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Sentiero Geologico di Borgio Verezzi – Borgio Natura –
(Italia – Borgio Verezzi)

questo sentiero rappresenta un vero e proprio viaggio nel tempo che inizia circa 300 milioni di anni fa e termina ai giorni nostri.
L’itinerario è il più lungo tra quelli facenti parte della rete “Borgio Natura”, ma si mantiene sempre a livello escursionistico

sentiero geologico borgo verezzi


Località di partenza:
Grotte di Borgio Verezzi (Grotte di Valdemino – SV)
Quota di partenza: 26 m.
Quota massima: 321 m. (promontorio del Castellaro)
Dislivello: 350 mt. (dislivello totale positivo)
Posizione: l’anello qui descritto interessa la parte nord-occidentale di Verezzi e comprende 3 delle 4 borgate dello stesso.
Borgio si trova nel tratto della Riviera Ligure di Ponente compreso tra Finale Ligure (ad est) e Pietra Ligure (ad ovest)
Difficoltà: E [scala dei livelli delle difficoltà]
Segnaletica e n° di sentiero: doppia linea orizzontale gialla sovrascritta dalla sigla SG
Ore: 2.30-3h (anello completo) 
La tempistica non tiene conto delle soste da mettere in conto per visitare tutti i principali punti di interesse e
soffermarsi in uno dei numerosissimi punti panoramici
Distanza: 6,5 km
Tipo di terreno: strade sterrate, sentiero, mulattiere con pietrame, acciottolato, asfalto, roccette
Periodo: tutto l’anno
Acqua lungo il percorso: presso le Grotte di Borgio (bar) e nei locali presenti nelle borgate di Verezzi oltre che
in quello accanto alla chiesa di S. Martino (verificare periodi e orari di apertura)
Le tappe del percorso: Grotte di Borgio Verezzi – Roccaro – Crosa – Arma Crosa – Castellaro – Dolmen megalitico –
Chiesetta di S. Martino Vescovo – Cava dell’Orera – Grotta della Madonnina – Poggio – Grotte di Borgio

Attrezzatura richiesta: normale da escursionismo.
Per la visita alle Grotte di Valdemino: maglietta, pile leggero e scarpe da trail running o scarponcini da trekking.
Non serve la frontale, le grotte sono illuminate
Ritorno: il percorso è ad anello, seguire la cartina e i dettagli riportati nello scritto per avere informazioni precise
Rifiuti: ecco cosa bisogna sapere prima di abbandonarli

 


Tecnicamente in breve

dal vialetto d’ingresso che porta alle Grotte di Borgio Verezzi (26 m.), ci si tiene a sinistra sulla strada asfaltata
che sale (Via Eugenio Montale) e si raggiunge l’inizio dello sterrato in concomitanza di un’ampia curva.
La salita inizia sul vecchio percorso delle Strinate in direzione della Torre di Bastia, per poi deviare poco sopra
verso destra (Via del Ritano).
Superato il valloncello del Rio Battorezza (in secca) si giunge a Roccaro.
Qui si punta decisamente verso Crosa senza passare da Piazza.
Si prende dunque Via Castello, si taglia la strada comunale Via A. G. Barilli e si continua per la scorciatoia
(Via della Torre), passando accanto alla Torre dei Sassetti, per arrivare infine al parcheggio auto posto poco prima
di Crosa Bassa.
Continuando verso est si attraversa la borgata, si giunge a Crosa Alta e si sale all’Arma Crosa.
Da qui, pochi metri ancora per arrivare in cima alla falesia ad un incrocio.
Trascurando la via verso destra, (che porta alla chiesa di S. Martino), si prende a sinistra, sempre dritto,
lungo l’antica Via del Castellaro.
Perdendo qualche metro di dislivello, ci si troverà in una vasta area boscosa presso un bivio.
Una deviazione sulla sinistra porta ai ruderi del Castellaro di Verezzi: seguendo l’esile traccia, si compirà un piccolo
anello per tornare al bivio di partenza (attenzione a non uscire dai sentieri).
Ora, seguendo il sentiero sulla destra, si sale giungendo nei pressi di un’antenna per le comunicazioni, su ampia
strada sterrata.
Qui si svolta a destra in direzione della Chiesa di S. Martino.
Prima di arrivarvi, un sentiero sulla sinistra in mezzo al bosco porta al dolmen megalitico che si raggiunge
dopo circa 10 minuti.
Tornati indietro si continua verso la chiesa, superando la Croce dei Santi e il Mulino Fenicio.
Giunti alla chiesa, occorre abbassarsi lungo il sentiero a sinistra nel Vallone di Rio Fine, per visitare la dolina e
i ruderi della vecchia Cava dell’Orera.
Si può andare fuori pista oppure seguire il brevissimo giro ad anello (attenzione alla vegetazione alta).
Ritornati alla chiesa ci si abbassa verso Borgio imboccando la Via della Ciappa, oltrepassando splendide cavità
carsiche e lambendo l’ex Cava del Colle.
Continuando la discesa si giunge a Poggio che si attraversa fino a trovarsi sulla strada comunale di Via Nazario Sauro,
poco prima di un tornante.
Si prosegue dritti (Via San Giuseppe) e, al primo bivio, si prende a sinistra la discesa verso Borgio.
Ci si troverà alle prime case del paese, all’incrocio tra Via dell’Iris e Via dei Pasti.
Per tornare nuovamente alle grotte, basterà proseguire dritti e svoltare a destra (Via Trento e Trieste) al
successivo incrocio, seguendo la via nella sua interezza.

Liguria, Riviera di Ponente.
Tra i posti più suggestivi e davvero meritevoli di un prolungato soggiorno, rientra certamente la grande insenatura che
comprende Borgio e il Pietrese e che oltre prosegue nel Loanese.
Consigliare una visita in queste zone parlando del mare, del clima sempre mite, delle spiagge o della buona cucina è
scoprire l’acqua calda.
Questi fattori sono noti a tutti, tanto che la Liguria è una delle mete più ambite sia d’estate quanto d’inverno.
Ora però io voglio farvi scoprire questa porzione di territorio da un punto di vista meno conosciuto, e che invece merita di
essere portato alla ribalta.
Di cosa sto parlando?
Ma di trekking e passeggiate, ovvio!
Se come me siete tra coloro che da anni frequentano questi posti da “turista” estivo (leggasi: “spiaggista”) o se non
avete mai raggiunto questi borghi, è giunto il momento di rimediare e tuffarsi in scenari mozzafiato.
Un mondo che da sempre è lì, alle spalle del traffico, dei rumori e del mare, ma che a torto è stato sempre
(non si sa perché) ignorato.
Ora di cose da dire ne abbiamo veramente tante.
E proprio per questo io inizierei con una breve descrizione a riguardo…


