Spitz Tonezza 1.694 m. (Italia – Tonezza del Cimone)
escursione con visita alle postazioni difensive della 2° linea austroungarica della Prima Guerra Mondiale
e vista a 360° sull’incredibile panorama dell’Altopiano di Tonezza

spitz tonezza


Località di partenza:
posti auto all’incrocio di Contrà Sella, Tonezza del Cimone (VI)

Quota di partenza: 1.112 m.
Quota massima raggiunta: 1.694 m.
Dislivello: 593 m.
Posizione: lo Spitz Tonezza si eleva a nord del medesimo altopiano e ad est della catena di monti
Campomolon e Melignone

Difficoltà: E [scala dei livelli delle difficoltà]
Segnavia e n° di sentiero: n° 537 dal parcheggio di Contrà Sella alla cima dello Spitz Tonezza
strada asfaltata SP136 dal Passo della Vena al tratto intermedio del Sentiero della Tarbisa (2° tornante)
sentiero della Tarbisa (senza numero) dal 2° tornante della SP 64 al parcheggio di Contrà Sella passando per il
Chiosco Alpino

Ore: 3h 30’ (anello completo)
Distanza: 9,8 km
Tipo di terreno: prati, sentiero nel bosco ricoperto di fogliame e con roccette, asfalto, sentiero di montagna
a tratti esposto

Periodo: dal mese di aprile al mese di ottobre (in assenza di neve)
Acqua lungo il percorso: nessuna
Il rifornimento deve avvenire alla partenza (bar-albergo Edelweiss a Contrà Sella)
e sulla via di rientro Al Chiosco Alpino

Attrezzatura richiesta: classica da trekking
Ritorno: rientrati al Passo della Vena si rimane sulla SP136 fino al 2° tornante dove si entra nel bosco e si percorre
il Sentiero della Tarbisa fino al Chiosco Alpino.
Si chiude quindi l’anello tornando a Contrà Sella sempre lungo l’asfalto
Rifiuti: ecco cosa bisogna sapere prima di abbandonarli


Tecnicamente in breve
Lasciata l’auto negli appositi spazi all’incrocio di Contrà Sella (1.112 m.) ci si incammina in leggera salita lungo la
strada SP 64 dei Fiorentini fino ad arrivare a incrociare un largo sentiero sulla sinistra (indicazioni), che rappresenta
il punto di partenza dell’escursione (sulla destra la strada scende verso Contrà Grotti).
Tale sentiero è chiamato Sentiero dei Tronconi (o Mulattiera dei Tronconi) e lo si segue dapprima in ampi spazi aperti e
poi nel bosco, passando accanto ad alcune vecchie baite.
Il sentiero aumenta leggermente la pendenza che non diventa mai eccessiva, fino ad uscire poco prima del 1° tornante
sulla strada asfaltata che sale al Passo della Vena (SP 136).
Neanche 200 metri e si rientra nel bosco, prendendo l’evidente traccia proprio alla sinistra del tornante (segni bianco-rossi).
Si sale quindi costantemente nel bosco, su sentiero a tratti roccioso e ricoperto di fogliame.
Si esce quindi più in alto ancora lungo la strada del Passo che occorre seguire fin sul Passo della Vena (1.535 m.).
Da questo punto si prende la traccia sulla destra, l’unica, che rimonta le pendici della montagna, fino a giungere sulla
sommità dello Spitz Tonezza (1.694 m.).
Per il ritorno si ripercorre il medesimo itinerario fino al Passo della Vena.
Si scende quindi lungo l’asfalto per un buon tratto, fino al 2° tornante dove si prende a sinistra il sentiero che entra nel
bosco e si raccorda col Sentiero della Tarbisa.
Passando accanto alle opere difensive della 2° linea austroungarica, si procede nel bosco fino a raggiungere il
bar Chiosco Alpino, ad un incrocio sulla strada.
Dal tornante in cui è ubicata questa struttura, seguendo sempre la strada, si fa ritorno a Contrà Sella, dove si
riprende l’auto.

