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Sentiero Natura di Borgio Verezzi – Borgio Natura –
(Italia – Borgio Verezzi)

alla scoperta di tutti i principali ambienti naturali della conca di Borgio Verezzi, mettendone in risalto natura,
botanica, fauna, clima, geologia, storia e architettura

sentiero natura borgio verezzi


Località di partenza:
p
assaggio a livello all’ingresso di Borgio Verezzi (SV)
Quota di partenza: 10 m.
Quota massima: 269 mt. (Chiesetta di S. Martino Vescovo)
Dislivello: 280 mt. (dislivello totale positivo)
Posizione: l’anello qui descritto interessa 3 delle 4 borgate di Verezzi e il paese di Borgio,
punto di partenza e di arrivo.
Borgio si trova nel tratto della Riviera Ligure di Ponente compreso tra Finale Ligure (ad est)
e Pietra Ligure (ad ovest)

Livello di difficoltà: T / E [scala dei livelli delle difficoltà]
Segnaletica e n° di sentiero: “Sentiero Natura” doppia linea orizzontale verde sovrascritta dalla sigla SN
e freccia direzionale anch’essa verde

Ore: 3h (anello completo).
La tempistica non considera le soste da mettere in conto per visitare tutti i principali punti di interesse e
soffermarsi in uno dei numerosi punti panoramici

Distanza: 5,4 km
Tipo di terreno: strade asfaltate, sentiero (anche ripido), acciottolato
Periodo: tutto l’anno
Acqua lungo il percorso: nei locali di Borgio e nel Parco dell’ex Acquedotto, in quelli presenti nelle varie borgate
che si incontrano, e al punto ristoro accanto alla chiesa di S. Martino
(verificare gli orari di apertura che possono variare a seconda del periodo)

Le tappe del percorso: Passaggio a livello di Borgio – Rio Fine – Cava Ronco – Chiesetta di S. Martino Vescovo
– Mulino Fenicio – Croce dei Santi – Crosa – Piazza – Roccaro – Carrubo del Buongiorno – Rio Battorezza
– Parco dell’Acquedotto – Piazza San Pietro – Grotte di Borgio (o passaggio a livello)

Attrezzatura richiesta: classica da trekking
Ritorno: il percorso è ad anello, seguire la cartina e i dettagli riportati nello scritto per avere informazioni precise
Rifiuti: ecco cosa bisogna sapere prima di abbandonarli


Tecnicamente in breve:

dal passaggio a livello di Borgio (10 mt.) si imbocca in leggera salita la strada per Verezzi, Via Nazario Sauro,
parallela all’Aurelia.
Dopo circa 100 metri, si devia sulla destra per Via della Cornice.
Dopo quasi 600 metri le case di Borgio terminano e inizia lo sterrato della vecchia Strada Napoleonica
(Via Aurelia Antica), nei pressi di una cava (Loc. Pian dell’Arma) oggi piccolo parcheggio auto.
Proseguendo a mezza costa si giunge nella piccola Valle di Rio Fine e, ad un bivio, si lascia la Strada Napoleonica per
svoltare a sinistra in ripida salita sino a giungere ad un altro bivio (Loc. Ronco).
Ora, tralasciando la deviazione a sinistra che si ricongiunge alla Cava Vecchia e al Sentiero Cultura, si continua
in ascesa più blanda verso destra.
Si oltrepassa una piccola area pic-nic nei pressi dell’ex Cava Ronco e, ora pianeggiando, si procede in una fitta
lecceta sulle pendici est di Gallinari fino ad arrivare ad un altro bivio, punto di innesto col sentiero che
collega Finalborgo a Verezzi.
Deviando a sinistra, per leggera salita si giunge alla Chiesetta di S. Martino Vescovo (269 m.).
Da qui occorre puntare verso nord-ovest e attraversare l’ampio piazzale-terrazzo di fronte alla chiesa e al vicino
Santuario di Maria Madre e Regina; si vedrà quindi la prosecuzione della traccia che rientra nel bosco,
proprio sul retro del santuario.
Dopo qualche metro in salita, il sentiero spiana e passa accanto al vecchio Mulino Fenicio che si raggiunge deviando
solo qualche metro.
Tornati sulla traccia si continua senza fatica fino alla Croce dei Santi, nei pressi della quale è presente un
tavolo da pic-nic.
Si continua sul crinale fino ad individuare sulla sinistra lo stretto sentierino che scende all’Arma Crosa e poi a Crosa
dove prosegue il Sentiero Natura: pista che, per interesse e valore geologico, conviene prendere rispetto al più lungo
(e molto meno interessante) percorso ufficiale.
Quest’ultimo prevede invece la prosecuzione dritto fino al bivio di Castellaro e la discesa fino a Crosa per la traccia
verso sinistra (direzione sud, Via de Funtane), costeggiando i campi.
Dalla borgata si punta al parcheggio auto e, prima di questo, si prende il viottolo sulla sinistra (Via alla Crosa)
che scende ripidamente verso la borgata Piazza, raggiungibile dopo aver attraversato la strada comunale
(Via A. G. Barilli) e percorso gli ultimi metri di ulteriore discesa.
Ci si trova in Piazza S. Agostino; guardando il mare si imbocca il portico nell’angolo sud-ovest (Porticato Roccaro) e,
seguendo Via Roccaro, si arriva all’omonima borgata.
Da Roccaro si imbocca Via Borgio e, in ripida discesa, si giunge ad un bivio dove si tiene la destra per seguire
la discesa (Via Erxi).
Dopo qualche metro ci si immette sulla Strada della Varicella (anch’essa proveniente da Roccaro) e, sempre scendendo
si arriva ad un altro bivio, il “Carrubo del Buongiorno”.
Continuando verso destra (sempre Via della Varicella) e attraversando campi e alberi da frutto, si oltrepassa l’ormai
secco Rio Battorezza (55 m.) per uscire sulla strada asfaltata (Strada delle Strinate).
Sempre in discesa si sbuca ad un tornante dove si prosegue verso destra avvicinandosi al centro di Borgio.
Si supera l’area recintata del Parco Pubblico (ex Acquedotto) fino a trovarsi alle spalle del Duomo di San Pietro.
A destra quindi (Via Torracchette) e poi a sinistra (Via Angelo Starrico) per trovarvisi di fronte.
Da qui il percorso ufficiale prevede la prosecuzione per Via XX Settembre e poi per Via Trento e Trieste per arrivare
di fronte alle Grotte di Borgio (non si arriverà quindi al punto di partenza iniziale).
Il percorso descritto che permette il ricongiungimento e la chiusura dell’anello, prevede di seguire Via XX Settembre
verso sud fino ad incrociare Via Giacomo Matteotti.
Seguendo questa nella sua interezza ci si abbasserà fino al passaggio a livello, punto di partenza.