Verezzi, uno dei borghi più belli d’Italia

Borgio Verezzi si trova compreso tra il Finalese (est), e il Pietrese (ovest), e il titolo di cui sopra è ben meritato.
Come ai più sarà saltato all’occhio, in realtà si sta parlando di due distinte località, unite in un unico comune solo nel 1933.
Borgio, sul mare, oggi paese moderno alquanto trafficato che circonda la parte più antica posta su una piccola altura
e Verezzi, sulla collina, dal quale si gode di uno splendido panorama e che comprende 4 antichi borghi caratteristici:
Roccaro, Piazza, Crosa e Poggio.
Le origini di questo comune risalgono a oltre il 200 A.C. quando sembra che i romani si siano scontrati con la
popolazione locale ligure per conquistare il territorio.
Viretum e Burgus Albingaunum, questi gli antichi nomi di Borgio e Verezzi appartenevano dapprima al Vescovato di Albenga,
per poi passare sotto il controllo dei Marchesi Del Carretto di Finale e quindi alla Repubblica di Genova, ceduti da
Papa Urbano VI (1385) in quanto parte della podesteria di Pietra Ligure.
Ricchezza e prosperità caratterizzarono questi luoghi fino all’arrivo di Napoleone, anni in cui iniziarono le incursioni
dei pirati saraceni che, innamorati della bellezza del luogo, iniziarono a stabilirvisi.
Un esempio lo si trova oggi in alcuni edifici di Borgio e di Verezzi in caratteristico stile architettonico e che formavano
l’antico borgo saraceno.
Borgio tentò di difendersi fortificando la costa, prova ne è l’antico forte che sorgeva al posto dell’attuale chiesa
di San Pietro.
Napoleone all’inizio del 1800 riuscì a conquistare tutto il territorio annettendo la Repubblica Ligure al suo impero.
Alla sua caduta la Liguria venne annessa al Piemonte in base a quanto stabilito dal Congresso di Vienna.
Così le due frazioni entrarono a far parte prima della provincia di Albenga, poi in quella di Genova e infine, dal 1929,
in quella di Savona.
Nel 1933 si ebbe l’unificazione in un unico comune, ma come ampiamente constatabile, le due realtà si differenziano
molto in quanto ad ambiente, tradizioni ed economia.
Borgio, sul mare, è oggi un paese che fa del turismo il suo punto di forza, con spiagge, locali e abitazioni residenziali;
caratteristico è il suo centro storico sopraelevato.
Verezzi è un borgo ancora dal forte impulso saraceno, agricolo, tipico, immerso nel verde della collina, dove ancora sono
in molti a portare avanti i lavori e le tradizioni di un tempo.
E’ esattamente in queste frazioni affacciate sul mare che inizia il viaggio nel tempo verso un’epoca molto antica.
Camminando per i caruggi, si rimarrà increduli di fronte alle tipiche case in pietra rosa, alle piccole torri fortificate,
agli strettissimi passaggi, agli antichi lavatoi e fontane, alle arcate che collegano le varie case e che offrono
sensazionali spunti panoramici.
E poi ancora porticati, edicole votive, panchine e portoni antichi: tutti elementi che rimandano ad un lontano passato.
Le borgate sono collegate tra loro da mulattiere dette
creuze, chiuse ovviamente al traffico veicolare e formate da
gradini in pietra, acciottolato e delimitate da alti muretti confinari.
A dire la verità tutto è realizzato con la pietra: non solo le case ma anche porticati, archivolti, gradini, lavatoi, scalinate,
pluviali dei tetti ecc.
Le borgate, che da lontano appaiono come un blocco unico di roccia, sono effettivamente tutte ammassate
l’una sull’altra ma tuttavia diverse fra loro per forma, colore e dimensione.
Sembra che un architetto si sia divertito a realizzare delle costruzioni senza un preciso schema, in modo astratto.
Viste dall’alto le frazioni appaiono come 4 piccoli centri separati e ad impressionare è la moltitudine variegata di tetti e
terrazze apparentemente collocate senza una logica.
Spesso ci si troverà a percorrere tratti in salita o in discesa anche molto ripidi dove eventuali soste per prendere il fiato
riempiranno i polmoni non di aria soltanto, ma di bellezza, gioia e pace.
Il tutto è reso possibile dai nostri occhi che imprimono nell’anima il quadretto variopinto sul quale sono puntati.
La collina che circonda queste frazioni è stata addomesticata dall’uomo il quale ha realizzato tipici terrazzamenti sui quali
vengono coltivati alberi da frutto, ortaggi e…fichi d’india!
Inutile dire che la vista sulla costa ligure da quassù è qualcosa di impareggiabile.
Borgio Verezzi offre però innumerevoli altri appuntamenti e luoghi da visitare, in primis il famosissimo Festival teatrale
messo in scena in piazza S. Agostino a Piazza, tutte le estati dal 1967 e le Grotte.
Per non parlare delle passeggiate lungo la costa magari fermandosi ad assaporare uno dei prelibati piatti locali.
Per un pit-stop veloce poi, c’è sempre la focaccia!

Fare trekking nella conca di Borgio significa avere l’imbarazzo della scelta sul tipo di percorso da intraprendere.
I percorsi descritti e affrontati sono relativamente brevi, con poco dislivello e alla portata di tutti.
I più allenati tra voi potranno anche percorrere due itinerari in una sola giornata, anche se io consiglio di fermarsi,
e concedersi tutto il tempo necessario per godere appieno delle bellezze che il territorio ha da offrire.
E di cose da vedere, da assaporare, ce ne sono davvero una marea!
Nel riquadro qui in basso andiamo ad analizzare i vari tipi di percorso in base all’esperienza che vogliamo fare.
Inutile dire però che scegliere è un delitto, meritano tutti la nostra attenzione!


La rete sentieristica di “Borgio Natura”

Solo un lento incedere permette di scoprire tutte le bellezze e gli angoli più nascosti che questo tratto di costa ligure
offre al viandante.
Antichi sentieri, viottoli, mulattiere e caruggi un tempo percorsi da antiche popolazioni e più recentemente utilizzati per
il trasporto verso il mare dei grandi blocchi di pietra che si estraevano dalle cave dislocate su queste pendici,
sono oggi stati ripristinati in modo fedele e conservati nel modo migliore, così che chiunque voglia percorrerli possa
godere di queste bellezze.
Quattro sono i sentieri che a mio avviso meritano di essere percorsi lungo le colline di Verezzi; altri, non meno interessanti
ma più lunghi e che collegano Borgio col Pietrese e il Finalese, verranno descritti in seguito.
Questi quattro itinerari sono compresi all’interno di una rete sentieristica chiamata “Borgio Natura”, ben segnalati e
dotati di appositi pannelli informativi nei punti strategici più rilevanti.
Il progetto “Borgio Natura”, ideato dal comune, dalla Cooperativa Tracce e in collaborazione col C.A.I. e con la F.I.E.
(Federazione Italiana Escursionismo), è nato nel 1995 con lo scopo di valorizzare il territorio da un punto di vista culturale,
ambientale, storico e turistico.
Tali percorsi compiono tutti un anello e sono:
SENTIERO CULTURA:
itinerario che attraversa tutte e 4 le borgate di Verezzi, descrivendone le caratteristiche più rilevanti dal punto di vista
storico e architettonico, grazie anche all’utilizzo di 12 pannelli informativi dislocati lungo il percorso.
Alla parte culturale si affianca però anche quella naturalistica-collinare, in quanto nel tratto centrale si percorrerà
un’intera cresta panoramica a picco sul mare (Gallinari), con una discesa su roccette che ha molto il sapore montano.
SENTIERO NATURA:
itinerario ambientale-naturalistico che tocca 3 delle 4 borgate di Verezzi e il più grande comune di Borgio in riva al mare.
Anche in questo caso, 15 pannelli informativi illustrano le peculiarità del territorio sotto gli aspetti botanico, naturalistico,
faunistico, geologico, storico e architettonico.
SENTIERO GEOLOGICO:
itinerario tematico e vero e proprio viaggio nel tempo attraverso le ere geologiche che hanno caratterizzato il pianeta.
6 pannelli informativi consentono di partire da 300 milioni di anni fa e di arrivare in epoca odierna.
Al termine del percorso è raccomandabile una visita alle famose Grotte di Borgio Verezzi.
VIA DEI CARRI MATTI:
itinerario che ripercorre l’antico tragitto che veniva fatto compiere dai grossi blocchi di pietra estratti nelle cave verso
il mare e trasportati su carri chiamati appunto “matti”.
Al viandante viene concessa la possibilità di ripercorrere la dura vita dei cavatori di un tempo che con immani fatiche
cercavano di far fruttare il loro lavoro trasportando il materiale estratto verso il mare mediante i “Carri Matti”. 
Questo anello gira attorno al promontorio di Gallinari e per brevi tratti coincide coi sentieri Geologico, Natura e Cultura.