indicazioni sentiero di salita Spitz di Tonezza


La Strafexpedition e la Grande Guerra sull’Altopiano di Tonezza
L’Altopiano di Tonezza rimane coinvolto negli scontri della Prima Guerra Mondiale nel maggio del 1916 quando gli
austriaci lanciano la poderosa offensiva contro l’Italia fedifraga, rea di aver tradito la Triplice Alleanza.
L’obiettivo dell’Impero è quello di raggiungere la pianura vicentina avanzando dagli Altipiani Cimbri e sfondando per
quello di Asiago.
L’obiettivo italiano è l’opposto, resistere ad oltranza, come chiede Cadorna.
Tra il 15 e il 19 maggio i forti austroungarici battono con le loro artiglierie le linee di difesa italiane, sconvolgendo il fronte
e cogliendo impreparati i nostri uomini.
Questo anche per le sciagurate manovre invernali che anziché rafforzare la linea di difesa, la portano più avanti,
lungo monti e crinali indifendibili.
I reggimenti e i battaglioni del XX Corpo d’Armata al comando dell’Arciduca Eugenio e costituito da truppe scelte molto
ben addestrate per la guerra in montagna (Hessen, Rainer, Edelweiss), il 18 maggio conquistano la dorsale
Monte Maggio-Toraro, travolgendo le forze della 35° Divisione (Felice de Chaurand) che si battono strenuamente ma
sono costrette a ripiegare.
Anche i soldati capiscono di essere lungo una linea di resistenza pronta per un’offensiva ma del tutto inadatta alla difesa.
Travolti dalle artiglierie austriache e da truppe meno numerose ma più preparate a questo tipo di terreno, gli italiani sono
costretti ad arretrare verso il Passo della Vena, scendendo poi sull’Altopiano di Tonezza.
Gli austriaci, tra il 19 e 20 maggio, avanzano e occupano Monte Campomolon dove il sottotenente Paolo Ferrario,
nel tentativo di far saltare l’omonimo forte, rimane coinvolto nelle esplosioni perdendo la vita.
In questi giorni cade prima anche il Monte Melignone e viene poi occupato il Passo della Vena.
L’ordine del comando del gruppo armate Arciduca Eugenio non lascia spazio ad interpretazioni: spingere l’offensiva fino a
Thiene, nella pianura vicentina che dalle suddette vette appare molto vicina e ben in vista.
Nel mezzo dei combattimenti gli imperiali sono costretti ad impiegare gli stessi soldati, stravolti per le lunghe
giornate di combattimenti, per costruire una strada che permette loro di far avanzare le potenti artiglierie e tutti i
rifornimenti necessari.
L’offensiva deve continuare.
Si lavora giorno e notte, senza sosta per costruire la strada che da Malga 2° Posta, sull’Altopiano dei Fiorentini, giunge
fino al Passo della Vena.
Il lavoro è enorme, mastodontico: occorre far saltare chilometri di roccia e spianare il terreno ma il lavoro viene portato
a termine, (ancora oggi la strada, ora asfaltata, congiunge Tonezza coi Fiorentini).
Nel frattempo Tonezza è già deserta, le contrade vuote; gli abitanti, visto l’imminente pericolo, hanno già abbandonato le
loro case e i loro averi, in fretta e furia, portando con sé le poche cose essenziali e trasportabili tramite carri e muli.
Si sono trasferiti tutti in pianura, dicendo ai propri pargoli che l’esilio sarebbe stato breve.
In realtà, rientreranno solo alla conclusione delle ostilità.
Il 21 maggio i reparti Rainer iniziano scendere sull’altopiano e ad esplorarlo.
Superano locali di deposito italiani, ricoveri per truppa, magazzini e passano accanto a grandi quantitativi di materiali e
mezzi abbandonati.
Le nostre truppe, si sono ritirate verso la cima del Cimone che intendono difendere ad ogni costo.
Gli austriaci si spingono sull’altopiano fino a Contrà Campana, dove iniziano ad incontrare la resistenza italiana.
Costruiscono trincee, fortini e camminamenti sfruttando la morfologia del territorio.
Non solo, si assestano sulle pendici dello Spitz (Baito Restele), dalla cui cima hanno una vista incredibile sull’intero teatro
delle operazioni che da lì possono coordinare.
Dal 25 al 31 maggio avvengono gli attacchi per la conquista della cima del Cimone.
Il primo scontro avviene proprio la sera del 25 maggio quando l’8° Divisione del XX Corpo parte da Tonezza e riesce a
conquistare la cima che poi ad intermittenza torna per brevi periodi in mano italiana.
Il 28 maggio gli austriaci avanzano in Val d’Astico e occupano Arsiero.
Dopo la fine della Strafexpedition, il 23 luglio il Battaglione Alpini Val Leogra compie un’autentica impresa alpinistica che
rimarrà nella storia.
Lanciatosi su per un canalone verticale e trasportando perfino una mitragliatrice, con un colpo di mano riesce a
riconquistare il Cimone che rimarrà italiano fino al 23 settembre quando il maggiore austriaco Albin Mlaker fa scoppiare una
grossa mina che sconvolge la vetta della montagna, facendola saltare in aria.
10 ufficiali e 1118 soldati italiani perdono la vita, sepolti vivi.
Il Cimone e l’Altopiano di Tonezza rimarranno austriaci fino alla fine della guerra.