Liguria, Riviera di Ponente.
Tra i posti più suggestivi e davvero meritevoli di un prolungato soggiorno, rientra certamente la grande insenatura che
comprende Borgio e il Pietrese e che oltre prosegue nel Loanese.
Consigliare una visita in queste zone parlando del mare, del clima sempre mite, delle spiagge o della buona cucina
è come scoprire l’acqua calda.
Questi fattori sono noti a tutti, infatti la Liguria è una meta ambita tanto d’estate quanto d’inverno.
Ora però io voglio farvi scoprire questa porzione di territorio da un punto di vista meno conosciuto e che invece merita
di essere portato alla ribalta.
Di cosa sto parlando?
Ma di trekking e passeggiate, ovvio!
Se come me siete tra coloro che da anni frequentano questi posti da “turista” estivo (leggasi: “spiaggista”) o se non
avete mai raggiunto questi borghi, è giunto il momento di rimediare e tuffarsi in scenari mozzafiato per certi versi
da mille e una notte.
Un mondo che è sempre stato lì, alle spalle del traffico, dei rumori e del mare, ma che a torto è stato sempre
(non si sa perché) ignorato.
Ma ora “bando alle ciance”, di cose da dire c’è ne sono veramente tante.
E proprio per questo io inizierei con una breve descrizione riguardo…


Verezzi, uno dei borghi più belli d’Italia

Borgio Verezzi si trova compreso tra il Finalese (est), e il Pietrese (ovest), e il titolo di cui sopra è ben meritato.
Come ai più sarà saltato all’occhio, in realtà si sta parlando di due distinte località, unite in un unico comune solo nel 1933.
Borgio, sul mare, oggi paese moderno alquanto trafficato che circonda la parte più antica posta su una piccola altura
e Verezzi, sulla collina, dal quale si gode di uno splendido panorama e che comprende 4 antichi borghi caratteristici:
Roccaro, Piazza, Crosa e Poggio.
Le origini di questo comune risalgono a oltre il 200 A.C. quando sembra che i romani si siano scontrati con la
popolazione locale ligure per conquistare il territorio.
Viretum e Burgus Albingaunum, questi gli antichi nomi di Borgio e Verezzi appartenevano dapprima al Vescovato di Albenga,
per poi passare sotto il controllo dei Marchesi Del Carretto di Finale e quindi alla Repubblica di Genova, ceduti da
Papa Urbano VI (1385) in quanto parte della podesteria di Pietra Ligure.
Ricchezza e prosperità caratterizzarono questi luoghi fino all’arrivo di Napoleone, anni in cui iniziarono le incursioni
dei pirati saraceni che, innamorati della bellezza del luogo, iniziarono a stabilirvisi.
Un esempio lo si trova oggi in alcuni edifici di Borgio e di Verezzi in caratteristico stile architettonico e che formavano
l’antico borgo saraceno.
Borgio tentò di difendersi fortificando la costa, prova ne è l’antico forte che sorgeva al posto dell’attuale chiesa
di San Pietro.
Napoleone all’inizio del 1800 riuscì a conquistare tutto il territorio annettendo la Repubblica Ligure al suo impero.
Alla sua caduta la Liguria venne annessa al Piemonte in base a quanto stabilito dal Congresso di Vienna.
Così le due frazioni entrarono a far parte prima della provincia di Albenga, poi in quella di Genova e infine, dal 1929,
in quella di Savona.
Nel 1933 si ebbe l’unificazione in un unico comune, ma come ampiamente constatabile, le due realtà si differenziano
molto in quanto ad ambiente, tradizioni ed economia.
Borgio, sul mare, è oggi un paese che fa del turismo il suo punto di forza, con spiagge, locali e abitazioni residenziali;
caratteristico è il suo centro storico sopraelevato.
Verezzi è un borgo ancora dal forte impulso saraceno, agricolo, tipico, immerso nel verde della collina, dove ancora sono
in molti a portare avanti i lavori e le tradizioni di un tempo.
E’ esattamente in queste frazioni affacciate sul mare che inizia il viaggio nel tempo verso un’epoca molto antica.
Camminando per i caruggi, si rimarrà increduli di fronte alle tipiche case in pietra rosa, alle piccole torri fortificate,
agli strettissimi passaggi, agli antichi lavatoi e fontane, alle arcate che collegano le varie case e che offrono
sensazionali spunti panoramici.
E poi ancora porticati, edicole votive, panchine e portoni antichi: tutti elementi che rimandano ad un lontano passato.
Le borgate sono collegate tra loro da mulattiere dette
creuze, chiuse ovviamente al traffico veicolare e formate da
gradini in pietra, acciottolato e delimitate da alti muretti confinari.
A dire la verità tutto è realizzato con la pietra: non solo le case ma anche porticati, archivolti, gradini, lavatoi, scalinate,
pluviali dei tetti ecc.
Le borgate, che da lontano appaiono come un blocco unico di roccia, sono effettivamente tutte ammassate
l’una sull’altra ma tuttavia diverse fra loro per forma, colore e dimensione.
Sembra che un architetto si sia divertito a realizzare delle costruzioni senza un preciso schema, in modo astratto.
Viste dall’alto le frazioni appaiono come 4 piccoli centri separati e ad impressionare è la moltitudine variegata di tetti e
terrazze apparentemente collocate senza una logica.
Spesso ci si troverà a percorrere tratti in salita o in discesa anche molto ripidi dove eventuali soste per prendere il fiato
riempiranno i polmoni non di aria soltanto, ma di bellezza, gioia e pace.
Il tutto è reso possibile dai nostri occhi che imprimono nell’anima il quadretto variopinto sul quale sono puntati.
La collina che circonda queste frazioni è stata addomesticata dall’uomo il quale ha realizzato tipici terrazzamenti sui quali
vengono coltivati alberi da frutto, ortaggi e…fichi d’india!
Inutile dire che la vista sulla costa ligure da quassù è qualcosa di impareggiabile.
Borgio Verezzi offre però innumerevoli altri appuntamenti e luoghi da visitare, in primis il famosissimo Festival teatrale
messo in scena in piazza S. Agostino a Piazza, tutte le estati dal 1967 e le Grotte.
Per non parlare delle passeggiate lungo la costa magari fermandosi ad assaporare uno dei prelibati piatti locali.
Per un pit-stop veloce poi, c’è sempre la focaccia!

Fare trekking nella conca di Borgio significa avere l’imbarazzo della scelta sul tipo di percorso da intraprendere.
I percorsi descritti e affrontati sono relativamente brevi, con poco dislivello e alla portata di tutti.
I più allenati tra voi potranno anche percorrere due itinerari in una sola giornata, anche se io consiglio sempre di fermarsi
e concedersi tutto il tempo necessario per godere appieno delle bellezze che il territorio ha da offrire.
E di cose da vedere, da assaporare, ce ne sono davvero una marea!
Nel riquadro qui in basso andiamo ad analizzare i vari tipi di percorsi in base all’esperienza che vogliamo fare.
Inutile dire però che scegliere è un delitto, meritano tutti la nostra attenzione!


La rete sentieristica di “Borgio Natura”

