Val Cedec sulle tracce della storia (Italia – Parco Nazionale dello Stelvio)
con visita alle casermette 2.547 m. e al villaggio militare dello Zebrù 2.877 m.
grandiosa escursione su un percorso, molto lungo e dal dislivello notevole, dove ancora oggi vi sono numerose
testimonianze storiche della Grande Guerra, ai più sconosciute e nascoste

val cedec intestazione

Località di partenza: parcheggio Via Frodolfo, Santa Caterina Valfurva
Quota di partenza: 1.738 m.
Quota di arrivo: 3.005 m. (quota max. Passo Zebrù Nord)
Dislivello: 1.617 m. (dislivello totale positivo)
Posizione: le casermette in Val Cedec si trovano lungo il percorso panoramico che collega il Rifugio Ghiacciaio
dei Forni al Rifugio Pizzini-Frattola.
Il villaggio militare si trova a sud della Cima Zebrù, lungo un crestone roccioso che sale in parallelo al vallone che
termina col Passo Zebrù Sud
Il Passo Zebrù Nord è invece posto in linea retta ad ovest del Rifugio Pizzini, su una selletta che mette in
comunicazione la Val Cedec con la Val Zebrù

Difficoltà: E il sentiero panoramico, la mulattiera che porta al Pizzini e la traccia che sale al Passo Zebrù Nord
EE la salita al villaggio militare
Segnaletica: da Santa Caterina Valfurva al Rifugio Ghiacciaio dei Forni sentiero n° 566;
dal Rifugio Ghiacciaio dei Forni all’imbocco del sentiero panoramico sentieri n° 555 – 527 – 575;
dall’imbocco del sentiero panoramico al bivio per le Baite dell’Ables e le casermette di Val Cedec sentiero n° 528;
dal bivio per le Baite dell’Ables e le casermette di Val Cedec alle casermette sentiero panoramico n° 528;
dalle casermette di Val Cedec al villaggio militare (Cima Zebrù) sentiero n° 528 solo per un tratto lungo il percorso
panoramico, poi nessun sentiero e numerazione;

dal villaggio militare (Cima Zebrù) al Rifugio Pizzini-Frattola: nessun sentiero e nessuna numerazione, solo
qualche palina segnaletica;

dal Rifugio Pizzini-Frattola al Passo di Zebrù Nord: sentiero n° 529;
dal Rifugio Pizzini-Frattola al Rifugio Ghiacciaio dei Forni: sentiero n° 555
Ore: 7h non tenendo conto delle soste e della visita alle casermette e al villaggio militare
Distanza: 28 km
Tipo di terreno: asfalto, sentiero, prati, roccette, sfasciumi, mulattiere (possibili nevai)
Periodo: da metà giugno a fine settembre
Acqua lungo il percorso: a Santa Caterina Valfurva, al Rifugio Stella Alpina, al Rifugio Ghiacciaio dei Forni e
al Rifugio Pizzini-Frattola

Attrezzatura richiesta: normale da escursionismo
Ritorno: dal Rifugio Pizzini-Frattola si ritorna comodamente al Rifugio Ghiacciaio dei Forni per la mulattiera sterrata e
da qui, se si è lasciata l’auto a Santa Caterina, si continua lungo la strada asfaltata della Valle dei Forni