Assieme al Monte Cimone, luogo della memoria, lo Spitz è la montagna per eccellenza dell’Altopiano di Tonezza.
Ovunque si vada, non si può non notarlo.
E’ visibile dall’Altopiano di Asiago, dai Monti Verena e Campolongo, dall’Altopiano di Lavarone, da quello di Folgaria,
dai Fiorentini e da Luserna.
“Quello è lo Spitz”, ho sentito dire dalle persone incontrate in parecchi punti panoramici raggiunti in questi luoghi.
Delimita a nord il territorio di Tonezza ma i suoi versanti sono diametralmente opposti per morfologia.
Guardando la montagna da nord la si vedrà rocciosa, strapiombante e impervia.
Si avrà l’impressione di trovarsi al cospetto delle Tre Cime di Lavaredo, solo più piccole.
Il massiccio infatti è caratterizzato tra tre punte rocciose che si innalzano dall’altopiano, tre speroni distinti e separati tra
di loro da vertiginose forcelle.
Sono la Pala Piccola, la Pala Grande e lo Spitz Tonezza, il più alto.
Impossibile sbagliarsi dunque, se guardando a sud si vedranno tre distinte formazioni rocciose innalzarsi al cielo.
Dall’Altopiano stesso di Tonezza e da Asiago non si avrà invece la stessa visione.
Le sue pendici meridionali sono boschive e più dolci, più accessibili.
In basso degradano tra i prati e i pascoli e proprio lì gli antichi abitanti hanno eretto le loro case, le loro contrade.
Ovviamente è questa la parte che consente una via di salita ed è proprio dalla parte alta dell’altopiano che incomincia
la mia bella escursione odierna.
Percorrerò i sentieri intrapresi dai soldati italiani e austriaci che qui si sono scontrati durante la Prima Guerra Mondiale nel
maggio del 1916.
Tutti questi monti sono intrisi di storia e luoghi della memoria, non solo il Cimone.
La gita odierna rappresenta quindi un tuffo nel passato per vedere di persona cosa è accaduto, come sia stato possibile e
per non dimenticare il sacrificio di tante vite.
Quello che propongo è un giro ad anello un po’ strano, a tratti fuori rotta, ma che appunto consente di toccare tutti i punti
storici più importanti lungo la 2° linea di difesa imperiale.
Non si percorreranno sempre sentieri ma gli stessi, in vari punti, confluiranno nella Strada Provinciale che conduce al
Passo della Vena.
In ogni caso una strada praticamente sempre deserta e costruita dai nostri soldati per portare rifornimento alle postazioni
sulle cime che da loro erano difese.
Ma lascio poi ai vari riquadri approfondimenti più specifici.