Solo un lento incedere permette di scoprire tutte le bellezze e gli angoli più nascosti che questo tratto di costa ligure
offre al viandante.
Antichi sentieri, viottoli, mulattiere e caruggi un tempo percorsi da antiche popolazioni e più recentemente utilizzati per
il trasporto verso il mare dei grandi blocchi di pietra che si estraevano dalle cave dislocate su queste pendici,
sono oggi stati ripristinati in modo fedele e conservati nel modo migliore, così che chiunque voglia percorrerli possa
godere di queste bellezze.
Quattro sono i sentieri che a mio avviso meritano di essere percorsi lungo le colline di Verezzi; altri, non meno interessanti
ma più lunghi e che collegano Borgio col Pietrese e il Finalese, verranno descritti in seguito.
Questi quattro itinerari sono compresi all’interno di una rete sentieristica chiamata “Borgio Natura”, ben segnalati e
dotati di appositi pannelli informativi nei punti strategici più rilevanti.
Il progetto “Borgio Natura”, ideato dal comune, dalla Cooperativa Tracce e in collaborazione col C.A.I. e con la F.I.E.
(Federazione Italiana Escursionismo), è nato nel 1995 con lo scopo di valorizzare il territorio da un punto di vista culturale,
ambientale, storico e turistico.
Tali percorsi compiono tutti un anello e sono:
SENTIERO CULTURA:
itinerario che attraversa tutte e 4 le borgate di Verezzi, descrivendone le caratteristiche più rilevanti dal punto di vista
storico e architettonico, grazie anche all’utilizzo di 12 pannelli informativi dislocati lungo il percorso.
Alla parte culturale si affianca però anche quella naturalistica-collinare, in quanto nel tratto centrale si percorrerà
un’intera cresta panoramica a picco sul mare (Gallinari), con una discesa su roccette che ha molto il sapore montano.
SENTIERO NATURA:
itinerario ambientale-naturalistico che tocca 3 delle 4 borgate di Verezzi e il più grande comune di Borgio in riva al mare.
Anche in questo caso, 15 pannelli informativi illustrano le peculiarità del territorio sotto gli aspetti botanico, naturalistico,
faunistico, geologico, storico e architettonico.
SENTIERO GEOLOGICO:
itinerario tematico e vero e proprio viaggio nel tempo attraverso le ere geologiche che hanno caratterizzato il pianeta.
6 pannelli informativi consentono di partire da 300 milioni di anni fa e di arrivare in epoca odierna.
Al termine del percorso è raccomandabile una visita alle famose Grotte di Borgio Verezzi.
VIA DEI CARRI MATTI:
itinerario che ripercorre l’antico tragitto che veniva fatto compiere dai grossi blocchi di pietra estratti nelle cave verso
il mare e trasportati su carri chiamati appunto “matti”.
Al viandante viene concessa la possibilità di ripercorrere la dura vita dei cavatori di un tempo che con immani fatiche
cercavano di far fruttare il loro lavoro trasportando il materiale estratto verso il mare mediante i “Carri Matti”. 
Questo anello gira attorno al promontorio di Gallinari e per brevi tratti coincide coi sentieri Geologico, Natura e Cultura.

Prima di raccontarvi la mia esperienza lungo il Sentiero Natura, ancora due parole sul clima e sul tipo di ambiente.
I tracciati sono affrontabili tutto l’anno; la Liguria è nota per il suo clima mite, a ridosso del mare è quasi impossibile che
nevichi e quindi l’autunno e l’inverno sono stagioni da sfruttare, anzi, le migliori per sfuggire alla canicola estiva.
In linea di massima è proprio quest’ultima la stagione poco adatta al trekking, se non nelle giornate un
po’ nuvolose e con poca umidità.
L’ambiente che si attraversa è quello tipico della macchia mediterranea dove la vegetazione cresce su di un substrato
calcareo e soffre della quasi assenza di precipitazioni estive.
Il suolo è molto arido e i versanti di queste colline a ridosso del mare sono spesso spazzati dal vento (anche forte).
Per cui organizzate bene il vostro vestiario.
I percorsi interessano diverse porzioni di territorio.
Ci sono zone rocciose e brulle dove piante ed arbusti si presentano a macchie, diradati, anche a causa del sistemico
taglio delle piante da parte dell’uomo o per via degli incendi che nei secoli hanno lambito queste coste.
Tipici di questi ambienti sono la ginestra, il timo, il rosmarino, l’erica e la lavanda.
Altre zone sono invece fitte, tanto che non di rado si attraversano leccete apparentemente impenetrabili che
formano vere e proprie giungle.
Qui anche il sottobosco è ricco e gli arbusti formano una massa unica.
La specie tipica di queste aree è il leccio, presente in gran quantità.
Una pianta che resiste molto bene alla siccità ma anche al freddo e che può elevarsi fino a 20 metri di altezza.
Le foglie, sempreverdi, sono fitte ed oscurano completamente il sole rendendo il passaggio in questi boschi davvero
suggestivo e per certi aspetti un po’ inquietante.
A sorprendere sono anche le piante e i fiori con i quali gli abitanti di Verezzi colorano le loro borgate che nei periodi
di fioritura profumano l’aria di essenze molto intense e particolari.
La pianta più gettonata è la
Mirabilis jalapa L., 1753, meglio conosciuta come la Bella di Notte.
I suoi fiori vogliono l’esposizione solare ma al sole tendono ad appassire: la magia si ha al tramonto, quando gli stessi
si aprono (la Bella di Notte, come da nome, è un fiore notturno) rilasciando nell’aria un’esplosione di profumo.
Sulle pareti rocciose e sulle pietre è invece la
Campanula Isophylla (o Campanula di Noli) che in primavera colora
di azzurro-violetto la pietra di Verezzi.
Le vere star però a mio avviso sono loro: i fichi d’india!
Ve ne sono a milioni, ovunque, sul terreno, sui terrazzamenti, sulle terrazze, sui balconi o pendenti a testa in
giù dai muretti.
Crescono ovunque e portano una vivacità di colori incredibile.
Solo non fate come me che vedendone uno a terra, caduto da tempo, ha provato a raccoglierlo a mani nude… spine e
micro spine mi sono rimaste nella mano per 3 settimane senza riuscire a toglierle nemmeno con pinzette e
lente d’ingrandimento!
Ora, dopo aver dato giusto un assaggio, siamo pronti a partire.
Ricordo che eventuali foto e approfondimenti mancanti a corredo di questo percorso, possono trovarsi invece negli altri,
per esigenze di impaginazione.
Non è da dimenticare che lunghi tratti di questi itinerari si sovrappongono fra loro, per cui per alcuni punti
si transita più volte.