Tecnicamente in breve

Dal parcheggio di Via Frodolfo di Santa Caterina Valfurva (1.738 m.) ci si incammina sulla nominata via fino ad
arrivare ad una piazzettina in centro al paese dove è presente anche l’Ufficio Turistico.
Da qui, sempre dritto, si continua per Via Forni e si oltrepassa l’enorme parcheggio a pagamento La Fonte dov’è
presente anche lo sbarramento per il pedaggio delle auto.
Si sale quindi lungo l’asfalto sempre per Via Forni (indicata anche come sentiero n° 566) percorrendo interamente
la Valle dei Forni e bordeggiando, da molto più in alto, il Torrente Frodolfo.
Superato il
Rifugio Stella Alpina (2.061 m.) si arriva al Rifugio Ghiacciaio dei Forni (2.178 m.) dove troviamo anche
un grande parcheggio auto.
Dal rifugio si seguono le indicazioni per il
Rifugio Pizzini-Frattola e le Baite dell’Ables, salendo due tornanti della
mulattiera principale (sentiero n° 527).
Al terzo tornante si lascia la mulattiera e si prende la deviazione per il sentiero panoramico (sentiero n° 528), si
superano le
Baite dei Forni e si continua lungo il sentiero n° 528 (indicazioni).
Dopo un tornante verso destra ci si immette nel vero e proprio sentiero panoramico che offre una magnifica vista sul
ghiacciaio dei Forni.
In circa mezz’oretta si arriva alle
casermette (2.540 m.).
Dopo la visita di queste si continua lungo il sentiero 528 ma solo per un tratto; qui inizia la parte ad orientamento.
Tenendo in vista il Rifugio Pizzini-Frattola, più o meno nei pressi di un laghetto fiancheggiante in un punto il sentiero,
si sale dritti con decisione per i prati.
Giunti ad un nuovo pianoro più elevato, si punta ad un canalone sfasciumato (appena visibile da qui), fiancheggiato da
una grande cresta rocciosa.
Per aiutarsi ad individuare il punto, si faccia riferimento sulla destra alla cresta che parte dal più lontano Passo di Zebrù Nord,
dove visibili corrono trincee e filo spinato.
La direzione da prendere è subito alla sinistra, all’arrivo di questa cresta.
Salendo, più in alto, si incontrano due o tre paline con segni bianco-rossi indicanti la direzione.
Ora lungo una specie di traccia si arriva ad una conca dove compaiono i ruderi dei primi ricoveri del
villaggio militare.
Da questi, il sentiero militare sale progressivamente portandosi lungo il crestone dove sorgono altri ricoveri, fino ad una
quota massima di 2.877 m. oltre la quale la montagna, franata, è ricoperta da enormi blocchi di pietre.
Ridiscesi nel vallone sottostante, si seguono le paline in direzione obliqua (nord-est) arrivando al
Rifugio Pizzini-Frattola,
(2.706 m.).
Dal rifugio per salire al
Passo di Zebrù Nord (3.005 m.) non si dovrà fare altro che seguire il sentiero n° 529 che si
alza alle sue spalle in direzione nord-ovest.
Il ritorno al Rifugio Ghiacciaio dei Forni avverrà seguendo la comoda mulattiera che parte dal Rifugio Pizzini-Frattola
(sentiero n° 555).
Da qui, a Santa Caterina, seguiamo per il percorso di andata.


La Guerra Bianca in Val Cedec-la Capanna Cedech

Solo qualche chilometro più a ovest e verso nord partiva il confine italiano all’alba della Grande Guerra, confine che
si prolungava poi tra Veneto e Trentino fino al Carso.
La Val Cedec e la Valle dei Forni, di conseguenza, che si trovavano lungo prima linea, sono state interessate da
numerosi scontri tra italiani e austroungarici.
Proprio l’attuale Rifugio Pizzini-Frattola, oggi punto di riferimento per numerose escursioni e ascensioni ai giganti dei
Forni, sorge in realtà sui resti della vecchia Capanna Cedech, eretta nel 1887.
Questa, per evitare sortite ed incursioni verso le valli sottostanti, fin dai primi giorni del conflitto, era presidiata da un
plotone della 113° Compagnia del Battaglione Tirano.
Uomini che però erano scarsamente forniti di armi e mezzi per resistere ad un serio attacco; non avevano infatti
mitragliatrici né cannoni o bombarde ma solo qualche fucile e qualche bomba a mano.
In aggiunta a questo il Comando di Compagnia del 113° del Battaglione Tirano acquartierato presso l’Albergo dei Forni non
poteva comunicare con i soldati che difendevano i presidi in quanto mancava la comunicazione telefonica, costringendo a
fare del pericolosi avanti e indietro.
Nei dintorni della capanna venivano ripetutamente montate e smontate piccole postazioni che, unitamente al villaggio
militare sotto Cima Zebrù, dovevano segnalare tempestivamente a questa, ogni possibile incursione nemica
mediante segnali visivi e di notte mediante fuochi (i riflettori non erano disponibili).
Anche la solidità della Capanna Cedech lasciava alquanto a desiderare in quanto tutt’intorno non vi erano vere e proprie
opere difensive, ma solo qualche cavallo di frisia e un muretto a secco con feritoie per fucilieri.
Dei colpi sparati dall’alto potevano renderla inoffensiva all’istante.
Ben diversa era la situazione degli imperiali appostati molto più in alto nei pressi del Passo Cevedale e con un
importante presidio sul Monte Vioz; gli uomini infatti disponevano di corrente elettrica, telefono e soprattutto di qualche
piccolo calibro che non tardarono ad usare.
Tutti i tentativi di scacciare gli italiani però non ebbero successo.
Per far cessare questi ripetuti attacchi si decise per un’offensiva alle postazioni austriache del Passo Cevedale.
Per prima cosa si decise di eliminare i presidi dai quali partivano gli attacchi, presidi collocati all’Hallesche Hutte e
alla Schaubau Hutte.
Come?
Portando in quota un cannone col quale iniziare il bombardamento.
L’operazione iniziò nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1915 quando otto soldati e un ufficiale si incamminarono
dall’Albergo Forni trainando un cannone mediante slitte.
Con innumerevoli sforzi risalirono il ghiacciaio del Cedech (che allora scendeva molto in basso), scalarono la
cresta dello Schrotterhorn e si fermarono dirimpetto al nemico che era appostato sotto la Cima Solda.
Ad essere colti di sorpresa questa volta furono gli austriaci che nello scontro persero una decina di uomini.
Tutt’altro che sconfitti chiamarono velocemente rinforzi che iniziarono a tirare sugli italiani che nel frattempo stavano
tentando di attraversare il ghiacciaio per portarsi sul Passo Zebrù.
Sotto il fuoco nemico gli Alpini riuscirono ad arrivare a destinazione e qui, dietro trincee, iniziarono a tirare con pezzi
di piccolo calibro sui ricoveri e le trincee austriache.
Lo scontro durò per tutta la giornata prima che gli Alpini fossero richiamati a valle.
Per vendicarsi di questa sortita italiana, gli austriaci si accanirono contro la Capanna Cedech nell’attacco del 23 settembre. Riorganizzati e coperti dal fuoco dei cannoni, più di cento Standschützen scesero dal Passo del Cevedale lungo enormi
ghiaioni e si posizionarono di fronte ad essa, aprendo il fuoco.
I difensori, sorpresi e limitati nel numero, furono costretti a ripiegare consegnando la struttura al nemico che la incendiò. Contemporaneamente altri plotoni austriaci scesero dalle creste dello Zebrù e dalla Val Rosole, aprirono il fuoco
sulla Capanna Milano (l’attuale Rifugio V Alpini in Val Zebrù) e sull’Albergo dei Forni.
L’intenzione degli austriaci si dimostrò chiara, impedire che le nostre truppe potessero ricevere rinforzi.
La Capanna Milano, già abbandonata venne fatta saltare in aria con la gelatina esplosiva.
Solo a sera gli austriaci ritornarono sul Cevedale e gli italiani alla Capanna Cedech o quello che restava di essa.