Prima di raccontarvi la mia esperienza lungo il Sentiero Geologico, ancora due parole sul clima e sul tipo di ambiente.
I tracciati sono affrontabili tutto l’anno; la Liguria è nota per il suo clima mite, a ridosso del mare.
E’ molto raro che nevichi e quindi l’autunno e l’inverno sono stagioni da sfruttare, anzi, le migliori per sfuggire alla
canicola estiva.
In linea di massima è proprio quest’ultima la stagione poco adatta al trekking, se non nelle giornate un po’ nuvolose e
con poca umidità.
L’ambiente che si attraversa è quello tipico della macchia mediterranea, dove la vegetazione cresce su di un
substrato calcareo e soffre della quasi assenza di precipitazioni estive.
Il suolo è molto arido e i versanti di queste colline a ridosso del mare sono spesso spazzati dal vento (anche forte).
Organizzate bene il vostro vestiario.
I percorsi interessano diverse porzioni di territorio.
Ci sono zone rocciose e brulle dove piante ed arbusti si presentano a macchie, diradati, anche a causa del
sistemico taglio delle piante da parte dell’uomo, o per via degli incendi che nei secoli hanno lambito queste coste.
Tipici di questi ambienti sono la ginestra, il timo, il rosmarino, l’erica e la lavanda.
Altre zone sono invece fitte, tanto che non di rado si attraversano leccete apparentemente impenetrabili che formano
vere e proprie giungle.
Qui anche il sottobosco è ricco e gli arbusti.
La specie tipica di queste aree è il leccio, presente in gran quantità.
Una pianta che resiste molto bene alla siccità, ma anche al freddo, e che può elevarsi fino a 20 metri di altezza.
Le foglie, sempreverdi, sono fitte ed oscurano completamente il sole rendendo il passaggio in questi boschi davvero
suggestivo e per certi aspetti un po’ inquietante.
A sorprendere sono anche le piante e i fiori, con i quali gli abitanti di Verezzi colorano le loro borgate che nei periodi di
fioritura profumano l’aria di essenze molto intense e particolari.
La pianta più gettonata è la
Mirabilis jalapa L., 1753, meglio conosciuta come la “Bella di Notte”.
I suoi fiori vogliono l’esposizione solare, ma al sole, tendono ad appassire: la magia si ha al tramonto, quando gli
stessi si aprono (la Bella di Notte, come da nome, è un fiore notturno), rilasciando nell’aria un’esplosione di profumo.
Sulle pareti rocciose e sulle pietre c’è invece la
Campanula Isophylla, (o Campanula di Noli), che in primavera colora
di azzurro-violetto la pietra di Verezzi.
Le vere star però a mio avviso sono loro: i fichi d’india!
Ne troverete, ovunque, sul terreno, sui terrazzamenti, sulle terrazze, sui balconi o pendenti a testa in già dai muretti.
Crescono e portano una vivacità di colori incredibile.  
Ora, dopo aver dato giusto un assaggio, siamo pronti a partire.
Ricordo che eventuali foto e approfondimenti mancanti a corredo di questo percorso, possono trovarsi invece negli
altri, per esigenze di impaginazione.
Non è da dimenticare che lunghi tratti di questi itinerari si sovrappongono fra loro, per cui in alcuni punti si transita
più volte.

Anche oggi il vialetto è piuttosto gremito.
Alcuni sono lì da almeno mezz’ora, altri arrivano alla spicciolata per non perdere il “turno d’entrata”.
Parliamo delle famose Grotte di Valdemino, meglio conosciute come Grotte di Borgio Verezzi, che ogni giorno,
tutto l’anno, vedono radunarsi di fronte a sé a orari prestabiliti frotte di turisti.
E a ragione direi.
Per adesso però lasciamo le grotte e concentriamoci sul percorso odierno, che con le grotte ne ricalca la tematica.
Si parte per il Sentiero Geologico!
Come prima cosa mi occorre allontanarmi dalle case del paese e dalla folla.
Prendo quindi a sinistra rispetto grotte lungo via Eugenio Montale che in costante salita dopo pochi metri arriva
ad un tornante.
La punta nord di Borgio Verezzi, finisce proprio qui.
Sulla destra parte una bella stradina sterrata (Strada delle Strinate), che rimonta il crinale collinare in direzione
di Gorra e della Torre di Bastia.
Inizio a salire dolcemente, circondato da campi di capperi, ulivi e fichi d’india, un vero bagno di…piante!
Superata una casa arrivo presto ad un bivio nel quale tengo la destra (via del Ritano) verso la borgata di Roccaro.
Da questo punto si apre un primo, vasto panorama lungo la costa di Borgio, Pietra e Loano.
Nelle immediate vicinanze invece, terrazzamenti ovunque.
Ampie aree coltivate si mischiano alla macchia mediterranea in una multi varietà di specie arboree.
Seguo il sentiero che spianando un po’ rientra e supera il Rio Battorezza, o meglio l’ex rio, dato che qui di acqua
non se ne vede mai l’ombra.
Una dolce rampa mi conduce a Roccaro.
Prima di entrarvi però consiglio una bella sosta per contemplare le meraviglie dell’orizzonte, verso il mare.
E’ sempre un incanto attraversare queste borgate ricche di storia, dove la vita sembra essere quella di una volta
quando la gente possedeva poco, pochissimo, quasi nulla, eppure aveva tutto.
Questo era il vero oro, l’essenza della genuinità, della libertà e dove i rapporti umani erano assolutamente basilari.
Il bel caruggio mi porta ad attraversare il porticato di una piccola torre, fino al famoso bivio “a tre vie” già descritto
nei precedenti percorsi,
Natura e Cultura.
Prima della faticosa salita per via Castello, direzione Crosa, non posso non soffermarmi sul terrazzino della
Cà du Gregorio, un agriturismo, che raggiungo dopo pochi passi percorrendo sulla sinistra Via Ortari.
Questo posto è magico, geniale e non finirà mai di stupirmi.
Una balconata sul mare dalla quale si gode una vista spettacolare (quando si dice “avere una finestra sul mare”, vedi foto)
e dove oggetti di uso comune di una volta si mescolano sapientemente e piante grasse, piantine, viti e altre specie,
in una composizione meravigliosamente pazzesca.