Partire da un passaggio a livello è abbastanza inusuale.
Solitamente lo start è posto in piccoli o grandi parcheggi, spiazzi a bordo strada, talvolta piazze o viuzze.
Diciamo che questa piccola esperienza proprio mi mancava!
In effetti mi trovo esattamente all’entrata di Borgio, nell’unico punto in cui per svoltare in paese, dall’Aurelia si deve
attraversare la ferrovia.
Qui, a fianco della sbarra, un grande pannello riassuntivo-esplicativo, illustra alcuni dettagli relativi ai percorsi di
trekking di “Borgio Natura”, fra cui anche quello odierno.
Nel primo pomeriggio oggi c’è stranamente poco traffico e ciò mi consente di superare agevolmente questo incrocio
sempre piuttosto caotico.
Parallelamente però l’Aurelia si conferma anche ora una delle vie più trafficate d’Italia.
Inizio a seguire la strada asfaltata che porta verso le 4 borgate di Verezzi (Via Verezzi appunto); in leggera salita arrivo
fino ad imboccare sulla destra Via della Cornice che per ora, anziché proseguire la salita, scende un pò per farsi
successivamente pianeggiante per un tratto.
Passeggiando a bordo strada non posso non soffermarmi ad osservare un edificio molto strano per forma, che
stacca e si discosta da tutti gli altri che lo circondano.
Decorato, intarsiato, scalettato sul tetto e con una grande cupola: è il villino saraceno.
Case simili appartenenti a questa lontana epoca sono presenti in alcune borgate di Verezzi, qui è rimasto poco,
tra cui questo isolato edificio.
Oltre lo stesso provo a sporgermi da un piccolo balcone, buttando un occhio sulla costa.
Vista notevole ma non ancora al top, per via di case, palme e pali della luce.
La strada inizia gradualmente a salire portandosi all’estremità est di Borgio.
La seconda importante deviazione avviene lungo un tornante dove sulla destra si stacca l’antica Strada Napoleonica,
a sua volta Via Aurelia Antica, restaurata dai genieri di Napoleone al fine di mettere in comunicazione con più “comodità”
il tratto Borgio-Finale Ligure.
Infatti in tempi di guerra, le artiglierie dell’epoca non potevano certo transitare per un sentiero!
La via, sterrata, passa accanto ad una vecchia cava (Pian dell’Arma), dove oggi è stato ricavato un piccolo
parcheggio per i residenti.
Un parcheggio di fortuna un po’ forzato dove, a causa della cronica scarsità di spazio della Liguria, molti sono alla
ricerca di un posto auto, come leggo dall’avviso qui esposto riportante la dicitura “cercasi…”.
Un tempo però qui la pietra veniva estratta e lavorata: calcare dolomitico grigio, ricco di magnesio e carbonato di calcio.
Proprio quest’ultimo ha permesso all’acqua piovana di solcare e striare la roccia, facendole assumere forme particolari.
Sopra questa è tutta una varietà di fiori ed arbusti (la gariga), come riporta un pannello esplicativo del
Sentiero Natura qui posto.
Ginepro, timo, spigo, mirto, cisto, rosmarino, ginestre e anche qualche pino domestico (
Pinus pinea L., 1753) danno
ospitalità all’occhiocotto [
Sylvia melanocephala (Gmelin, 1789], un passeriforme che si nutre di bacche e insetti,
e al gheppio (
Falco tinnunculus Linnaeus, 1758), sempre in cerca di insetti, lucertole e piccoli roditori che individua
tra gli arbusti rimanendo immobile nell’aria sbattendo rapidamente le ali (tecnica detta dello “spirito santo”).
Questo tipo di macchia mediterranea che si è andata a formare, la gariga appunto, in gran parte è dovuta all’uomo e
la causa sono i ripetuti incendi che hanno soppiantato specie arboree complesse con altre, più semplici, che
ne hanno preso il posto.
La vista lungo la costa inizia un po’ ad aprirsi.
Intanto mi accorgo di trovarmi a picco su di una scogliera dove in basso risplendono i riflessi del mare, punteggiato
da barche a vela e piccoli yatch.
Man mano che procedo lungo la via, ora in piano, lascio la civiltà per entrare in una fitta macchia mediterranea.
Il quadro che ne esce è davvero suggestivo ma anche qui l’uomo ha pensato bene di lasciare la sua firma, posizionando
qualche palo della luce per far arrivare la stessa oltre il promontorio di Caprazoppa, di fronte a me.
Soluzione invasiva e antiestetica.
Sempre pianeggiando giungo ad un bivio, (valloncello di Rio Fine), in cui lascio sulla destra la prosecuzione della
Strada Napoleonica (segnalo, per informazione, che poco oltre è possibile raggiungere la Caverna delle Arene Candide,
importante sito archeologico ma visitabile sono con gruppi e dietro prenotazione al Comune di Finale: se non per il
panorama, che comunque si aprirà tra poco lungo il Sentiero Natura, inutile spingersi fin là: troverete solo i cancelli chiusi).
Il cammino procede ora verso ovest in brusca, ripida salita su pietrisco e roccette.
Eccola dunque la vista sul golfo di Loano e fino a Capo Mele.
Lo spettacolo va in scena!
Dopo svariati metri in salita ecco un altro bivio, (non ho tenuto il conto, ma penso che oggi tocchi un record).
Sotto a dei bei pini, un trampolino si spalanca di fronte a me verso l’azzurro del mare.
Non c’è che dire, un quadretto panoramico ben definito che vien solo voglia di dipingerlo.
Parlavo del bivio: le indicazioni sono chiare, il sentiero continua sulla destra, di nuovo ad est, verso le pendici
orientali di Gallinari.
A sinistra si finirebbe alla Cava Vecchia, punto di congiunzione col Sentiero Cultura.
Gli ampi spazi aperti permettono di rimirare verso Caprazoppa e sulla sottostante Strada Napoleonica.
Tali spazi saranno per ora gli ultimi, e presto tutto cambierà.
Al termine della salita, quasi in prossimità del bosco è posto un tavolino con due panche per un pic-nic, in un luogo
molto isolato e insolito.
Vicino, pareti verticali di roccia intagliata indicano l’ex Cava Ronco.
Cumuli di pietra sono ancora presenti tutto intorno.


La Cava Vecchia (o Cava dei Fossili) e la Cava Ronco

Scendendo dalle rocce di Gallinari non si può rimanere indifferenti alla grande conca a semicerchio che si
apre sulla sinistra.
Un enorme vuoto, oggi in parte boscoso che termina con una roccia levigata e rossiccia su di una parete
impressionante.
La forma è una mezzaluna.
E’ la Cava Vecchia, che un tempo, prima del 1930, aveva una volta che copriva il grande spazio vuoto attualmente visibile.
La pietra infatti veniva estratta in galleria.
Il crollo avvenne in una pausa pranzo dei cavatori, usciti all’esterno proprio perché insospettiti da rumori sinistri
che provenivano dall’interno.
Fortunatamente non ci furono vittime e, come sempre accade in questi casi, dopo poco si dimenticò il fatto.
Il metodo di estrazione (coltivazione) della pietra era quello a cannetta mediante il quale si eseguivano
(a punta e mazzetta) solchi verticali profondi nella roccia a seconda della dimensione desiderata.
La pietra veniva poi cavata con l’aiuto di cunei di legno e punteruoli che venivano incastrati sul lato debole e
generalmente inclinato.
Il legno, imbevuto d’acqua, era preferibile al metallo in quanto, una volta incastrato nella fessura, aumentandone
il volume dello stesso, favoriva il distacco della pietra.
Metodi di estrazione più invasivi e moderni prevedevano l’uso dell’esplosivo e del filo elicoidale.
Il primo però era un metodo altamente distruttivo, frantumava la roccia perdendone in gran parte e si abbandonò
quasi subito.
Il secondo era il migliore: fili d’acciaio intrecciati ad elica erano in grado di portare con sé una miscela abrasiva di acqua
e sabbia capace di consumare la roccia.
Fili lunghissimi venivano così disposti all’interno della cava mediante l’uso di pulegge e rinvii.
Si isolava la roccia, la si consumava e se ne raccoglieva infine la porzione desiderata (volata) sull’area di lavoro.
Infine i grandi blocchi venivano ulteriormente divisi e trasportati a Verezzi dove venivano lavorati e il prodotto finito
commercializzato.
Era una vita molto dura, mal pagata e soprattutto non esente da rischi, senza contare le esalazioni di polveri e sostanze
che col tempo portavano a malattie anche gravi.
Le pendici collinari di Borgio e il Finalese sono letteralmente cosparsi di cave, grandi o piccole; percorrendo uno dei
numerosi sentieri ci si imbatterà per forza in una di esse.
Questa è solo la più grande (e in galleria) delle cave descritte in questi itinerari, le altre sono la Cava Pilino, la Cava Ronco,
la Cava dell’Orera e la Cava del Colle.
La Cava Vecchia era già operativa nel 1500.
Proprio in quel tempo si iniziò ad estrarre la pietra bruno-rossiccia richiesta non solo per i lussuosi edifici aristocratici
presenti a Genova, Loano e nel feudo dei Doria, ma anche a scopo decorativo-ornamentale e da taglio.
Più di 20 milioni di anni fa qui c’era solo mare, normale quindi che siano stati ritrovati ricci di mare, molluschi e
conchiglie su queste rocce emerse dalle acque quando il fondale marino iniziò a sollevarsi e l’acqua a ritirarsi.
L’altopiano che si formò col tempo fu sottoposto alla modellazione delle acque fluviali, per questo alcune zone sono
nettamente diverse dalle altre.
Anche la Cava Ronco funzionava come la Cava Vecchia.
Solamente, era più distante dai centri abitati e ciò poneva qualche problema ulteriore.
Il fatto di dover trasportare ingenti quantità di materiale (possibile solo mediante l’uso di carri “Carri Matti” trainati da muli),
aumentava notevolmente i costi e pertanto si era costretti a lavorare la pietra sul posto, lasciando gli scarti nelle vicinanze.
Era quindi molto il materiale perso che non fruttava.
Dopo l’invenzione del motore a scoppio si iniziò ad abbandonare le cave più distanti dalle borgate e dalle strade carrozzabili.
Sui cumuli di roccia estratta ancora oggi presenti nei pressi della cava non è infrequente imbattersi in qualche fossile,
per lo più ricci di mare, ostriche e conchiglie.