In un’estate (2021) che è inverno e dove gli inverni sembrano ormai estate, pianificare un’escursione in alta quota
è un po’ un azzardo, ma d’altronde non ho moltissimi giorni a disposizione e devo prendere quello che viene, senza
mai superare alcuna soglia di rischio.
Il giro che ho programmato va all’infuori del consuetudinario e dalle rotte più battute.
La zona è quella dei Forni, la valle quella di Santa Caterina Valfurva.
Lo so, ci sono già stato molte volte, ma se mi seguirete vi proporrò qualcosa di nuovo e inconsueto, un’escursione che
travalica questi splendidi ambienti alpini e abbraccia anche la storia.
Già, la storia.
In quanti sanno che nella Valle dei Forni e nella Val Cedec si è combattuto duramente durante la Grande Guerra?
In quanti sono a conoscenza di trinceramenti, villaggi, caserme ancora presenti in questa zona?
Magari in pochi, e questa è l’occasione per colmare la lacuna e suggerirvi una bella gita insolita.
Chi da Santa Caterina arriva ai Forni in genere poi sceglie 3 o 4 mete, bellissime, ma anche inflazionate:
il Rifugio Branca (magari transitando per il sentiero glaciologico) e il Rifugio Pizzini presso il quale fermarsi oppure
proseguire per il Passo di Zebrù nord o per il Cevedale e il Rifugio Casati-Guasti.
Sulla mulattiera poi che dai Forni sale al Pizzini passano ogni giorno, nella bella stagione, una valanga di bici e jeep,
non mezzi tanto slow per godersi al meglio l’alta montagna.
Sempre a piedi e con i giusti tempi, mai tirati, vi porto a scoprire favolosi panorami nei luoghi ricchi di storia dove
gli Alpini hanno vissuto e duramente combattuto più di un secolo fa.
Certo, se non seguirete il mio esempio di partire col brutto tempo e col freddo, ma sceglierete una piena giornata di
sole sarebbe la cosa più indicata.
Siamo a metà luglio, su 15 giorni a mia disposizione ce ne saranno stati 3 o 4 col sole (e nemmeno caldissimi).
Nei restanti, pioggia, nebbie e temperature prossime allo zero.
Inverno, che vi dicevo?
A questa escursione mi aggiungo da solo una piccola complicazione, (che si traducono in 10 km in più e maggiore
dislivello) che voi potete evitare.
Quale?
Partire a piedi dall’inizio di Santa Caterina Valfurva anziché dal Rifugio Ghiacciaio dei Forni, in modo da respirare montagna
dall’inizio alla fine e, non ultimo, di evitare l’ennesimo pedaggio della strada per le auto, (con tutti quelli pagati in
passato potrebbero intitolarmi tale strada).
Appena entrato in paese lascio l’auto nel posteggio sterrato all’inizio di Via Frodolfo, alla sinistra della strada principale e,
pieno di entusiasmo in vista di un nuovo itinerario, scendo dall’auto iniziando a bagnarmi per le gocce d’acqua che
incominciano a cadere.
Ottimo, le previsioni pur dando cielo coperto non mettevano pioggia.
Iniziamo alla grande.
Mi rifiuto di mettere l’antipioggia per ora e non calzo nemmeno gli scarponi da montagna ma li infilo nello zaino.
Per questa volta, anche se con peso in più, li porterò nello zaino tenendomi le mie fidate scarpe da running.
Non sono impazzito all’improvviso ma, tra andata e ritorno, farsi 10 km di asfalto con scarponi tecnici da montagna su
distanze importanti, memore di altre esperienze, non lo ritengo il massimo.
I piedi, come vedrò, mi accenderanno un cero a fine giornata.
Mi incammino quindi dritto lungo Via Frodolfo, superando qualche hotel e arrivando in una piazzettina dove
c’è l’Ufficio Informazioni.
Nessuno in giro in paese, figuriamoci qualcuno in partenza per qualche escursione (forse hanno visto il tempo).
Anzi, a ben vedere una persona c’è…
Oltrepasso questo punto e proseguo lungo Via Frodolfo, arrivando al grande parcheggio a pagamento La Fonte dove
si trova anche la macchinetta per pagare il pedaggio in caso si salga in auto al Rifugio Forni.
Da qui non mi resta che iniziare a salire le prime rampe di questo lungo serpentone d’asfalto che però, come già detto
altrove, non trovo assolutamente monotono data la varietà di ambienti e panorami.
Questi ultimi con cielo nuvoloso sono un po’ limitati purtroppo, ma il fascino di una bella camminata nella natura e
senza auto regala belle sensazioni.
E’ anche l’occasione per esplorare per bene questo percorso, troppe volte salito di fretta in auto.