Roccaro

Roccaro è forse il borgo più recente di Verezzi in quanto la disposizione di vie e case, secondo due assi ortogonali,
fa risalire la sua costruzione al 1700 circa quando iniziarono a sorgere belle case di villeggiatura adornate di simboli,
stemmi e meridiane.
La borgata sorge su rocce vive, affioranti, da cui il nome.
Bella, elegante e sviluppata verticalmente sul pendio con caruggi tipici dai quali si godono stupendi panorami sul mare.
Da vedere assolutamente è il terrazzino di fronte alla Cà du Gregorio.
Un grande pergolato ricoperto di viti e uva (a fine estate-settembre) accoglie il visitatore in un luogo surreale.
Sotto il pergolato sono posti molti tavoli, tavolini e sedie sui quali si trovano numerose specie di piante
(soprattutto grasse, cactus) e oggetti di una volta piccoli e grandi che destano curiosità.
Le piantine spuntano da ogni dove: caffettiere, vasi, anfore, tazze, padelle, giare ecc.
Macchine per cucire, impastatrici e altri oggetti fanno da corollario a queste composizioni originali.
Il vero simbolo che attrae i turisti però è una finestra rossa senza vetri e affacciata su Borgio Verezzi e il mare.
Alle sue ante sono appesi vasi e piccole lanterne, per una foto davvero d’autore!
L’antica casa del 1600 ospita oggi un agriturismo che produce olio, vini liguri, capperi, frutta e ortaggi di stagione,
tutti favoriti dall’ottima posizione soleggiata.

finestra della ca du Gregorio

la finestra sul mare presso la Cà du Gregorio

Una salita pittoresca e spettacolare mi porta ad attraversare più in alto la strada comunale via A. G. Barilli per
proseguire su di una scorciatoia un po’ strana (via della Torre) che praticamente taglia un tornante della strada che
sale a Crosa.
L’attacco di questo sentierino lo si trova a bordo carreggiata, indicato da un piccolo cartello di legno.
I primi 4-5 metri sono piuttosto ripidi, poi il tutto spiana gradatamente.
Passo accanto all’antica Torre dei Sassetti nei pressi della quale è possibile rinvenire sul terreno una spiaggia fossile
risalente a 35 milioni di anni fa.
In realtà tutto il percorso si dipana su terra e rocce che hanno attraversato ere geologiche ma probabilmente,
data la tematica alquanto ostica e specifica, solo un occhio attento ed esperto potrà cogliere fino in fondo questi elementi.


La spiaggia fossile e l’azione del mare

Poco più di 35 milioni di anni fa, i movimenti delle terre emerse si arrestarono e con loro la spinta che causò la
formazione delle Alpi.
Il pianeta aveva ormai un aspetto piuttosto definito.
Con il sollevamento e lo scontro tra le masse africane ed euroasiatiche, la maggior parte delle rocce originatesi
tra il Giurassico e il Cretaceo scomparve, esposte com’erano a numerosi agenti atmosferici quali vento, ghiaccio,
acqua e sole.
Altri tipi di rocce presto si sarebbero formate.
Fu il mare che in seguito ricoprì queste terre, causa movimenti tettonici, che portò il deposito di nuovi sedimenti e
quindi la costituzione di nuove rocce.
Sulle Alpi Liguri poterono così formarsi marne, arenarie quarzose, brecce e conglomerati che emersero con il
successivo ritiro della massa liquida.
La conca di Borgio, sommersa e poi riemersa, è costituita da una grande varietà di sedimenti che compongono
importanti puzzle di roccia: marne, accumuli di fanghi, sabbie, brecce e conglomerati si trovano un po’ ovunque
sparsi sul territorio, tanto lungo le pendici collinari (come accanto alla Torre dei Sassetti), quanto a ridosso delle falesie.

fossile di conchiglia

rocce e terre sommerse dal mare 35 milioni di anni fa: conchiglia fossile

Al termine del “taglione” si arriva al parcheggio posto poco prima dell’ingresso di Crosa Bassa, dal quale sono
visibili il Mulino Fenicio e il campanile della Chiesa di S. Martino (quest’anno in restauro).
Il tracciato prosegue fino all’Arma Crosa, attraversando prima il sapore storico di Crosa (Bassa e Alta).
Come per Roccaro, un tuffo nel passato: consiglio di spendere un po’ del proprio tempo e aggirarsi tra i vicoli di
queste case, l’esperienza sensoriale sarà garantita!
Senza fretta e con occhi sgranati per lo stupore nel percorrere questi acciottolati, raggiungo la famosa piazzetta
con i lavatoi.
Il viottolo accanto a questi passa sulla porta di una casa antica e sotto un balcone-passatoio, prima di
trasformarsi in una lunga scalinata e poi in roccette che giungono finalmente alla grande caverna abitata fin
dal paleolitico.


Crosa e l’Arma Crosa

Il nome del borgo di Crosa, diviso in Crosa Bassa e Crosa Alta, deriva dal latino “corrosa” in quanto la falesia su cui
si appoggia proprio Crosa Alta è ricca di grotte e anfratti usati come luogo abitativo fin dai tempi del paleolitico.
La borgata, la più alta fra le 4, è anch’essa caratterizzata dal particolare stile architettonico saraceno con carrugi,
viottoli e case unite fra loro a formare un enorme blocco compatto ma diversificate per forme, colori e dimensioni.
A Crosa Alta si trova una tipica piazzetta, antico luogo di incontro e scambio, dove è presente un lavatoio con la fontana
azionata a mano.
Bisogna percorrere tutte le viuzze per rendersi conto del tempo che si è fermato.
La modernità qui non è di casa.
Muretti e terrazzini qui ospitano la coltivazione della vite che viene fatta arrampicare anche su muri e pali, in modo
da formare pergolati naturali che offrono riparo dal sole in estate (un esempio lo si trova anche a Roccaro).
In buona compagnia, la vite convive sui muretti con la già citata campanula di Noli che dona un ulteriore tocco
di colore all’ambiente.
Salendo per la collina dietro le ultime case di Crosa Alta, si giunge all’
Arma Crosa, un grande anfratto naturale,
una cavità carsica, che insieme alle altre innumerevoli grotte di cui è ricca la zona, offrirono dimora e riparo già
in epoca primitiva.
Basta visitare il luogo per rendersene conto: una grotta del genere, pur aperta, è sempre un posto riparato più caldo
rispetto allo stare all’aria aperta.
Offre protezione dalle intemperie, dal freddo e dal caldo.
Le testimonianze dei primi insediamenti umani risalgono al Paleolitico, ossia a 300.000 anni fa.
Questi anfratti in epoca più recente vennero utilizzati come magazzini e come cantine, una volta sorte le case in pietra.
I soldati romani, per scacciare la popolazione locale, ebbero un bel daffare.
Narra lo storico Tito Livio che per costringere le genti del luogo ad abbandonare le grotte, i soldati furono costretti
a incendiare la boscaglia davanti agli ingressi.
Le varie popolazioni che col tempo hanno abitato queste caverne hanno consentito di trasmettere a noi un enorme
bagaglio storico che comprende varie fasi dell’evoluzione, non solo umana.
All’interno sono stati infatti trovati resti di utensili di cui l’uomo si serviva così come quelli degli animali di cui si cibava.
Tutti elementi che hanno consentito di ricostruire anche l’ambiente in cui vivevano i popoli primitivi, non certo uguale
al nostro, a partire dal clima.
Epoche caldissime, molto più calde dell’attuale, si sono alternate ad altre gelide, a riprova che il pianeta ha sempre fatto
il suo ciclo (con o senza uomo) e sempre lo farà.
Un’ulteriore prova?
Gli animali tipici di montagna che durante i periodi freddi hanno colonizzato questi luoghi spingendosi fino al mare
(cervi, daini, camosci ecc.) e che oggi è frequente incontrare.