Giunto a Tonezza, salgo con l’auto fino al grande incrocio di Contrà Sella, dove c’è qualche posto auto.
Più avanti è impossibile parcheggiare per cui conviene muoversi per tempo per trovare posto.
Mi incammino lungo la striscia di asfalto passando accanto all’Albergo Edelweiss, un b&b e un piccolo parco giochi per
bimbi sulla sinistra.
In questa estate bollente il sole è già alto e picchia come un dannato.
Per fortuna una leggera brezza rinfresca l’aria e rende comunque piacevole la salita.
Arrivo ad un grande bivio nel quale a destra la strada scende verso Contrà Grotti e a sinistra inizia la traccia verso lo Spitz.
Vi sono cartelli e pannelli illustrativi, non si può sbagliare.
Inizio a mettere piede sul Sentiero dei Tronconi (o Mulattiera dei Tronconi n° 537) come viene chiamato, che per i primi
metri è delimitato da grandi muretti a secco.
Il nome deriva dal trasporto dei tronchi che dai pendii dei monti venivano calati un tempo verso valle.
Il sentiero curva leggermente a sinistra e offre una magnifica visuale sulla Valle dei Ciliegi (attraversata dal
Sentiero Excalibur) e sui più distanti monti Rione e Priaforà.

Questa giornata, senza una nube, si preannuncia sensazionale e chissà che vista ci sarà dalla cima!
Prima però tocca faticare e sperare in sentieri di accesso non troppo difficili.
Il sentiero, un misto tra terra, fogliame, ciottoli e piccole roccette, entra lentamente in un grande bosco dove accolgo con
piacere la frescura che ne deriva.
A passo lento supero una, due, tre e infine quattro baite, seguendo una linea piuttosto dritta che corre poco più sotto
della provinciale.
Queste piccole baite un tempo erano stalle e oggi, ristrutturate mantenendo l’aspetto originario, sono state adibite
ad abitazioni.
Isolate e nel bosco, certo, ma con una vista incredibile sull’altopiano, almeno dagli spiragli che concedono le piante.
Un po’ a sorpresa, poco oltre il sentiero si immette sulla provinciale ed esattamente prima del tornante n° 1 della
“Pozza del Giasso” che a dispetto del nome pare rimanga quasi sempre asciutta quando piove.
Percorro pochi metri sull’asfalto per poi imboccare l’evidentissima traccia sulla sinistra che si rituffa nel fitto bosco di faggi,
abeti e roverelle.
Prima però butto un occhio in alto dove riluccica la croce dello Spitz, ben in vista.
Da questo punto non si sale, per cui allarghiamo un po’ il giro e vediamo dove porta la pista.
La pendenza si accentua un po’ ma se non altro rimango al bel fresco sotto ampie fronde.
Con un avanzamento lento tra le prie e muretti a secco provo ad immaginare come doveva essere la vita di un tempo
in queste zone, e in particolare il lavoro dei boscaioli che da questo e altri sentieri trascinavano in paese i tronchi di legno.
Una vita povera senza dubbio, con poche cose, semplici, ma indubbiamente priva di vizi e più salutare.
Il pendio che precipita verso il basso alla mia sinistra reca alcune testimonianze del tempo come confini tra appezzamenti
di terreno e bosco realizzati con le pietre.
Il sentiero non è molto faticoso ma interamente cosparso di foglie di faggio secche che in alcuni punti, tra le pietre,
lo rendono un po’ scivoloso.
Al termine del bosco un breve spazio a cielo libero precede l’uscita del sentiero di nuovo lungo la provinciale.
La traccia termina qui per riprendere un po’ più avanti lungo le pendici dello Spitz.
Ma prima, l’unica cosa da fare, è proseguire per l’asfalto e raggiungere il Passo della Vena, punto cruciale negli eventi
della Grande Guerra per entrambi gli schieramenti, italiano e austriaco.
Il cammino fin quassù è breve e, come detto in precedenza, difficilmente si incontrerà un’auto che sale.
Per fortuna direi, la quiete regna ancora sovrana da queste parti e l’ambiente non ha ancora visto il turismo di massa
di un Pordoi, Stelvio o Fedaia che sia.
Dal Passo della Vena si gode già di un bel panorama, preludio a ciò a cui si assisterà in cima.
Sotto al Monte Melignone, ad ovest, lo sguardo si spinge verso i Fiorentini, Lavarone, Luserna e Vezzena.
Ad est invece, le pendici occidentali di quella che è la prima punta rocciosa del gruppo dello Spitz, la Pala Piccola.
Il sentiero taglia i prati e inizia a risalire il crinale passando ai piedi di questa punta rocciosa.
A questo punto so cosa state pensando, che si poteva giungere qui in auto risparmiando strada!
Tralasciando il fatto che di posti auto ve ne sono due di numero, che gusto ci sarebbe a fare la salita (un percorso storico
e ambientale così ricco) in auto?
Vero, ci sono alcuni tratti su asfalto ma, come detto, sono inevitabili e comunque rappresentano una strada che risale
all’epoca bellica, quindi di grande valore.
Pensiamo agli sforzi fatti per realizzarla e per trascinare fin quassù artiglierie, rifornimenti alimentari, uomini e animali.
Oggi voglio ripercorrere le loro tracce per questo, e in generale quando possibile gli aiuti a motori sono vietati!
Anche il viottolo su prati che parte dal Passo e risale verso lo Spitz è puro genio e ripercorre i movimenti dei soldati
austriaci che come vedremo hanno sfruttato questa montagna.

