Marone 662 m. (Italia – Val Vigezzo)
– il paese fantasma che ha (quasi) smarrito tutti i suoi abitanti –
i vicoli del paese non hanno un nome, i lampioni non esistono, gli abitanti sono scomparsi e le case in pietra
sono profondamente “segnate” dal tempo e dall’abbandono: qui tutto si è fermato al lontano 1960
Noi abbiamo intervistato Giacomina, l’ultima “memoria storica di Marone”
Località di partenza: Marone 662 m. (Val Vigezzo)
Quota di partenza: 662 m.
Quota di arrivo: 662 m.
Dislivello: 0 m.
Posizione: Val Vigezzo, raggiungibile tramite un semplice percorso di trekking da Trontano o Verigo
Difficoltà: E [scala delle difficoltà]
Ore: ==
Periodo: tutto l’anno
Attrezzatura richiesta: classica da trekking
Segnavia: ==
Rifiuti: ecco cosa bisogna sapere prima di abbandonarli
La chiesa sconsacrata di Sant’Antonio Abate, dove l’ultima messa è stata celebrata nel lontano 1932 in occasione
di un funerale, si trova all’ingresso del paese, e sembra quasi volerlo proteggere dal tempo che passa.
Le lancette in metallo dell’orologio del campanile, sono ferme da decenni e il crocifisso in ferro battuto,
posto sopra il tetto, svetta in modo orgoglioso.
Ma il grigiore delle pareti esterne, intrise dall’umidità e in parte consumate dalle stagioni che scorrono inesorabilmente,
rispecchiano l’immagine desolante di questo “paese fantasma”.
Nel corso degli anni, la chiesa è stata più volte depredata.
Oggi la porta è chiusa, ma da alcune fessure, è possibile sbirciare all’interno, dove si individuano alcuni banchi di legno
e qualche tovaglia bianca, appoggiata lì da decenni.
A Marone, non ci abita più nessuno, tranne una persona, che quasi tutti i giorni raggiunge questo paese per cercare
di mantenerlo e dare ancora una parvenza di vita a un luogo ormai deserto e abbandonato.
Abbiamo avuto il privilegio di poter parlare con Giacomina, l’unica“abitante” che si occupa di mantenere “vivo a attivo”
il ricordo di Marone.
Giacomina dice: “io qui non l’ho mai abbandonato”.
Nei suoi racconti di bambina c’è un’infanzia trascorsa tra Marone e Paiesco (il paese che si trova sul versante opposto),
in un momento in cui all’inizio degli anni 60 Marone era ancora parzialmente abitato, ma soffriva già di un rapido spopolamento.
Eppure il posto non è malvagio, anzi, c’è una bella vista, immerso in un’area montana tranquilla.
Ma perché tutti gli abitanti del paese si sono spostati sul versante opposto, rispetto al fiume Melezzo,
andando ad abitare nel paesino di Paiesco e qui più nessuno ha voluto viverci?
Quello che per la maggior parte delle persone è tuttora un mistero, noi ce lo siamo fatti raccontare e spiegare.
La risposta è più semplice di quello che si potrebbe immaginare.
Marone si è spopolata principalmente per un problema di esposizione.
Gli abitanti si sono trasferiti a Paiesco (il paese sul versante opposto), in quanto essendo esposto a sud, ha il sole anche
nel periodo invernale.
Questo privilegio, (non da poco per chi abita in montagna), permette di far pascolare gli animali anche nella stagione
più fredda dell’anno.
Giacomina dice (riferendosi a Paiesco): “di là era un paradiso d’inverno, tutta un’altra cosa…”
A Marone quando in inverno nevica, quest’ultima si fonde con tempi molto più lunghi, considerando che
dal mese di novembre al mese di marzo, i raggi del sole restando nascosti dalla montagna, non arrivano e non riescono
a illuminare e riscaldare il paese.
Al contrario a Paeisco, anche se nevica, essendo esposto a sud, la neve e il ghiaccio tendono a fondersi rapidamente.
Infatti nella stagione invernale, le capre e le pecore vengono fatte pascolare nella zona di Paiesco,
mentre questo non è mai stato possibile a Marone.
E’ così avvenuta una sorta di migrazione, che giorno dopo giorno, ha visto diminuire il numero degli abitanti,
fino a farli scomparire totalmente e per sempre.
Nessuno ha fatto più ritorno, tranne Giacomina che qui ha costantemente mantenuto il suo legame e il suo affetto.
al centro Giacomina, l’unica persona che ancora si occupa di Marone
Molti anni fa, quando a Marone ancora c’era vita, la maggior parte delle bestie allevate erano principalmente pecore e capre.