la vecchia cava del sentiero natura

all’interno della Vecchia Cava

Il bosco e le ombre cupe della fitta boscaglia sono lì a pochi passi.
Mi osservano, aspettano solo che io entri superando una porta di un altro regno.
In effetti è ora di alzarsi da questo tavolo e riprendere il cammino.
Ed ecco che all’improvviso il giorno si fa notte e gli spazi esterni si chiudono, quasi in un abbraccio soffocante.
L’impatto è scioccante e prende l’anima.
Pochi passi e sono entrato in una delle leccete più fitte che avessi mai visto.
E’ una cosa incredibile: migliaia, anzi no, milioni di tronchi più o meno tutti simili per dimensioni si contorcono in modi
assurdi, si piegano, si raddrizzano e chiudono il cielo sopra di me, a formare una specie di giungla impenetrabile.
Non solo lecci ma anche carpini e roverelle in un’esplosione di vegetazione come poche.
Ogni specie è in gara per ritagliarsi uno spazio.
Il sentiero in realtà esiste ed è sempre visibile ma, stretto come se cercasse di arrovellarsi in quella massa di fusti
per trovare un’uscita.
Lo seguo, nella speranza non mi conduca nella vecchia casa di una strega: l’atmosfera è quella.
In realtà sto lentamente risalendo la Valle del Rio Fine, totalmente asciutta.
Il luogo, meraviglioso, incredibile, ma anche per certi versi spettrale, suscita una certa apprensione e timore.
Il silenzio è totale, qua e là solo il rumore di qualche uccello o qualche scricchiolio di legni che si spezzano.
Come dicevo, sembra di vivere una fiaba nella quale c’è il classico bosco misterioso da attraversare.
Ogni ulteriore parola pare superflua, bisogna vivere l’esperienza di questo bosco pazzesco.
Destra, sinistra, curva e controcurva: spero solo la traccia non finisca.
Non mi stupirei!
Intanto non vedo nulla, solo alberi e frasche sul terreno.
La cosa che salta più all’occhio è la pulizia del sottobosco che, semplicemente, non esiste!
I lecci infatti, che si elevano al di sopra degli arbusti più piccoli, hanno creato una cortina che col tempo ha impedito
sempre più ai raggi solari di filtrare.
In questo modo, senza luce, a terra non può crescere quasi nulla: solo qualche fungo e tartufo, in buona compagnia con
edera e pungitopi.
Come riporta anche uno dei pannelli informativi, questo è l’habitat prediletto della volpe (bellissima, magari
avvistarne una…) e del cinghiale (brutto cliente, meglio NON avvistarne uno!).
Dopo un bel tratto in queste condizioni giungo ad un incrocio nel quale si innesta il sentiero proveniente da
Finalborgo e Caprazoppa.
Prendo a sinistra, tornando a salire con decisione per roccette fisse.
Il bosco si è un po’ diradato e la “carreggiata” ne ha guadagnato qualche metro in larghezza.
Salendo vedo qualche metro più in basso una vasta area pianeggiante cosparsa di terra rossa dove oggi numerosi
percorsi di MTB sono stati tracciati per gli appassionati.
Tale area, nell’alta Valle di Rio Fine, è la dolina, di cui parlerò più in dettaglio descrivendo il
Sentiero Geologico, che
la attraversa.
Pochi passi ancora e mi trovo proprio di fronte alla Chiesetta di S. Martino, dal lato dove sorgeva la vecchissima
Cà di Fratti di cui oggi resta il locale adibito a locanda e il campanile.
Accanto invece si trova la “Campana della Mamma”, posta in loco nel 1982, che ogni sera alle 19 suona in ricordo di
tutte le madri defunte.
Nel corso di tutto l’anno, nelle chiese delle borgate di Verezzi si raccolgono i nomi delle mamme defunte che
successivamente vengono riportati su pergamena da collocarsi in una cassettina ai piedi di questa Campana nel
giorno della Festa della Mamma.


La Chiesa di S. Martino, il santuario e la Tomba dei Cucchi

Dove oggi sorge la Chiesetta di S. Martino Vescovo, del 1625, un tempo si trovava la Cà di Fratti,
una chiesa ancora più vecchia eretta dai benedettini e rivolta verso il Finalese, mentre l’attuale si affaccia sul Pietrese.
Parte di quella chiesa vive ancora, trasformata in un bar-punto ristoro.
La sua costruzione venne affidata al priore Giovanni Tommaso Cucchi.
L’interno, in stile barocco ad unica navata, conserva importanti opere come la tela raffigurante S. Martino di Tours,
patrono di Verezzi, l’opera di Orazio de Ferrari L’incredulità di San Tommaso, il pulpito del 1652 scolpito con la pietra
di Verezzi e le statue del XVIII secolo di Santa Maria Maddalena, San Martino e Madonna del Rosario tra angeli.
Il campanile adiacente, di stile romanico, costituiva invece la vecchia chiesa e, miracolosamente, si è conservato.
Di fianco la chiesa sorge il Santuario di “Maria Regina Mundi”, noto in antichità come oratorio di Santa Maria Maddalena,
eretto nel XVII secolo.
L’interno conserva anch’esso lo stile barocco ad unica navata.
Sono qui conservate le statue dei santi Gioacchino e Anna, Gesù e San Giuseppe e la statua della Madonna Regina
con Gesù e angeli, dello scultore di Ortisei Luigi Santifaller.
Sul fianco sud del santuario tre steli riportano due preghiere e un ricordo ai caduti della Grande Guerra e della
Seconda Guerra Mondiale (1915-1918).
Alle spalle della chiesa si trova il cimitero comunale dove all’interno sorge la Tomba dei Cucchi di cui fa parte un
bellissimo portale costruito con la Pietra di Verezzi che è stata estratta dalle vicine cave.
Maestosa la cupola sulla quale svetta il lanternino.
I Cucchi erano una nobile famiglia verezzina, oggi estinta, a cui si deve la realizzazione della chiesa di cui sopra.

In questo punto si incrociano diversi sentieri.
Individuare il percorso natura è facile: basta proseguire sul piazzale antistante la chiesa e svoltare nello spazio tra la
stessa e il Santuario di “Maria Regina Mundi”, passando accanto alle tre steli riportanti preghiere e un ricordo ai
caduti di guerra.
Dal retro degli edifici, guardando a sinistra (nord-ovest) si scorge chiaramente la prosecuzione della pista.
Rimonto così qualche metro tra rocce e radici per riportarmi in piano, in un tratto scavato nella roccia e su di un’ampia
cresta boscosa che molto oltre giunge fino alla Torre di Bastia.
Mi bastano pochi metri per arrivare a scorgere, sulla sinistra una piccola traccia che porta in breve al vecchio
Mulino Fenicio, dal quale si apre una vista meravigliosa sulla costa ligure di Pietra e Loano.
Il mulino è un po’ soffocato dalla vegetazione e un’opera di “pulizia” a mio avviso gli farebbe solo bene.
Così isolato e sperduto, è facilissimo ignorarlo e proseguire dritti, se non si sa della sua esistenza
(cartelli indicatori non sono presenti).
Poco oltre è anche la Croce dei Santi, preceduta da uno spiazzo in cui è possibile sostare per uno spuntino sul
tavolino qui installato.