l'arma crosa

l’Arma Crosa

Mi trovo praticamente a metà versante (occidentale) del promontorio dell’Orera e ora, non resta che salire fino in cima.
Prendo dunque la traccia che parte alla sinistra del pannello informativo sull’Arma Crosa e, per roccette e pietrisco, 
giungo nel punto di congiunzione con la strada, più larga, che dalla Chiesa di S. Martino si spinge alla Torre di Bastia
e al Castellaro.
Proprio quest’ultima è la prossima meta.
Tenendo sempre la sinistra (ignoro per ora la deviazione al dolmen megalitico), mi abbasso lentamente circondato
da una fittissima vegetazione.
Anche qui, ogni specie di pianta è in competizione con le altre e ognuna sembra mettercela tutta per ritagliarsi
un posto in prima fila.
Se non fossi in Liguria, alla fin fine non molto distante dai centri abitati, un po’ di timore mi salirebbe.
Inutile dire che, sentieri a parte, non si vede nulla, compresi i raggi del sole che hanno preferito fermarsi sulle
chiome degli alberi.
Il cambio di scenario è davvero impressionante.
Ad un successivo bivio è bene ignorare la pista a sinistra che per terrazzamenti ed erba alta rientra verso Crosa.
Avanti per qualche altro metro e nuovo incrocio, il più importante.
Prima di proseguire sulla destra, risalendo un breve versante boscoso fino all’uscita sulla strada proveniente dalla
Torre di Bastia, nei pressi di un’antenna per comunicazioni, consiglio, per chi se la sentisse, di spingersi nel bosco
sulla sinistra per una visita all’antico insediamento del Castellaro di Verezzi.
Sono presenti 2-3 pannelli informativi a riguardo e qualche cartello indicante la via da seguire, per cui non ci sono difficoltà.
Chi fosse meno avvezzo a questo tipo di ambiente, (vegetazione fittissima), e di terreno ripido, (con fango, foglie ed
erba bagnata), ponga attenzione e assolutamente non esca dai sentieri.
Con grande curiosità insisto lungo la sottile traccia che fa lo slalom tra questa promiscuità di specie arboree.
Oscurità, rami, fronde, frasche, rami secchi sparsi ovunque per quello che è solo una parvenza di sottobosco.
Rami che talora devo spostare, grosse pietre da scavalcare e ripidi viottoli da risalire.
Trovo assolutamente affascinante questo luogo che si discosta brutalmente dalla civiltà regalando sensazioni uniche.
Fa specie pensare che un tempo la vegetazione era quasi totalmente assente e che i popoli più primitivi potessero
vivere quassù: nulla di estremo, si è ad appena 350 metri di quota, ma di certo non c’era nemmeno un barlume delle
comodità odierne, a partire dai mezzi di trasporto e comunicazione!
Nell’approfondimento qui di seguito riporto qualche informazione riguardo a questo insediamento, aiutato anche
dai pannelli posti nelle vicinanze.
Un luogo che merita di essere visitato, anche se con un pizzico di fatica in più, che forse ricalca meno l’aspetto
geologico e che nonostante questo rimane forse uno dei principali punti di interesse dell’intero anello.


Il Castellaro di Verezzi

Il Castellaro era un antico centro abitativo tipico ligure (ma ne sono stati rinvenuti anche in altre regioni italiane come
in Veneto, Trentino, Lombardia e Valle d’Aosta), che assumeva l’aspetto di una primitiva fortificazione.
Naturalmente il luogo per l’insediamento veniva scelto in base alla protezione che il territorio poteva offrire:
generalmente sopra un colle e spesso protetto da un lato da una parete rocciosa a strapiombo.
Case, villaggi, campi e bestiame al suo interno infatti dovevano essere difesi da esterni.
Non solo erano le scorrerie di altri uomini o tribù a preoccupare, ma anche fattori ambientali e animali selvatici.
L’uomo da quando ha iniziato ad organizzarsi in primitive comunità, ha sempre cercato di delimitare e difendere
il suo territorio.
Questo tipo di insediamento risale a migliaia di anni fa, a cavallo tra la fine dell’età del bronzo (1200 a.C.) e la metà
dell’età del ferro (800 a.C.).
Non ci si deve stupire quindi che fino a noi siano giunti solo dei muretti a secco e piccoli terrapieni: è già un
miracolo questo!
Dalle prime forme di castellari si è passati col tempo ad altre più evolute, in base alle esigenze delle comunità che
si sono insediate.
Di base però erano costituiti tutto intorno da un’importante cinta muraria che raggiungeva anche l’altezza di un uomo.
Tale cinta veniva eretta impiegando grossi blocchi di pietre a secco cementate sommariamente tra loro con del terriccio.
In realtà erano tre le cinte murarie, le quali costituivano degli anelli distanziati tra loro fino a 15 metri e all’interno dei quali,
su appositi terrazzini, venivano costruite capanne, recinti per il bestiame e anche torri di osservazione.
Non erano infrequenti infatti castellari eretti solo a scopo strategico-militare.
Le capanne avevano la base in pietra, le pareti in legno e il tetto in paglia.
La Liguria ospita numerosi castellari, sia lungo la costa che nell’entroterra.
Questo nella Riviera di Ponente in particolare, è datato tra il V secolo a.C. e il III-IV secolo d.C.: è quindi di epoca più
recente rispetto ad altri, appartenenti alla fine dell’età del Bronzo più diffusi nel Levante.
Probabilmente il Castellaro di Verezzi rappresentava un misto tra un centro abitato ed uno difensivo.
Si notano oggi imponenti muretti perimetrali sia nell’insediamento che lungo il crinale della collina, fino al fondovalle,
probabilmente costruiti per la difesa.
Alcuni terrazzini ospitano invece muretti perimetrali a pianta quadrata e rettangolare, resti di case, magazzini e recinti
per gli animali.
La gente viveva dunque di agricoltura e allevamento del bestiame.
Il sito è oggi continuamente monitorato e oggetto di studio: all’interno sono state rinvenuti cocci di ceramica e
macine in pietra.

castellaro borgo verezzi sentiero geologico

schema di vita quotidiana all’interno di un Castellaro (pannello in loco, tratta da Josef Wolf, Zedenek Burlan “ L’uomo della Preistoria” Ed. Fabbri)

Al termine di questo incredibile giro e tornato al bivio, punto a nord seguendo le indicazioni del Sentiero Geologico.
In breve, come accennato prima, mi ritrovo su di una carreggiata sterrata più ampia, e, svoltando a destra (sud),
giungo nei pressi di una grande antenna, (un po’ un pugno in un occhio, soprattutto considerando l’alto valore
storico-geologico di questo ambiente).
Il percorso, ora piuttosto largo, è un saliscendi tra rocce incavate, terra rossiccia e grossi blocchi levigati, segni del
carsismo e della presenza del mare di milioni di anni fa.
Una piccola deviazione sulla sinistra porta più addentro alla boscaglia, in direzione di un dolmen megalitico che si
raggiunge dopo pochi minuti.
Successivamente, ripresa la via principale, si oltrepassa la Croce dei Santi e il Mulino Fenicio prima di giungere alla
Chiesetta di S. Martino Vescovo (vedi anche sentieri
Natura e Cultura).