L’inizio di quest’ultima parte non è faticosa.
Salgo lentamente calpestando del ghiaietto poco al di sotto di alcuni paravalanghe (d’inverno è impensabile affrontare
questo tratto senza assumersi una forte dose di rischio).
Procedendo, sulla sinistra mi imbatto nel primo dei ricoveri ricavati dentro la roccia dagli austriaci che qui trasportarono
mitragliatrici e artiglierie a supporto dell’avanzata verso la pianura vicentina.
A destra invece mi sembra già di volare tanta è la bellezza del paesaggio che si estende in lontananza.
In basso la Valle di Riofreddo separa le Porte di Toraro dal Cimone per poi confluire verso Arsiero.
Alle spalle di questa, la catena che parte dal Summano e arriva al Priaforà, altre montagne che hanno visto feroci scontri
tra i due eserciti.
Compio ancora qualche passo, supero una curva per ammirare anche il sottostante Altopiano di Tonezza nella sua
interezza, con la Contrà Sella, punto di partenza in primo piano ed ampi pascoli che precedono il fitto bosco che
avvolge il Cimone.
Oggi uno spettacolo, un tempo un inferno in terra per gli abitanti del luogo.
Lentamente rimonto il pendio anche della Pala Grande: oltrepasso una, due caverne ancora.
Il sentiero si complica leggermente, si fa più esposto ma risulta sempre ben percorribile.
Un punto, costituito da 2 metri di roccette in piano richiedono attenzione per il vuoto sottostante.
La traccia, che alterna ora erba, rocce e piccoli sfasciumi, passa al di sopra di altri paravalanghe, affronta un tornante a
sinistra e giunge ad una forcella un po’ aerea proprio al centro tra lo Spitz e la Pala Grande.
Il vuoto presente dalla parte opposta sulla piccola Valle di Menore è impressionante.
Un imbuto, un canalone sovrastato da un enorme scoglio, precipita a picco verso la Val d’Astico.
La sosta su questa cengetta erbosa è d’obbligo, data la vista che si gode.
In una nicchia sul terreno invece sono visibili i resti di una postazione austriaca, probabilmente un osservatorio.
Proseguendo il cammino, affronto altri tratti esposti ma dove la larghezza del sentiero dà sicurezza.
Il difficile è rimanere concentrati su dove si mettono i piedi dato che l’occhio cade sempre sull’immenso panorama a destra,
di una bellezza mostruosa.
Conviene fermarsi a più riprese per non rischiare di inciampare!
Sono ormai quasi in cima e qui anche il terreno cambia: la roccia è predominante.
I mughi tuttavia resistono aggrappati ad ogni anfratto tra i massi e accompagnano lungo la salita.
Assieme a loro qualche abete ha assunto forme davvero strane per via del vento che spazza spesso questi crinali,
mentre qualcun’altro, meno fortunato, è stato spezzato in due da un fulmine.
Un ultimo sforzo e sono in vista della croce di vetta, che ora mi appare di fronte.
Risalgo gli ultimi metri di pietrisco e sfasciumi un po’ instabili ma sicuri data l’ampiezza del sentiero, passo accanto ad un
piccolo ricovero austriaco (fin quassù!) e raggiungo la cima dello Spitz.
Ora, penso che spendere fiumi di parole a raccontare l’esperienza di essere quassù sia superfluo.
Non riuscirò mai a farvi vivere l’autentico volo libero che si prova da questo punto.
Le montagne delle Prealpi Vicentine non sono altissime, nulla in confronto alle Dolomiti, per prendere ad esempio il
gruppo più vicino.
Eppure il panorama che si gode penso sia uno dei migliori in assoluto, anche rispetto a cime ben più blasonate.
Da questo fazzoletto di terra si ha praticamente il Veneto e il Trentino ai propri piedi, e non esagero!
La descrizione delle singole cime osservabili penso annoierebbe per cui mi limito ad aggiungere, a quanto esposto prima,
la meraviglia verso nord non solo con gli Altipiani Cimbri ma, più in là, con tutta la catena del Lagorai.
Riesco per fino ad inquadrare Forte Belvedere-Gschwent, sull’Altopiano di Lavarone!
Ad ovest, verso la Val d’Adige, il Becco di Filadonna, le Dolomiti del Brenta e l’Adamello.
Più vicino, tutto intorno, luoghi familiari: altopiani e monti stravolti dalla guerra e lungo i quali passavano le vecchie linee
di confine tra Italia e Austria.
Una tavola orientativa in marmo riporta comunque tutti i nomi dei rilievi che si estendono a perdita d’occhio.