Il Mulino Fenicio e la Croce dei Santi

È incredibile pensare che questo tipo di mulino è presente solo in tre esemplari in tutta Europa.
Gli altri due sono ubicati in Spagna e in Sicilia, entrambi malmessi rispetto al qui presente (integro).
Il suo nome deriva dal sistema di funzionamento.
La struttura, a forma di torre, è collocata in cima ad una falesia naturalmente arieggiata.
Le 8 finestre (oggi murate) di cui era dotato questo mulino eolico consentivano dunque il ricambio d’aria.
Nella parte superiore di un palo verticale posto all’interno, venivano infisse delle pale o delle vele che all’occorrenza
potevano essere ritratte e che davano all’impianto il movimento rotatorio, grazie anche ad appositi ingranaggi in legno
e ad una macina che aveva basamento in pietra.
Come intuibile, le finestre venivano aperte a seconda delle esigenze, dando al meccanismo un movimento continuativo.
Il sistema è geniale: si era già capito che i venti liguri troppo forti avrebbero logorato e distrutto le pale, che
pertanto andavano protette.
Il grano che veniva prodotto era di ottima qualità.
Oggi purtroppo, in un paese come l’Italia ricco di storia ma che non sa valorizzare e tutelare le sue bellezze,
il mulino sembra abbandonato.
Per decenni è passato di privato in privato, subendone varie trasformazioni e smantellamenti.
L’esempio sta nelle finestre, murate, e all’interno, vuoto (la porta è chiusa a chiave e non è possibile entrare).
Alcuni anni fa se ne voleva addirittura fare, dopo un restauro, un’abitazione privata!
Per fortuna l’amministrazione comunale è intervenuta dichiarando il mulino “monumento con vincolo storico”.
Occorrerebbe però, oltre al restauro, una pulizia dell’area dalla vegetazione infestante e una più attenta
valorizzazione turistica.
Qualche metro più a nord si trova anche la Croce dei Santi, del 1664.
Un’antica torre in pietra dalla quale si scorge un immenso panorama sulla costa e sulle 4 borgate di Verezzi
(Crosa, Poggio, Piazza e Roccaro).
Documenti storici appartenenti alla chiesa narrano nel tempo diverse apparizioni qui manifestatisi,
specialmente dal 1987 al 1994.
Nelle vicinanze della croce si possono notare alcune vaschette di corrosione, una delle forme di carsismo superficiale.
Sono appunto infossamenti naturali nelle rocce allargati e modellati dall’acqua piovana.

Inutile dire che in un posto del genere, quasi sempre deserto, mi fermerei giornate intere.
La pace, il silenzio e l’incredibile panorama sul mare sono tutti elementi che spingono in questa direzione.
Ogni tanto, è vero, giunge qualcuno, spesso bikers che si fermano giusto il tempo di una foto prima di ripartire.
Passando un’intera giornata quassù, meglio se in diverse stagioni, si possono cogliere le infinite sfumature
del cielo e del mare, per un paesaggio che cambia in continuazione.
Devo proprio dire che anche questo Sentiero Natura, ben congegnato, mi sta proprio “prendendo”.
Numerose sensazioni ed emozioni si sono già accavallate e di strada da fare ce n’è ancora molta!
Rimesso in spalla il mio zainetto super leggero da running riparto in direzione delle borgate di Verezzi.
Ripresa la larga traccia in mezzo alla vegetazione, la seguo ancora per qualche metro fino ad incrociare una
minuta deviazione sulla sinistra.
Il Sentiero Natura prosegue da Crosa che si raggiunge in due modi.
Scendendo dal sentiero e passando dall’Arma Crosa, (anfratto naturale di straordinaria bellezza), oppure proseguendo
ancora dritti per qualche metro e poi tagliando per campi e boscaglia fino a Crosa stessa.
Superfluo per me consigliare la prima soluzione, con buona pace rinunciando a qualche metro di percorso ufficiale
(rimando alle note tecniche per questa parte di percorso).
Il sentiero è veramente stretto e zigzaga tra carpini e roverelle per poi a scendere con più decisione per roccette e
scalette all’Arma Crosa, uno spettacolo naturale, una cavità abitata fin dal paleolitico.


Crosa e l’Arma Crosa

Il nome del Borgo di Crosa, diviso in Crosa Bassa e Crosa Alta, deriva dal latino “corrosa” in quanto la falesia su
cui si appoggia proprio Crosa Alta è ricca di grotte e anfratti usati come luogo abitativo fin dai tempi del paleolitico.
La borgata, la più alta fra le quattro, è anch’essa caratterizzata dal particolare stile architettonico saraceno con carrugi,
viottoli e case unite fra loro a formare un enorme blocco compatto ma diversificate per forme, colori e dimensioni.
A Crosa Alta si trova una tipica piazzetta, antico luogo di incontro e scambio, dove è presente un lavatoio con la fontana
azionata a mano.
Bisogna percorrere tutte le viuzze per rendersi conto del tempo che si è fermato.
La modernità qui non è di casa.
Muretti e terrazzini qui ospitano la coltivazione della vite che viene fatta arrampicare anche su muri e pali, in modo da
formare pergolati naturali che offrono riparo dal sole in estate (un esempio lo si trova anche a Roccaro).
In buona compagnia, la vite convive sui muretti con la già citata campanula di Noli che dona un ulteriore tocco di
colore all’ambiente.
Salendo per la collina dietro le ultime case di Crosa Alta si giunge all’Arma Crosa, un grande anfratto naturale, una cavità
carsica, che insieme alle altre innumerevoli grotte di cui è ricca la zona, offrirono dimora e riparo già in epoca primitiva.
Basta visitare il luogo per rendersene conto: una grotta del genere, pur aperta, è sempre un luogo riparato più caldo
rispetto allo stare all’aria aperta.
Offre protezione dalle intemperie, dal freddo e dal caldo.
Le testimonianze dei primi insediamenti umani risalgono al Paleolitico, ossia a 300.000 anni fa.
Questi anfratti in epoca più recente vennero utilizzati come magazzini e come cantine, una volta sorte le case in pietra.
I soldati romani, per scacciare la popolazione locale, ebbero un bel daffare.
Narra lo storico Tito Livio che per costringere le genti del luogo ad abbandonare le grotte, i soldati furono costretti a
incendiare la boscaglia davanti agli ingressi.
Le varie popolazioni che col tempo hanno abitato queste caverne hanno consentito di trasmettere a noi un enorme
bagaglio storico che comprende varie fasi dell’evoluzione, non solo umana.
All’interno sono stati infatti trovati resti di utensili di cui l’uomo si serviva così come quelli degli animali di cui si cibava.
Tutti elementi che hanno consentito di ricostruire anche l’ambiente in cui vivevano i popoli primitivi, non certo uguale
al nostro, a partire dal clima.
Epoche caldissime, molto più calde dell’attuale, si sono alternate ad altre gelide, a riprova che il pianeta ha sempre
fatto il suo ciclo (con o senza uomo) e sempre lo farà.
Un’ulteriore prova?
Gli animali tipici di montagna che durante i periodi freddi hanno colonizzato questi luoghi spingendosi fino al mare
(cervi, daini, camosci ecc.) e che oggi è frequentissimo incontrare.