Il Dolmen megalitico e il primo impiego della pietra di Verezzi

Contrariamente a quanto ci si aspetti, non ci si trova di fronte ad un classico blocco verticale svettante verso
il cielo in stile Stonehenge.
Ha le dimensioni di una panchina e probabilmente come i dolmen, menhir e i cerchi di pietra sparsi per il mondo,
aveva o una funzione religiosa (altare), o serviva più probabilmente come punto di osservazione astronomica e
di misurazione del tempo.
Quest’ultimo aspetto era d’altronde logico e legato alle attività agro-silvo pastorali delle genti. 
I sostegni della struttura sono orientati sul sorgere della luna nella sua minima declinazione.
La piccola struttura ha pianta trapezoidale e una copertura in pietra spessa circa 20 cm.
Questo blocco squadrato risale all’Eneolitico (III-II millennio a.C.) quando l’uomo iniziò a familiarizzare col territorio,
scoprendone tutti gli anfratti e imparando a lavorare la pietra di Verezzi.
Si iniziano così ad estrarre grossi blocchi coi quali chiudere le grandi cavità adibite ad abitazioni e successivamente
ad erigere muri a secco con funzione di protezione ed altre strutture, come questo dolmen megalitico.
Col passare dei secoli l’uomo affinò le tecniche di estrazione e lavorazione della pietra, iniziando a costruire altri
oggetti più specifici e articolati, come vasche per la raccolta dell’acqua piovana e piccoli utensili.

Dolmen megalitico

Dolmen megalitico


Il Mulino Fenicio e la Croce dei Santi

È incredibile pensare che questo tipo di mulino è presente solo in tre esemplari in tutta Europa.
Gli altri due sono ubicati in Spagna e in Sicilia, entrambi malmessi rispetto al qui presente (integro).
Il suo nome deriva dal sistema di funzionamento.
La struttura, a forma di torre, è collocata in cima ad una falesia naturalmente arieggiata.
Le 8 finestre (oggi murate), di cui era dotato questo mulino eolico, consentivano dunque il ricambio d’aria.
Nella parte superiore di un palo verticale posto all’interno, venivano infisse delle pale o delle vele che all’occorrenza
potevano essere ritratte e che davano all’impianto il movimento rotatorio, grazie anche ad appositi ingranaggi in legno e
ad una macina che aveva basamento in pietra.
Come intuibile, le finestre venivano aperte a seconda delle esigenze, dando al meccanismo un movimento continuativo.
Il sistema è geniale: si era già capito che i venti liguri troppo forti avrebbero logorato e distrutto le pale, che pertanto
andavano protette.
Il grano che veniva prodotto era di ottima qualità.
Oggi purtroppo, in un paese come l’Italia ricco di storia, ma che non sa valorizzare e tutelare le sue bellezze, il mulino
sembra abbandonato.
Per decenni è passato di privato in privato, subendone varie trasformazioni e smantellamenti.
L’esempio sta nelle finestre, murate, e all’interno, vuoto (la porta è chiusa a chiave e non è possibile entrare).
Alcuni anni fa se ne voleva addirittura fare, dopo un restauro, un’abitazione privata!
Per fortuna l’amministrazione comunale è intervenuta dichiarando il mulino “monumento con vincolo storico”.
Occorrerebbe però, oltre al restauro, una pulizia dell’area dalla vegetazione infestante e una più attenta
valorizzazione turistica.
Qualche metro più a nord si trova anche la Croce dei Santi, del 1664.
Un’antica torre in pietra dalla quale si scorge un immenso panorama sulla costa e sulle 4 borgate di Verezzi
(Crosa, Poggio, Piazza e Roccaro).
Documenti storici appartenenti alla chiesa narrano nel tempo diverse apparizioni qui manifestatisi, specialmente
dal 1987 al 1994.
Nelle vicinanze della croce si possono notare alcune vaschette di corrosione, una delle forme di carsismo superficiale.
Sono appunto infossamenti naturali nelle rocce allargati e modellati dall’acqua piovana.

sentiero geologico borgo verezzi

il Mulino Fenicio

la Croce dei Santi

la Croce dei Santi del 1664


La Chiesa di S. Martino, il Santuario e la Tomba dei Cucchi

Dove oggi sorge la Chiesetta di S. Martino Vescovo, del 1625, un tempo si trovava la Cà di Fratti, una chiesa ancora
più vecchia eretta dai benedettini e rivolta verso il Finalese, mentre l’attuale si affaccia sul Pietrese.
Parte di quella chiesa vive ancora, trasformata in un bar-punto ristoro.
La sua costruzione venne affidata al priore Giovanni Tommaso Cucchi.
L’interno, in stile barocco ad unica navata, conserva importanti opere come la tela raffigurante S. Martino di Tours,
patrono di Verezzi, l’opera di Orazio de Ferrari
L’incredulità di San Tommaso, il pulpito del 1652 scolpito con la pietra
di Verezzi e le statue del XVIII secolo di
Santa Maria Maddalena, San Martino e Madonna del Rosario tra angeli.
Il campanile adiacente, di stile romanico, costituiva invece la vecchia chiesa e, miracolosamente, si è conservato.
Di fianco la chiesa sorge il Santuario di “
Maria Regina Mundi”, noto in antichità come oratorio di Santa Maria Maddalena,
eretto nel XVII secolo.
L’interno conserva anch’esso lo stile barocco ad unica navata.
Sono qui conservate le statue dei santi Gioacchino e Anna, Gesù e San Giuseppe e la statua della Madonna
Regina con Gesù e angeli, dello scultore di Ortisei Luigi Santifaller.
Sul fianco sud del santuario tre steli riportano due preghiere e un ricordo ai caduti della Grande Guerra e della
Seconda Guerra Mondiale (1915-1918).
Alle spalle della chiesa si trova il cimitero comunale dove all’interno sorge la Tomba dei Cucchi di cui fa parte un
bellissimo portale costruito con la Pietra di Verezzi che è stata estratta dalle vicine cave.
Maestosa la cupola sulla quale svetta il lanternino.
I Cucchi erano una nobile famiglia verezzina, oggi estinta, a cui si deve la realizzazione della chiesa di cui sopra.