tavola orientativa spitz di tonezza


Ripari nella roccia, osservatori, strade, ricoveri e trincee dello Spitz Tonezza

Lo Spitz è stato abilmente sfruttato dai soldati austriaci che lungo il suo versante meridionale hanno ricavato diversi
ricoveri nella roccia per artiglierie.
Si individuano bene salendo dal Passo della Vena per il tratto terminale che porta alla cima, dove 4 – 5 caverne si
notano sulla sinistra.
Non so quanti colpi siano stati sparati da queste posizioni.
Gli abitanti avevano infatti già evacuato l’altopiano, mentre gli Alpini si erano ritirati verso la vetta del Cimone.
Queste caverne servivano anche da riparo per gli uomini e come punti di osservazione.
Proseguendo la salita si incontrano altri due piccoli osservatori, uno sulla forcella tra la Pala Grande e lo Spitz e l’altro
pochi metri sotto la croce di vetta di quest’ultimo.
Punti eccezionali per tenere sotto controllo l’intero altopiano e così coordinare al meglio le operazioni.
Questi punti fortificati erano altresì protetti da una serie di trincee, in parte ancora visibili osservando il terreno
poco sotto la cima.
Molti Rainer del 59° Rgt. di Salisburgo, una volta scesi da Toraro, Campomolon e Melignone si acquartierarono qualche
giorno nei pressi del Baito Restele, proprio ai piedi del Melignone, in particolare dal 25 al 31 maggio 1916.
Da questi punti si lanciarono prima in perlustrazioni sull’altopiano, recuperando quanto possibile tutto il materiale
abbandonato dagli italiani in ritirata, poi scesero tra le contrade da dove partirono per la conquista del Cimone.
Anche tutti i sentieri e le strade descritte nell’escursione sono opera dei soldati.
Carrozzabili italiane sono quelle costruite da Tonezza al Passo della Vena e poi al Monte Campomolon, per rifornire il forte
che poi rimase incompiuto.
Le strade austriache, all’opposto, partono dai Fiorentini e arrivano al Passo della Vena.
Gli imperiali dovevano necessariamente far avanzare la loro artiglieria impiegata nella conquista dei territori italiani.
Un problema immenso e, col procedere dell’offensiva, sempre di più difficile soluzione.
Questo, unito ad altri importanti fattori, porterà progressivamente alla mancanza di rifornimenti e munizioni che
arresteranno la Strafexpedition sul ciglio meridionale dell’Altopiano di Asiago, anche se Tonezza rimarrà austriaca fino
alla fine del conflitto.
Scendendo lungo il Sentiero della Tarbisa (tratto intermedio), ci si imbatte in altre postazioni difensive austriache.
Una batteria antiaerea (dopo un anno di guerra erano sempre più numerosi gli aerei di entrambi gli schieramenti che
effettuavano incursioni in territorio nemico) ed alcune grandi caverne scavate nella roccia.
Troviamo anche  un grande largo in cui sorgevano casermette e baraccamenti (dei quali oggi non è rimasto più nulla,
solo qualche segno sul terreno).
Queste opere difensive servivano ad impedire un’eventuale risalita degli italiani dalla Valpegara, una laterale della
Val d’Astico.
Si trovavano tutte lungo la 2ª linea di difesa austroungarica.