Le mucche raramente venivano inserite nella quotidianità, perchè il fieno scarseggiava e restava quindi complicato
poterle mantenere nel lungo periodo invernale, quando il pascolo non era possibile.
A Marone, dove tutto è avvolto nel silenzio, restano solo le case in pietra, costruite attorno al 1700.
Oggi l’intero paese, che conta una trentina di case e una chiesa, si trova in stato di totale abbandono.
Alcune abitazioni, oramai semi diroccate e ridotte a ruderi sono difficilmente recuperabili.
Un tempo le case venivano costruite molto vicine le une alle altre, con le finestre piccole per poter preservare il calore.
Come ci spiega e ci fa vedere Giacomina, pensate che nelle abitazioni non c’era il camino ma solo la cappa
e la canna fumaria.
La legna veniva fatta ardere e bruciare in un angolo della casa, direttamente sopra il pavimento in pietra, dentro la stanza.
Questo metodo, molti anni fa, era indispensabile per permettere la bollitura e la lavorazione del latte versato
all’interno dei grandi paioli, le cui dimensioni non sarebbero state accessibili nel vano dell’eventuale camino.
Sono passati molti anni.
Quello che oggi sembra inimmaginabile, un tempo faceva parte della “vita di tutti i giorni”.
Poco distanti dalle case si trovavano le stalle per il bestiame.
Tuttora, per accedere ed entrare in alcune delle abitazioni, bisogna salire delle piccole scalette in pietra.
Ma di cosa si viveva a Marone?
Principalmente di agricoltura.
In alcune case c’erano locali adibiti alla battitura e lavorazione della segale.
Il paese aveva il suo forno per la cottura del pane.
Castagne, noci, olio di noci, latte e formaggio, farina di castagne, i prodotti del’orto, erano alimenti che facevano parte
della quotidiana alimentazione.
La paglia era accumulata nel sottotetto.
Oggi, di queste antiche case, restano molti tetti sfondati e travi mozzate, dove le porte in legno cigolano sui cardini
oramai arrugginiti.
Le finestre non esistono più, al loro posto ci sono i varchi in pietra che una volta ospitavano i telai.
Passeggiando tra le vie senza nome del paese, si trovano case quasi completamente abbattute dal tempo
e case ancora in discreto stato di conservazione.
Su un muro esterno troviamo un dipinto oramai semi sbiadito: era forse la casa più bella e più ricca.
La maggior parte dei tetti delle abitazioni sono crollati o fortemente danneggiati, trascinando con se la paglia
che un tempo serviva per dare da mangiare al bestiame, e che oggi invece scivola inesorabilmente verso il basso.
Alcuni camini ancora in piedi, non fumano più da quasi un secolo.
Il grigio è il colore predominante.
Le strette vie che girano attorno alle case non hanno nome, e i lampioni non sono mai esistiti.
Manca la luce.
Sono le ore del giorno e della notte che scandiscono le giornate.
Ci sono ancora delle porte in legno, oggi piene di ragnatele, che “proteggono” l’ingresso di qualche abitazione.
Qualche finestra ha delle antiche grate in ferro battuto.
In questo paese, dove non c’è più nulla, incredibilmente resta attiva e funzionante la stazione ferroviaria, dove a richiesta,
si ferma ancora il trenino della Ferrovia Vigezzina Centovalli.
La linea ferroviaria internazionale che collega Domodossola a Locarno passa di qua.
La stazione è un edificio chiuso ma ben tenuto, con la bandiera italiana che sventola e la campanella che suona
per avvisare dell’arrivo imminente del convoglio.
Il treno ha qui la sua fermata, dove non scende mai nessuno, salvo qualche raro turista che ha piacere di visitare
il borgo fantasma di Marone.
La ferrovia è raggiungibile dal paese in 2 minuti a piedi, risalendo un prato, lungo quello che resta di una esile traccia
di poderale, oramai interamente ricoperta dal prato che si trasforma in pietra nei pressi della stazione.
Se da una parte, trovare un borgo in queste condizioni di abbandono ha il suo fascino, dall’altra è un peccato
che venga lasciato andare completamente in malora.
Anche se parliamo di un piccolo paese, formato da una trentina di case o poco più, è comunque un patrimonio
di queste vallate, e avrebbe tante storie da raccontare dei “tempi che furono”, quando la vita si svolgeva con ritmi e modi
completamente differenti da quelli di oggi.
Un intervento di riqualificazione e almeno di mantenimento delle strutture, andrebbe a mio avviso adottato.