la chiesetta di San Martino

la Chiesetta di San Martino

Una bella sosta è proprio quella che ci vuole dopo questa ricca sequenza geologico-storica.
Seduto sul muretto di fronte alla chiesa, faccio vagare lo sguardo sul magnifico panorama lungo la costa,
da Borgio a Capo Mele.
Nel mentre tiro un primo bilancio del percorso che, come gli altri, è stato costruito in modo impeccabile comprendendo
nella tematica tutti i punti chiave più importanti di questa porzione di territorio.
Sempre facile e ben indicato, (forse servirebbero uno o due cartelli in più nei pressi del Castellaro e a questa chiesa,
con segnavia per il Mulino Fenicio e la Croce dei Santi), permette di passare dalle vicinanze del mare alla sommità
del promontorio dell’Orera abbracciando un’infinità di ambienti, terreni e aspetti culturali incredibili, da lasciare
costantemente a bocca aperta.
Ecco perché nel cappello introduttivo dicevo che sarebbe un peccato dover scegliere uno di questi percorsi.
Ma come si fa?
Conviene programmare un bel soggiorno per provarne l’esperienza di ognuno!
Staccarsi da questo panorama non è facile nemmeno stavolta.
Assorto nei miei pensieri, procedo lungo il mio itinerario.
Non mi abbasso subito in direzione Borgio però; il Sentiero Geologico mi fa prima prendere la direzione opposta,
verso l’ex Cava della Chiesa, qualche metro più in basso e nei pressi di una dolina.
Curioso notare come pochi passi oltre questo luogo “turistico” non si incontri quasi nessuno.
Nel mio caso, nell’alto vallone di Rio Fine, solo qualche biker intento a provare uno dei percorsi adibiti a MTB che
passano proprio in mezzo alla dolina.
Non mi intendo assolutamente di geologia ma, nonostante questo, non posso rimanere indifferente al pianoro
leggermente infossato ricoperto di terra rossiccia, pietre e arbusti.
Forse troppi arbusti i quali, insieme a piante di ogni specie, si sono allargati un po’ troppo.
Esco per un attimo dal sentiero per tastare il terreno e nel mentre approfittare per visitare i muretti, ormai ruderi,
nei pressi della cava.
La vegetazione però è talmente invasiva che presto tocca fare marcia indietro: impossibile penetrare questo groviglio e
salire qualche terrazzamento.
Piante quali carpini, lecci e roverelle hanno raggiunto altezze e dimensioni considerevoli per la specie, a causa della
totale assenza di tagli e “pulizia”.
La dolina invece è percorribile e quasi priva di vegetazione bassa, per via della terra rossa intrisa di ferro ossidato
(da cui il colore).
Il suolo è il residuo insolubile del processo di dissoluzione calcareo, ed è formato da granuli di quarzo e argille.
Quando piove, qui l’acqua penetra in profondità impedendo l’erosione della valle.
Suolo e ambiente, legati l’un l’altro, riescono sempre a sorprendermi e incuriosirmi.
Imbocco per un momento il sentiero che sale verso la Caprazoppa, nel folto della vegetazione, per poi lasciarlo
svoltando per una traccia a sinistra.
Dopo qualche metro mi trovo di fronte immensi muri, anzi rocce rossicce levigate e strapiombanti.
Ecco la Cava della Chiesa.
Anche qui la pietra veniva estratta con la tecnica della coltivazione a cannetta, isolando i blocchi ed estraendoli
secondo le dimensioni prestabilite.
Mi sento una pulce sotto queste pareti e immagino gli sforzi sovrumani che dovevano sopportare i cavatori nel lavoro
di estrazione.
Ovviamente, un tempo tutta questa giungla non c’era, mentre oggi sono sperduto in mezzo al nulla.
Le foto storiche a corredo danno l’idea del lavoro di un tempo.
Torno alla chiesetta, al crocevia sentieristico, per tuffarmi nella bella discesa a mezza costa sul versante opposto
(Via della Ciappa).
Mirando un’ultima volta al panorama, procedo lentamente, ormai pensando di essere al termine dell’anello e che
i punti di interesse siano finiti.
Errore!
Lì per lì sulle prime non pongo molta attenzione ad una casetta in pietra a bordo pista, diroccata e invasa dalla boscaglia,
così bellamente la supero di qualche metro.
Poi mi arresto e mi volto.
Ma, un momento, cosa ci fa un vecchio casolare in pietra in bilico lungo queste pendici?
Al momento impossibile rispondere ma ciò che scopro successivamente mi desta stupore. 


Il capanno per la caccia
Questo era lo scopo di questa costruzione.
Venne costruito dalla famiglia Massanello parecchi anni fa quando si praticava la caccia agli uccelli.
Si ricopriva con del vischio un’asticella di ferro e la si poneva in mezzo alle fronde degli alberi.
Gli animali che si adagiavano sopra, rimanevano attaccati alla sostanza collosa.
Il casolare serviva durante la notte da rifugio per le gabbie in cui erano rinchiusi gli uccelli da richiamo, mentre
di giorno tali gabbie si spostavano all’esterno in modo che i pennuti, col loro canto, attirassero altri loro simili che
nell’ascolto si poggiavano sulle panie (le aste di ferro).

sentiero geologico capanno per la caccia

il capanno per la caccia

Una grande sorpresa ancora più grande mi aspetta però qualche metro più sotto.
Un grande antro nella roccia si palesa improvvisamente sulla sinistra, un lavoro “naturale” di precisione e solo
parzialmente artificiale (estrazione di pietre da costruzione).
La cosa più sbalorditiva è che la principale fenditura di accesso a questo antro ha la perfetta forma di una serratura.
Incredibile!
Questo complesso di caverne, piccole e grandi, e di spaccature nella roccia è denominato “Grotta della Madonnina”.
Questo luogo è davvero favoloso, non occorre essere geologi per capire l’importanza di questi anfratti, ancora
oggetto di studio.
Tra le forme più disparate che la roccia assume, (di innumerevoli sfumature rossastre), tra blocchi di vari grandezze,
ci si potrebbe giocare a nascondino.
Ci si sente piccoli piccoli al cospetto di tali monumenti.
La macchina fotografica non riesce nemmeno a comprendere nell’inquadratura l’interezza di questi antri.
Inoltre da questo terrazzino riappare un bel panorama verso il mare che poco più sotto, lungo la mulattiera,
scompare per l’invasività di rami e fronde.
La boscaglia termina qualche metro ancora più in basso lasciando visuale libera verso le borgate di Verezzi,
che da qui appaiono come paesini colorati attaccati al versante collinare.
Poco prima di giungere a Poggio il sentiero attraversa alcune rocce lisce, le Macine (cartello segnaletico).
Qui veniva appunto estratta la pietra per realizzare macine da mulino e due di queste sono ancora qui sul terreno.
Sono infine a Poggio, in mezzo a caruggi che, come detto altrove, prendono il cuore.
E’ all’incirca metà pomeriggio e i fiori che mi osservano nel mio peregrinare si stanno lentamente schiudendo.
E’ la Bella di Notte, una specie che fiorisce solo nelle ore buie e con cui i residenti sono soliti abbellire caruggi e balconi.
Queste borgate, spiegate anche in altri itinerari della rete “Borgio Natura”, catturano davvero l’anima, soprattutto
dopo un contrasto così netto di ambienti come quello proposto da questo anello didattico.