galleria lungo il sentiero spitz di tonezza

Ricovero in roccia per artiglieria ricavato lungo il versante meridionale dello Spitz Tonezza.

Restare fermi, seduti sulla cima a fissare l’orizzonte regala una sensazione di pace incredibile, dove la bellezza di
ciò che mi circonda è disarmante.
Sono senza fiato e i miei occhi “ballano” da est ad ovest e da nord a sud, non sapendo più dove guardare.
La giornata è oltremodo bollente e verso mezzogiorno il sole inizia a fare sul serio.
Tuttavia resto ancora un po’ appollaiato su un masso.
Mi viene in mente tutto quanto studiato su libri, diari e lettere relativamente a spostamenti, scontri e strategie messe in
campo da entrambi gli eserciti durante la guerra.
Solo venendo quassù ci si può rendere conto che quanto letto corrisponde a realtà e di quale fosse la posta in gioco.
Si può addirittura tracciare una cartina dal vivo di tutti gli altipiani!
Si disegnerà quindi un territorio montuoso ostile a uno sforzo bellico di tale portata, condotto da uomini assolutamente
impreparati e mal equipaggiati, (reparti speciali austriaci a parte), che spesso non avevano mai visto nemmeno
le montagne.
Faccio mente locale alle mie escursioni, alla fatica e alla lunghezza di compierle zaino in spalla, e penso a quei tempi
dove su questi altipiani si viveva, si combatteva e lavorava giorno e notte.
Ovviamente con quello che poteva offrire il meteo, nel bello e soprattutto nel brutto.
Nulla di paragonabile nemmeno alla lontana, tanto è vero che spesso parlando con gente del posto, direttori di mostre e
musei a tema Grande Guerra, mi sono sentito dire: “Hanno fatto una vita quei poveri ragazzi…”.
Dobbiamo sempre ricordare il loro sacrificio, per la patria e per noi.