Al contrario, si rischiano di perdere per sempre le tante storie e i tanti racconti che anche solo guardando come le case
erano concepite, si intuisce che qui il termine “essenziale” era predominante.
La vita quotidiana, legata quasi esclusivamente alla pastorizia, era scandita dai ritmi delle stagioni,
dove in estate si lavorava duramente per recuperare e stoccare il fieno indispensabile nel lungo periodo invernale.
All’interno delle abitazioni si svolgevano molte mansioni che oggi per la maggior parte delle persone sono inimmaginabili.
Il latte appena munto veniva lavorato per produrre il formaggio e preparare gli alimenti da conservare per l’inverno.
Si lavorava il ferro e ci si occupava di tutti quei mestieri che sono scomparsi anche dai nostri più lontani ricordi.
Nel forno del paese una volta a settimana si cuoceva il pane, ed era motivo di festa e di vita sociale tra i vari abitanti.
Ed è questo forte contrasto del “passato” con il “presente”, che sarebbe importante ricordare e mantenere.
Si fatica anche solo a riuscire a comparare le comodità e i comfort ai quali siamo abituati “oggi”, con lo stile di vita
e le abitudini che si usavano “un tempo” qui nel paese di Marone.
Cercare di immedesimarsi e riflettere su come si viveva molti anni fa, siamo riusciti a farlo solo con le spiegazioni
di Giacomina.
Senza di lei, si sarebbe persa un’importante “memoria storica”.
Tutti questi racconti e tutte queste storie di vita, sarebbero restate custodite gelosamente e per sempre solo tra le mura
di queste case, che giorno dopo giorno vengono “minate” dal tempo che passa.
Marone è disabitata e abbandonata dal 1960
Per alcuni anni dopo il 1960, la popolazione è ritornata qui solo in primavera e estate, per coltivare gli orti.
Ma perché nel lontano passato si è costruito a Marone?
Molto probabilmente perché nella zona dove oggi sorge Paiesco, bisognava disboscare tutta l’area e forse anche per
ragioni di sicurezza, in un’epoca dove la neve cadeva copiosa.
Infatti il versante di Paiesco è decisamente più ripido, mentre Marone essendo quasi in piano non corre questo ipotetico
rischio di slavine.
Nonostante lo stato di totale abbandono e conseguente caduta di molti tetti e di molte mura delle case,
è grazie a Giacomina e al pascolo delle sue capre, che tutto attorno a Marone, troviamo prati verdi ben mantenuti.
Le capre brucano l’erba e Giacomina si occupa di tagliare i rovi.
I suoi animali: 2 mucche, 10 capre e 4 asini, aiutano l’unica “abitante” di Marone nella “pulizia” del luogo.
Sarebbe un vero peccato non riuscire a “raccogliere” e successivamente documentare questo patrimonio storico.
Oggi con gli assurdi ritmi della vita frenetica che abbiamo, è importante “rispolverare” il passato e fare qualche riflessione.
Certamente l’obiettivo dev’essere sempre quello di evolversi e migliorarsi, ma siete sicuri che lo stiamo facendo
nel modo corretto?
Voltarsi, guardare all’indietro, ascoltare i racconti di chi ha vissuto in condizioni completamente diverse dalle attuali,
sarebbe utile per capire e abbozzare qualche ragionamento.
Marone può insegnarci molto, sta a noi avere la capacità di non perdere definitivamente quello che resta
e soprattutto di “farne tesoro”.
Giacomina ci ha salutato, guardando la posizione del sole rispetto alla montagna:
era giunto il momento di andare a recuperare le sue capre per riportarle nella stalla.
A noi non resta altro che ringraziarla per il tempo che ci ha dedicato, e per averci “regalato un pezzo di storia”
che abbiamo cercato di documentare al meglio.
Relazione, fotografie e riprese video di: Michele Giordano e Andreina Baj
Note: il “borgo fantasma” di Marone è totalmente abbandonato da quasi un secolo.
Nonostante l’incuria, gli anni che passano, e le condizioni meteo di tutte le stagioni che inesorabilmente sferzano
quello che resta, molte case costruite con la maestria “di un tempo”, sono tutt’ora in discrete condizioni.
Altre invece, sono ridotte a ruderi.
E’ affascinante passeggiare tra i vicoli, dove le strade non hanno un nome e non esistono i lampioni.
Qui il tempo si è fermato al 1960 e non è mai più ripartito.
Vale la pena venire a farci visita, per guardare quello che resta della “vita di un tempo”.