sentiero natura borgio verezzi

L’Arma Crosa

Un ultimo tratto gradinato e un piccolo caruggio mi consente di giungere a Crosa Alta, nella piazzetta in cui è presente
anche un antico lavatoio con la fontana azionata a mano.
Proseguendo dritto è facilissimo arrivare a Crosa Bassa da dove sulla sinistra scende un viottolo molto ripido
(Via Alla Crosa) che prima taglia la strada comunale (Via A. G. Barilli) e poi, proseguendo ancora, giunge in
piazza S. Agostino nella borgata di Piazza, vero balcone sul mare.
Luogo famosissimo, in quanto ogni estate, dal 1967, si svolge il famoso festival teatrale di Verezzi che richiama artisti
famosi e pubblico da ogni parte d’Italia (e non solo).
La giornata è bella ma la gente è poca, il che mi invoglia ad attardarmi percorrendo qualche caruggio nei paraggi.
Qualche negozietto è aperto mentre alcune locande sofo affaccendate nei preparativi per la sera.
L’atmosfera in queste viuzze è davvero magica, quasi natalizia anche se siamo a fine agosto.
Non posso fare a meno di togliere gli occhi da queste antiche case, abitatissime anche oggi, chiedendomi come sarebbe
venire a vivere qui.
Certamente zero comodità, zero tecnologia, ma grandissima soddisfazione e appagamento!
Lascio davvero con dispiacere questa borgata dal sapore saraceno, ma che in questo momento a me ispira un
fantasy-medievale andante.
Manca solo la Locanda del Puledro Impennato di tolkeniana memoria!
Imbocco il grandioso Porticato Roccaro e inizio a scendere dal bel viottolo verso l’omonima borgata.
Vista sul mare incredibile, così come lo è l’inebriante profumo di fiori e alberi da frutto tutto intorno.
Ogni tanto qualche cartello ribadisce giustamente di trovarsi in uno dei borghi più belli d’Italia.
Me n’ero accorto!
Oltrepasso un antico lavatoio e giungo a Roccaro, altra grandiosa borgata, nel punto in cui si intersecano tre vie.
Trascurando Via Castello che risale a Crosa e il tratto dritto che porta alla bella Cà du Gregorio, prendo in
discesa in Via Borgio.
Per ciottoli e pietrame passo tra capperi, ulivi, fichi d’india e un’infinità di arbusti caratteristici della macchia mediterranea,
sempre con bella vista lungo la costa.
Non mi soffermo più nella descrizione di tutti i bivi e deviazioni che ho già riportato nell’area tecnica poiché annoierei.
Una mulattiera dopo l’altra e sono al “Carrubo del Buongiorno”.


Roccaro e Piazza

Roccaro è forse il borgo più recente di Verezzi in quanto la disposizione di vie e case, secondo due assi ortogonali,
fa risalire la sua costruzione al 1700 circa quando iniziarono a sorgere belle case di villeggiatura adornate di simboli,
stemmi e meridiane.
La borgata sorge su rocce vive, affioranti, da cui il nome.
Bella, elegante e sviluppata verticalmente sul pendio con caruggi tipici dai quali si godono stupendi panorami sul mare.
Da vedere assolutamente è il terrazzino aggettante di fronte la Cà du Gregorio.
Un grande pergolato ricoperto di viti e uva (a fine estate-settembre) accoglie il visitatore in un luogo surreale.
Sotto il pergolato sono posti molti tavoli, tavolini e sedie sui quali si trovano numerose specie di piante
(soprattutto grasse, cactus) e oggetti di una volta piccoli e grandi che destano curiosità.
Le piantine spuntano da ogni dove: caffettiere, vasi, anfore, tazze, padelle, giare ecc.
Macchine per cucire, impastatrici e altri oggetti fanno da corollario a queste composizioni originali.
Il vero simbolo che attrae i turisti però è una finestra rossa senza vetri e affacciata su Borgio e il mare.
Alle sue ante sono appesi vasi e piccole lanterne, per una foto davvero d’autore!
L’antica casa del 1600 ospita oggi un agriturismo che produce olio, vini liguri, capperi, frutta e ortaggi di stagione,
tutti favoriti dall’ottima posizione in pieno sole.

Piazza è invece il nucleo principale di Verezzi, il più famoso.
Quanto a bellezza non mi sento di giudicare: trovo queste borgate una più bella dell’altra, impossibile scegliere.
Prende il nome dall’omonima Piazza di S. Agostino, sistemata e ampliata dopo il 1670 quando è stata demolita
una casa privata.
Piazza è sinonimo di teatro, quello che ogni estate, dal 1967, si svolge qui, su questo balcone, attirando sempre un
gran numero di appassionati.
Non c’è quasi attore o regista che non sia passato dal palcoscenico di Verezzi.
Da vedere c’è anche la bella chiesetta che qui sorge e che è stata restaurata dopo la guerra.
Poi, stretti caruggi e viottoli collegano le varie case apparentemente disordinate e di forma propria ma con una
determinata logica.
La località è oggi famosa anche per la qualità della ristorazione (famose le lumache in umido con vino bianco ed
erbe aromatiche) e del soggiorno (b&b e locande).

la torre con il porticato di Piazza

la torre con il sottostante porticato a Roccaro


Il Carrubo del buongiorno e altre specie di piante

Il Carrubo del Buongiorno è un bivio, ma anche un antico punto di incontro e di scambio delle merci fra verezzini e borgesi.
Ma perché proprio in questo posto isolato a metà versante della collina?
Perché un tempo qui era presente un gigantesco carrubo che identificava il luogo d’incontro e baratto.
Gli abitanti si incrociavano la mattina presto, ognuno cercava di soddisfare i bisogni dell’altro e nel mentre ci si
augurava il buongiorno.
La maestosa pianta ha resistito fino al 1929 quando una gelata ha causato la sua morte.
La tradizione non si è persa però e oggi il suo posto è stato preso da un giovane carrubo che si spera possa crescere
anch’esso forte e vigoroso.
Il carrubo è una pianta venuta dall’Oriente e non si trova in altre zone della costa ligure; questo ad indicare la chiara
influenza araba-saracena di questi borghi, colonizzati da antichi abitanti che trasportavano sulle loro navi proprio
questi alberi.
Ma perché importare questa pianta?
Non solo per motivi ornamentali o perché il clima ligure lo permetteva ma anche per sfamare muli e bestie da soma
impiegati per il trasporto merci, da Verezzi al mare e viceversa.
Il carrubo (Ceratonia siliqua L., 1753) è una pianta che resiste bene ai suoli aridi interessati da scarse precipitazioni.
Molto longevo e con una chioma fitta, caratteristica, è oggi un po’ la pianta simbolo di Borgio Verezzi ma fino a qualche
decennio fa veniva usata nell’alimentazione del bestiame, molto ghiotto delle carrube, frutti dolcissimi racchiusi in baccelli.
Anche l’uomo si serviva di questi però, soprattutto per preparare dolci.
Oltre al carrubo, a imperversare lungo queste pendici collinari sono l’ulivo (Olea europaea L., 1753) e il cappero
(Capparis spinosa L., 1753).
Il primo è noto a tutti: i Benedettini diffusero la coltura dell’ulivo già dall’anno 1000.
Fin da quei tempi l’olio iniziò ad essere utilizzato come merce di scambio.
Olive e olio giustamente la fanno da padroni anche oggi sulle nostre tavole e sono marchi del Made in Italy
conosciuti in tutto il mondo.
La “Taggiasca” e la “Colombaia” sono le varietà di olive più diffuse che danno origine ad uno degli oli migliori in assoluto,
quello ligure, in quanto ricco di proprietà organolettiche.
Il secondo è forse meno noto.
A Verezzi lo si trova ovunque, specialmente sui muri di pietra calcarea.
Come il carrubo, anche il cappero ha influenze greco-arabe.
In ambito alimentare viene impiegato il bocciolo, essiccato e messo a macerazione sotto sale o sotto aceto:
serve per aromatizzare le pietanze.
In ambito medico si utilizza la corteccia della radice che ha proprietà diuretiche e di protezione dei vasi sanguigni,
ma anche per lenire i reumatismi.
I boccioli rimasti sulla pianta però regalano spettacolo in estate dando origine a bellissimi fiori bianchi valorizzati
a scopo ornamentale.
Non è raro imbattersi anche in qualche
melograno (Punica granatum L., 1753).
Un tempo più diffuso, soprattutto come albero da frutto, è oggi impiegato quasi unicamente per adornare balconi
e terrazzini.
Il trono però a mio avviso va a lui, il
fico d’india (Opuntia ficus-indica (L.) Mill., 1768).
Originario del Centroamerica si è diffuso in tutto il mediterraneo e nei climi caldi, come qui, in questo tratto di Liguria.
Prolifera ovunque e le sue larghe pale spinose proprie dei cactus non hanno problemi di adattamento o insediamento.
Se una pala si stacca e cadendo finisce in una fessura rocciosa o incastrata nel muro, essa “attacca”!
Lì si svilupperà una nuova pianta.
Buonissimi i suoi frutti variopinti, ricchi di vitamina C, fosforo e calcio.
Ma guai a toccarli a mani nude!