Poggio

Il termine Poggio sta di base ad identificare una fortezza o un insediamento a carattere difensivo immediatamente
a picco sul mare.
La borgata di Poggio ha queste caratteristiche.
E’ la prima che si incontra salendo da Borgio e la sua struttura è fatta per la difesa.
Di un’antica fortezza poco è giunto fino a noi, ma alcuni elementi da ricercarsi nella forma delle case sono ancora
ben visibili, come la torre di forma circolare, dalle cui mura si è sviluppata la frazione.
Un’altra torre di forma quadrata sorgeva nella parte alta del borgo e, collegata alla prima da due ripide stradine parallele,
regolava l’accesso proveniente dal mare, alle frazioni poi sviluppatesi alle sue spalle.
Di questa torre è rimasto poco o nulla, ma le strade di collegamento sono ancora al loro posto.
Poggio è, come detto, il borgo più antico di Verezzi e per lungo tempo, nel periodo estrattivo delle cave, era anche il
più popoloso, superando Borgio.
Questo perché l’artigianato era fiorente, soprattutto la lavorazione della pietra che qui veniva trasportata.
Camminando per i suoi caruggi ci si accorgerà che, rispetto agli altri borghi, la pendenza è maggiore.
Questo per via della struttura difensiva; si doveva rendere difficile l’accesso all’entroterra.
Oggi completamente ristrutturato, Poggio conserva ancora tutti gli elementi di un tempo; a partire dalle case,
dai lavatoi e dai terrazzini tutti sovrapposti e perfettamente incastrati fra loro.

Poggio

Poggio con la Bella di Notte, lungo la mulattiera perimetrale

Seguendo il lento moto scalinato dell’acciottolato mi avvio verso Borgio, attraversando una marea di terrazzamenti
con le coltivazioni più disparate; passo sotto un bel porticato realizzato intrecciando rami di carrubi ed ulivi e in breve
metto piede in paese.
Una piccola stradina termina all’incrocio tra Via dell’Iris e Via dei Pasti.
Ignorando la deviazione per la prima, proseguo dritto tra le case fino al successivo incrocio con Via Trento e Trieste,
che imbocco sulla destra.
Mi basta seguire questa via nella sua interezza per ritrovarmi di nuovo al punto di partenza, alle Grotte di Valdemino.
A questo punto, qual è la degna conclusione di questo percorso e di questa giornata?
Le porte si stanno aprendo anche per me e per fortuna in questo momento la gente si conta sulle dita di una mano.


Le Grotte di Valdemino: le più colorate d’Italia

Nonostante la presenza di numerose cavità, note da molto tempo, la scoperta di queste grotte è piuttosto recente
e risale all’anno 1933, quando attente osservazioni si focalizzarono sul corso del Rio Battorezza, un fiumiciattolo
normalmente asciutto che si ingrossava, (e tutt’ora si ingrossa), solo con forti precipitazioni.
Si notò che le sue acque a tratti scomparivano nel sottosuolo, per poi magari riaffiorare più a valle, allagando
qualche campo coltivato.
Un altro indizio sulla possibile presenza di grotte era dato da un piccolo laghetto sotterraneo a cui si accedeva
direttamente dalla basilica di S. Pietro, in Borgio.
Intorno agli anni Venti del ‘900, per impedire al torrente di provocare ulteriori allagamenti, si decise di allargare le
fenditure in cui questi si incuneava nel sottosuolo, al fine di convogliare tutta l’acqua in eccesso.
L’unico scavo però non fu portato a termine a causa delle difficoltà economiche.
L’acqua continuò a straripare fino al 1930 quando finalmente riuscì a sfondare un sottile strato roccioso e a inabissarsi.
Nel 1933, tre ragazzini di Borgio vollero seguire questo corso d’acqua, scoprendo così la prima sala delle future grotte.
Incisero i loro nomi sulla roccia, col fumo delle candele: Lillo, Tito e Valentino.
La scoperta però venne ignorata e nessuno ci fece caso.
Solo nel 1951, Giovanni Dentella, alla guida del Gruppo Speleologico Ingauno, iniziò ad esplorare seriamente la cavità,
restando sbalordito per ciò che trovò: un dedalo di sale e gallerie che si snodava sotto l’abitato di Borgio, sotto i piedi
degli ignari cittadini.
Il passo successivo, ossia valorizzare il tutto permettendo a chiunque di godere di tanta bellezza, fu relativamente breve.
Nel 1970 si inaugurò il percorso turistico.
Oggi le grotte presentano una notevole estensione, di cui solo una parte, quella non sommersa o difficilmente
accessibile, è aperta al pubblico.
E, come un tempo, quando piove il Rio Battorezza si ingrossa e si inabissa nel sottosuolo, alimentando i numerosi
laghi sotterranei presenti.
Per questo, in caso di perdurante maltempo, una parte del percorso aperto al pubblico si allaga e diventa inaccessibile.
Le acque di questi laghi sono di una purezza unica al mondo e costituiscono una delle numerose attrattive
per i visitatori.
L’itinerario di visita è lungo circa 800 metri e interessa numerose splendide sale e gallerie piene di stalattiti e
stalagmiti di diverso colore, ed enormi blocchi staccatisi dalla volta in tempi remoti.
Ecco quindi che l’azzurro dei laghetti si mischia col bianco, il giallo, il rosso, il marroncino, il grigio e il verdolino chiaro,
a seconda dei minerali presenti nelle rocce.
Le formazioni rocciose sono delle forme più disparate, per le quali l’occhio umano si divertirà a intravedere forme di cose,
uomini o animali: cannule, lenzuoli, drappi, colonne e stalattiti che sembrano sfidare qualsiasi legge della gravità.
Nelle grotte sono anche stati trovati reperti ossei databili tra i 500.000 e i 750.000 anni fa, appartenenti sia a specie
animali vissute in ambiente caldo (tigri, leoni, gazzelle ecc.), sia in ambiente freddo (mammut, orsi, stambecchi ecc.),
a riprova del succedersi sulla Terra di periodi, (ere), molto caldi ad altri molto freddi (glaciali).
La durata della visita guidata è di circa 1h e la temperatura all’interno è di 16° costanti tutto l’anno.

Grotte di Valdemino

le particolari stalattiti, in una moltitudine di colori, a seconda della composizione della roccia

Molto appagato da questa sublime esperienza, ritorno verso casa, pronto però a ripartire a breve per uno degli altri
percorsi che, consiglio spassionato, non potete farvi mancare.
Essi sono:
Sentiero Natura, Sentiero Cultura e Via dei Carri Matti.

Relazione e fotografie di: Daniele Repossi

Note: il Sentiero Geologico rappresenta un vero e proprio viaggio nel tempo che inizia circa 300 milioni di anni fa
e termina ai giorni nostri.
Verranno visitati tutti i siti di maggior interesse geologico del territorio di Borgio Verezzi, attraverso le varie ere succedutesi.
L’itinerario è il più lungo tra quelli facenti parte della rete “Borgio Natura” ma non per questo più complicato.
A parte qualche tratto ripido alternato ad altri nel bosco, nei quali una minima attenzione è richiesta per l’orientamento,
il sentiero si mantiene sempre a livello escursionistico, adatto quindi a tutti.
Presente anche la parte culturale racchiusa nelle borgate di Poggio, Crosa e Roccaro.