rocciosa, (com’era chiamata dagli
italiani la cresta che scendeva alla Forcella Lagazuoi), per poi risalire il versante del Grande Lagazuoi.
Da queste feritoie in caverna gli austriaci dominavano dall’alto la strada che da Cortina sale al Passo Falzarego sulla quale
gli italiani erano costretti a transitare per rifornire gli avamposti del Lagazuoi, 5 Torri e Col Gallina.
La postazione venne utilizzata anche come base di lancio di grandi palle di ghisa piene di esplosivo che gli austriaci fecero
rotolare sulle truppe del Regio Esercito per scacciarle dalla Cengia Martini, proprio lungo la sua verticale.

la postazione FW4 con le truppe di vedetta

Igiene personale
8 maggio. “Oggi siamo entrati in azione due volte e abbiamo portato un cannone alla Forcella Fanes togliendoci i pidocchi
a vicenda, la nostra squadra non ha neanche il tempo di lavarsi la biancheria e nello stesso tempo ognuno dovrebbe
portare indumenti puliti!”
.
16 maggio. “[…] tutto il giorno visita medica, tutti devono avere biancheria pulita, due cambi, dove trovarli senza rubare…”.

postazione FW4 durante la guerra (Archivio Regole d’Ampezzo. Fondo Luigi Zambelli)

In trincea
“Le perdite del primo battaglione “cacciatori” bavarese, dal suo arrivo in Val Travenanzes, ammontano a:
14 morti, 74 feriti, 106 malati, in tutto 194.
Si fa notare che la prima compagnia è impegnata in primissima linea dal 5 di luglio, e la terza dal 9 di giugno”
.
Mag. Spiegel, 30 luglio 1915.

Anticima del Lagazuoi prima della mina italiana (Archiv Schemfil Innsbruck)

Usciamo e iniziamo a scendere verso Forcella Travenanzes per un altopiano di ghiaia dove il sentiero è ottimamente
tracciato e sostenuto da infissi di legno.
Che scenario incredibile abbiamo di fronte!
Verso nord-ovest l’imponente e selvaggio gruppo delle Conturines, dritto davanti a noi si elevano le prime propaggini del
Fanes culminanti con la vicina Fanisspitze e, più a est, la meraviglia delle Tofane.
Credo non vi sia un altro posto sulla Terra ad offrire visioni simili!
Costeggiamo questa lunga cresta della Muraglia Rocciosa fortificata dagli austriaci e passiamo accanto alla postazione FW9
dove, oltre ad una galleria di guerra, è stata perfettamente ricostruita una baracca di legno degli ufficiali austriaci
(Osterr. Offiziersbaracke) con all’interno tavolo, sedie e bottiglie.
Nelle immediate vicinanze, sul terreno, sono sparse assi di legno, resti di altri ricoveri.
Oggi fa caldo ed è una bella giornata per cui possiamo prenderci tutto il tempo necessario per visitare queste postazioni
e riempire anima e corpo con questi incredibili panorami.
Ma se per una qualsiasi ragione venissimo catapultati indietro nel tempo in quegli anni del conflitto, certamente non
avremmo voluto sostare neanche un minuto in questi luoghi (figuriamoci vivere per 3 anni), sotto il fuoco battente del
nemico ed esposti agli immani pericoli della montagna, tra cui occorre annoverare i terribili patimenti del corpo a
temperature di quasi 30 gradi sottozero.
Eppure saremmo stati costretti a difendere queste posizioni, rischiando la morte che poteva in qualsiasi momento
sopraggiungere per mano del nemico, per la natura ostile, o dalle proprie retrovie che in caso di abbandono e diserzione
non avrebbero esitato un istante a fare fuoco.
Terribile, da nausea.
Questa era la guerra sulla quale oggi dovremmo più che mai riflettere.

La postazione Feldwache 9 (o FW9)
Questa postazione di vedetta, come la FW4, si trovava sulla prima linea del fronte difensivo austriaco ed era la nona di
una catena di vedette che formavano tale linea.
Più precisamente la FW9 era collocata in uno dei tanti fori che gli austriaci scavarono nella Muraglia Rocciosa che scende
fino a Forcella Lagazuoi.
Le feritoie aperte al suo interno davano direttamente sulle trincee italiane del Col dei Bos e della Punta Berrino e da
queste le mitragliatrici aprirono un fuoco d’infilata sui soldati italiani che tentavano di raggiungere la Val Badia attraverso l’Armentarola.
Le caverne scavate nella roccia ospitavano anche i ricoveri per i soldati; all’inizio del conflitto tali caverne erano semplici
pertugi riparati, ma col protrarsi del tempo passato al fronte, vennero allargati e attrezzati per le varie necessità della
vita in montagna.
Il nemico numero uno, non erano gli italiani, ma il freddo che nei turni di guardia invernali diventava insopportabile,
soprattutto quando la temperatura scendeva fino a -25° C.
I turni di guardia non potevano così durare che pochi minuti.