ulivi sentiero natura borgio verezzi

Bellissimi ulivi

Seguendo questi stretti sentieri cinti da muretti a secco in direzione ovest (il nome Via della Varicella è tutto un
programma) e ignorando la deviazione per le Grotte di Borgio, attraverso un’altra infinità di campi coltivati e da frutto
dislocati su terrazzamenti magistralmente costruiti dall’uomo nei secoli passati.
Lo stesso bipede però ha anche praticato nei secoli il diserbo tramite l’uso controllato del fuoco e questo non ha fatto
un granché bene al territorio.
La vegetazione originaria è stata sostituita da altra, inoltre, nelle porzioni lasciate incolte, si è diffuso su larga scala il rovo
(
Rubus ulmifolius, Schott, 1818), una pianta infestante.
Un esempio calzante lo trovo quando mi accingo ad attraversare il valloncello del Rio Battorezza, ormai in secca a meno
che non venga giù il diluvio.
In questa specie di infossamento, dove il sentiero perde qualche metro per poi recuperarlo, ovunque nei terreni
circostanti trovo solo dei rovi.
Poco oltre, lo stretto percorso sbuca perpendicolarmente sulla Strada delle Strinate che scende da Roccaro e da Gorra.
Svoltando a sinistra arrivo a mettere i piedi sull’asfalto nei pressi di una curva e poco sopra le Grotte di Valdemino.
Sono alle prime case di Borgio.
Tralascio a sinistra la via che mi porterebbe subito alle stesse grotte per prendere a destra in quello che è a tutti gli
effetti un terrazzo marino; una specie di lingua di promontorio che arriva quasi fino al mare.
Questa lingua di terra dalla caratteristica forma a sedia è la più diretta testimonianza di continui mutamenti climatici che
durante ere e millenni si sono succeduti; periodi glaciali, alternati a quelli interglaciali ed altri molto caldi.
Sulla sinistra intravedo un grande parco e museo a cielo aperto: è il Parco dell’Acquedotto.
La grande torre cisterna si eleva dirimpettaia al centro tra una marea di piante e specie arboree, immersa nel verde.
La fa da padrone il pino domestico (
Pinus pinea), dalla caratteristica chioma a ombrello che viene coltivato a scopo
alimentare in quanto dalle sue pigne si ricavano gustosissimi pinoli, mangiati singoli o impiegati nella preparazione
del famoso pesto ligure.
Poi c’è il pino marittimo (
pinus pinaster), anch’esso fornitore dei tipici pinoli ma con la chioma piramidale o più rotonda.
Infine, un’ultima specie è rappresentata dal pino d’Aleppo (
pinus halepensis), con una chioma più chiara e il fusto
più contorto.
Il parco presenta piccoli vialetti in cui passeggiare liberamente, accompagnati da curiosissime statue di uomini e animali
(creazioni dell’artista Mario Nebiolo), custodi del luogo.
Sono stati perfino ricreati, con partenza dalla cisterna, due canali d’acqua in pietra con tasselli a mosaico e ceramiche
all’interno dei quali trovano posto alcuni pesci, sempre sotto forma di statue.
Carino!
Qualche piccola panchina permette di sostare tranquillamente qualche istante per godere del panorama che da
una parte si affaccia sul promontorio di Gallinari e sulle borgate di Verezzi, e dall’altra sul Monte Grosso.

Uscendo dal parco intravedo già la prossima meta, la chiesa di S. Pietro, che si eleva dal centro storico di Borgio
con le sue due torri campanarie.
In un attimo mi trovo al suo cospetto, in Piazza San Pietro, scalinata e pendente.
In questo esatto punto, prima del 1789 quando è stata posata la prima pietra della chiesa, si ergeva il poderoso
forte di Borgio.
Leggo con interesse che la costruzione di tale chiesa è stata poi ostacolata dalle truppe francesi che, dopo la battaglia
di Loano (1795), si impossessarono del territorio, estromettendo tutti gli Ordini religiosi.
La sua costruzione terminò dopo la caduta di Napoleone e la consacrazione avvenne nel 1808.
Il lavoro per costruire tale monumento fu enorme e impensabile ai giorni nostri.
Concorsero tutti a dare una mano; gli uomini, estraendo la pietra dalle cave presenti sul territorio e le donne che fecero
continuamente la strada avanti e indietro fino al mare per trasportare la sabbia.
La chiesa fu bombardata dagli inglesi nel 1940 e poi ricostruita.
Merita sicuramente una visita il suo interno, in quanto completamente affrescata.
All’esterno è presente anche un monumento riportante su ogni lato i caduti della Grande Guerra.
Tutti i paesi e le città d’Italia inviarono al fronte i propri concittadini per difendere col supremo sacrificio il sacro suolo
della Patria.
Sempre onore ai caduti.
Ora, prendendo il vicolo verso nord (via XX Settembre), si arriverebbe di fronte alle Grotte di Borgio, terminando
il percorso ufficiale, senza quindi ricongiungersi al punto di partenza.
Io, deciso a compiere per intero l’anello, mi abbasso verso il mare prendendo a sud la prosecuzione di via XX Settembre,
fino a trovarmi in via Matteotti, dove svoltando a sinistra (est), concludo felicemente questo incredibile percorso,
esattamente dove mi trovavo stamani, in corrispondenza di un cartello accanto alla ferrovia indicante
gli itinerari di Borgio.
Un’esperienza bellissima, facile, da vivere, immersi nella natura, nelle tradizioni e nella storia, elementi che
contribuiscono ad arricchire enormemente il proprio bagaglio personale.
Da non farsi mancare anche gli altri percorsi, il
Sentiero Cultura, il Sentiero Geologico e la Via dei Carri Matti.

Relazione e fotografie di: Daniele Repossi


Note:
i
l Sentiero Natura porta a scoprire tutti i principali ambienti naturali della conca di Borgio Verezzi,
mettendone in risalto natura, botanica, fauna, clima, geologia, storia e architettura.
L’itinerario ad anello nella seconda parte incrocia più volte il Sentiero Cultura del quale riprende le tematiche
storico-architettoniche, garantendo così una delle esperienze più complete.
E’ infatti l’unico percorso in grado di abbracciare tutti i temi sopra citati, senza focalizzarsi su di uno specifico.
Facile e breve, è adatto a tutti.
Alterna ampi tratti su asfalto ad altri su
creuze (ciottoli) e pietrisco (Valle di Rio Fine-lecceta, mulattiere rurali).
Prestare attenzione ai numerosissimi bivi e diramazioni: difficile smarrirsi ma, uscendo dalla traccia, il rischio è quello di
dover tornare sui propri passi o non completare per intero questo itinerario.