Nel primo pomeriggio inizio la discesa, mentre sempre più persone incominciano ad affollarsi attorno alla croce dello Spitz.
Avrei due opzioni di discesa, ma la prima la scarto data la pendenza e la difficoltà.
Il Sentiero della Tarbisa, che parte poco sotto la cima e scende verso est in maniera quasi verticale, (anche se considerato
alpinistico – difficile non occorre attrezzatura da scalata), si percorre normalmente.
Ma io oggi non sono in vena di imprese e voglio salvaguardare piedi e ginocchia.
Ridiscendo dunque al Passo della Vena passando accanto ad una trincea inerbita, e di nuovo a tutte le postazioni in
caverna incontrate precedentemente.
Dal passo mi invento un nuovo percorso che mi porterà poco più a valle, per poi immettermi sulla parte centrale
del Sentiero della Tarbisa.
Il tratto che mi accingo a percorrere potrà stonare col normale escursionismo e risultare noioso,
ma io lo consiglio comunque.
L’itinerario è davvero elementare in quanto resto semplicemente sulla provinciale che percorro fino ad incontrare il
2° tornante (cartello indicatore).
Sono solo 2 km di discesa agevole lungo una strada che ad incontrare un’auto è già dir tanto.
La cosa, come spiegato, mi permetterà di recuperare questo sentiero nel bosco (ed evitato nella parte alpinistica), sul
quale sono posizionate altre opere austriache della guerra della 2ª line difensiva.
Perfino durante la marcia sull’asfalto vengo ripagato.
Una madre col piccolo di camoscio attraversa la strada poco più avanti e risale qualche metro il terrapieno in cerca
di verde erbetta da brucare.
Che spettacolo e che incontro a così poca distanza!
Per un po’ non oso disturbarli e non mi avvicino, restando fermo immobile ad osservarli.
Anche loro si sono accorti di me e ora mi fissano incuriositi.
Restano tra l’erba alta per qualche minuto, mangiano e mi fissano a fasi alterne finché non decidono di proseguire
il loro giro.
Camosci su questi altopiani ce ne sono davvero tanti e in parecchie escursioni mi è capitato di incontrarli, molti a
distanza davvero ravvicinata.
Dato che il camoscio è molto timoroso dell’uomo e scappa appena può, (al contrario dello stambecco), è
sorprendente notare come questi esemplari non abbiano affatto paura.
Arrivo così al fatidico tornante dove una larga traccia entra nel bosco.
Il sentiero progressivamente si restringe e si innesta lungo i camminamenti realizzati dai soldati imperiali che
modificarono questo costone verso la Val d’Astico per impedirne eventuali risalite nemiche.
Il panorama, che fino a poco fa, regalava ampie vedute su Tonezza, finisce dunque qui, in quanto gli alberi della faggeta
lasciano a malapena filtrare solo qualche raggio di sole.
Incontro subito una grande base rotonda in cemento, una vecchia batteria antiaerea accanto ad un grande spiazzo
dove sorgevano alcune baracche.
Il percorso si stringe ancora e diventa molto ripido; oltretutto il terreno sparisce sotto una densa coltre di fogliame che
rende tutto molto scivoloso (attenzione).
Un divertente passaggio tra i tronchi dei faggi mi porta alla prima grande caverna alla mia sinistra, utilizzata come
deposito artiglierie e rifornimenti.
Più in basso arrivo ad un altro enorme spiazzo, dove nella roccia retrostante si aprono altre due profonde caverne.
Sul terreno invece è rimasto qualche resto qua e la di vecchie casermette e posti di guardia, ma è ben poca cosa purtroppo.
Il Sentiero della Tarbisa prosegue in discesa, ora meno ripida, fino a ricongiungersi con la provinciale, ad un incrocio
dove è ubicato anche il bar Chiosco Alpino.
Sul cammino mi imbatto in un altro incontro molto ravvicinato, sempre con un camoscio che a non più di 10 metri da me,
mi fissa stando proprio sulla mia traccia.
Pochi secondi e si tuffa in picchiata verso il pendio in basso.
Bellissimo esemplare, riesco di sfuggita a scattargli una foto.
Dopo essermi dissetato chiudo questa giornata così ricca tornando all’auto.
Per farlo abbandono il proseguimento della Tarbisa che parte alle spalle del chiosco e, percorrendo circa 1 km lungo
la strada principale, giungo nuovamente a Contrà Sella.
Sole infuocato, pelle rossa e cappello sulla testa completamente zuppo di sudore.
E’ ora di rintanarsi all’ombra!

Relazione e fotografie di: Daniele Repossi


Note:
lo Spitz Tonezza è la montagna simbolo dell’Altopiano, assieme al Cimone.
Entrambe ricche di storia, rappresentano luoghi che non è possibile non visitare.
Il percorso di salita è piuttosto breve e facile: la prima parte avviene nel bosco e lungo alcuni tratti della strada asfaltata che
sale al Passo della Vena, mentre la seconda è costituita da un sentiero in parte esposto che rimonta da sud le
pendici dello Spitz.
La discesa avviene per un tratto, lungo la Strada Provinciale, e poi per il Sentiero della Tarbisa fino al Chiosco Alpino.
Si evita così la prima parte di questo percorso, alpinistico, difficile e verticale, non adatto a tutti.
Da questa montagna è stato lanciato l’attacco austriaco all’Altopiano di Tonezza e numerosi sono ancora i segni sul
suo versante che lo testimoniano.
Per questo, e ovviamente per l’incredibile panorama a 360° che si gode dalla cima, ne è fortemente raccomanda l’ascesa.