postazione FW9

soldati dentro un ricovero durante il rigido inverno (Archivio Brigata Cadore-Sedico)

la baracca degli ufficiali austriaci (Osterr. Offiziersbaracke)

Continuiamo ad abbassarci di quota per il comodo e largo Sentiero del Fronte fino a raggiungere la Forcella
Lagazuoi a 2.503 metri.
In mezzo a tutte queste rocce e pareti verticali dalle quali scendono ripidi ed enormi ghiaioni, l’ambiente è
praticamente lunare.
Nessun tipo di vegetazione è presente, nemmeno un filo d’erba.
Ma lo scenario è davvero mozzafiato.
Lasciamo a sinistra le deviazioni per la ferrata Tomaselli, la Forcella Selares e il Rifugio Scotoni e continuiamo la nostra
discesa seguendo le indicazioni per la Forcella Travenanzes e il Passo Falzarego.
Ora i nostri occhi sono incollati alla meraviglia della Tofana di Rozes dove si svolsero altri cruenti scontri tra italiani e austriaci.
Alta 3.225 metri, la vista da qui è impressionante.
Due sono le vie di salita: la normale che parte alle sue spalle, dov’è ubicato il Rifugio Giussani, e la difficile via
ferrata Lipella che si innalza ad ovest alla base del Castelletto.
Non veniamo però stregati solo dalle Tofane ma anche da tutta una catena di monti (e che monti!) che si estendono
all’orizzonte.
Magnifica è infatti la vista sul massiccio del Sorapiss, sull’Antelao e, più a sud, sui Lastoi de Formin e la cima Ambrizzola.
E che dire poi del più famoso scenario dolomitico dominato da Averau-Nuvolau-5 Torri?
Penso che le parole per raccontare questi posti le debbano ancora inventare talmente è il loro fascino.
Siamo nelle Dolomiti dopotutto!
Anche questi percorsi che attraversano queste cime, che le aggirano e si incuneano nei loro meandri sono assolutamente
favolosi e suscitano infinite emozioni.
Quello che stiamo percorrendo è, come detto, il Sentiero del Fronte, oggi ripristinato e costantemente mantenuto,
utilizzato durante la guerra nella parte bassa dagli italiani per portare rifornimenti e artiglierie verso la Punta Berrino,
sul versante est del Lagazuoi e poco sotto la sua cima.

Il Sentiero del Fronte e i baraccamenti italiani del Lagazuoi
Il Sentiero del Fronte che sale dal Passo Falzarego (n° 402) è stato realizzato dagli Alpini per collegare la trincea
italiana, che partiva dalla Torre alla base del Lagazuoi, fino alle postazioni e alle baracche collocate sotto la Punta Berrino,
ad est e sotto la cima del Lagazuoi.
Questi baraccamenti, oggi ancora visibili, erano per la maggior parte al sicuro dal fuoco austriaco proveniente dal
Sass de Stria, ma bastava sporgersi un po’ più in là verso la Forcella Travenanzes per venire presi d’infilata dalle
mitragliatrici appostate lungo la Muraglia Rocciosa e sulla cima del Lagazuoi.
La Forcella Travenanzes, punto contesissimo, era tenuta sotto tiro non solo dalle mitragliatrici italiane del Col dei Bos e
della Punta Berrino, (dove ancora oggi si vedono chiaramente le feritoie nella roccia), ma anche da quelle austriache
sopra menzionate.
La parte alta del Sentiero del Fronte (n° 401 – 402) saliva le pendici del Grande Lagazuoi (percorso oggi frequentatissimo
dagli escursionisti), ed era invece utilizzato dagli austroungarici per trasportare viveri e materiali alle postazioni in
Val Travenanzes, al Castelletto e alla Forcella Fontana Negra.
I portatori svolgevano questi incarichi rischiando in ogni momento di essere colpiti; per questo il trasporto veniva effettuato
di notte e nel silenzio più assoluto.
Anche se però molto spesso non bastava.
Bengala e riflettori, illuminando l’area di interesse, consentivano di individuare facilmente gli uomini sui quali si apriva
immediatamente il fuoco.
D’inverno e sulla neve poi, costoro erano maggiormente individuabili.
I trasporti erano quotidiani in quanto i soldati in prima linea avevano costantemente bisogno di rifornimenti
(acqua, munizioni, viveri, vestiti, materiali e arnesi per costruire o riparare oggetti).
La Forcella Lagazuoi, situata ad ovest e in posizione sopraelevate rispetto alla Forcella Travenanzes, era protetta da un
triplice ordine di reticolati e da una trincea che andava dalla cima del Lagazuoi, alla Muraglia Rocciosa, dove si notano
ancora le feritoie dalle quali tiravano gli imperiali.
Gli italiani non capirono da subito l’imponenza di questa muraglia naturale e numerosi furono i tentativi per espugnarla:
si tirava dalla Forcella Travenanzes e dalla Punta Berrino principalmente con cannoni da 75 mm caricati a shrapnels,
sperando di indebolire il nemico che però riceveva (e in fretta), rifornimenti costanti grazie alla teleferica che saliva
dalla Capanna Alpina e oltrepassava il Rifugio Scotoni.

forcella travenanzes

il sentiero del fronte

Dalle foto si vedono bene i luoghi che vi sto raccontando e, ancor più chiaramente, si capisce la compattezza e
l’inespugnabilità delle roccaforti contro le quali furono portati inutilmente numerosi attacchi.
Di questi ambienti si possono distinguere due facce della medaglia una volta giunti alla Forcella Travenanzes.
Da un lato non si può rimanere indifferenti dal grande lavoro di recupero e dall’istituzione di un grande museo all’aperto
visitabile da tutti, che interessa una vastissima zona di alta rilevanza storica, ma dall’altro compaiono anche sdegno e
rabbia per quanto è stato fatto sempre ai giorni nostri.
Guardando in alto a destra vediamo la cima del Lagazuoi sotto la quale il pendio è stato spianato e modificato per creare
un’immensa pista da sci.
Pista che poi scende al Falzarego dalla forcella nella quale ci troviamo ora.
Occorreva rovinare anche questi luoghi dove valorosi uomini hanno perso la vita con estremo coraggio?
Non era forse il caso di portare un minimo di rispetto lasciando la montagna com’era?
Dalla Travenanzes continuiamo la nostra discesa verso valle tralasciando le deviazioni per la Val Travenanzes, la
ferrata Lipella e la Forcella Col dei Bos.
Il percorso, sempre molto facile, taglia questi grandi ghiaioni passando proprio sotto la Punta Berrino, la cuspide di
roccia sulla quale si trovava l’avamposto italiano.
Ora siamo di fronte ad un altre grande scenario, quello delle 5 Torri che appaiono in tutta la loro meraviglia.
Ancora più alle spalle si eleva sua maestà, il Monte Pelmo.
Passiamo accanto ad un’arditissima postazione di vedetta, raggiungibile con un breve pezzo di tratto ferrato (pioli e
corda verticali), caratterizzato da una spaccatura nella roccia.
Poco oltre, sulla destra vi sono i ruderi dei baraccamenti italiani per i quali sono rimasti in piedi solo alcuni muri.
Man mano che scendiamo verso valle le meraviglie del panorama raggiungono livelli stratosferici, soprattutto quando la
vista si apre anche su montagne famosissime quali Averau e Nuvolau.
Manca poco all’arrivo, ancora qualche piccolo tornantino tra erba e ghiaia, (purtroppo a fianco dell’inguardabile pista
da sci), che ci portano alla base di due enormi conoidi detritici provocati dallo scoppio delle mine sulla parete del Lagazuoi.
Per rendersi conto della loro grandezza, è sufficiente voltarsi indietro una volta arrivati sul Passo Falzarego.
Arriviamo a destinazione dopo un ultimo tratto su ghiaietto zigzagando tra i mughi.
Cosa dire di questo itinerario se non che a mio avviso è uno dei più belli di tutte le Dolomiti?
In uno dei più grandiosi scenari al mondo, grande merito va al recupero e al mantenimento di tutti i presidi storici dislocati
lungo il percorso che fanno sì che questi luoghi siano oggi visitati sempre da più persone.
Per l’ambiente, per la valenza storica ma anche per conoscere, imparare e mai dimenticare il nostro passato.

Note: un sentiero attrezzato ideale per avvicinarsi al mondo delle ferrate, non difficile dal punto di vista tecnico ma
a tratti esposto.
Sono presenti pochi passaggi verticali e un ponte sospeso con passerella in legno.
Panorama incredibile sulle Dolomiti dalla cima.
Uno dei percorsi storici più significativi della Grande Guerra combattuta sul Lagazuoi lungo la via protetta, utilizzata
dai soldati austriaci per trasportare viveri e materiali dal fondovalle alle postazioni sulla cima.
Lungo il percorso si incontrano trincee, ricoveri in roccia (oggi perfettamente ricostruiti), postazioni osservatorio e
per mitragliatrici, camminamenti e gallerie.

Relazione e fotografie di: Daniele Repossi