Ogni tanto un vecchio casolare, una baita, un piccolo chalet in qualche radura, magari a fianco ad una bella cascata,
sorprendono chi deciderà di incamminarsi come me lasciandosi trasportare dai piedi piuttosto che dal motore.
Salendo non posso resistere dall’osservare, oltre alla Valle dei Forni nella quale scorre il Torrente Frodolfo, la mole
del Pizzo Tresero, sulla sponda opposta del nominato torrente.
Per l’esattezza quello che si vede è il versante nord caratterizzato da strapiombanti pareti rocciose culminanti con due
ghiacciai che in un punto si uniscono, la Vedretta di Cerena e il Ghiacciaio nord del Tresero.
La severità di questo versante contrasta con i dolci avvallamenti prativi ai suoi piedi dove si trovano, adagiate su un
bel pianoro, le Baite Tresero.
E’ una valle questa molto bella dove gli ambienti si fondono tra di loro, da quelli di valle a quelli glaciali delle vette.
Dopo due decisi tornanti e altri 2 km circa, supero anche la soglia del Rifugio Stella Alpina dal quale si intravede il
proseguo della strada e un altro ottimo panorama verso il paese appena lasciato e il Tresero.
Finalmente anche la pioggia è cessata.
Dopo altri due tornanti e un tratto più ripido, arrivo nell’area picnic sul retro del Rifugio Forni dove ne approfitto per fare
un cambio scarpe.
Qui inizia lo sterrato, i sentieri e l’alta montagna.
Aggirato un promontorio roccioso sono davanti all’Albergo Rifugio Ghiacciaio dei Forni dove sulla destra, poco più
in basso, chi sale con l’auto può parcheggiare.
Come ogni volta che arrivo qui, mi fermo a contemplare il panorama verso l’omonimo ghiacciaio, sempre più in
sofferenza e in ritiro, ma oggi la vista è un po’ limitata anche se il panorama è sempre da cartolina.
All’inizio della mulattiera che porta al Rifugio Pizzini-Frattola ci sono talmente tante indicazioni che potrebbero essere
sostituite da una unica, riportante la scritta “tutte le direzioni”.
Lasciata sulla destra la deviazione per il Rifugio Branca e la Malga dei Forni, continuo lungo la rotabile fino al 3° tornante
dove altri cartelli mi segnalano l’inizio del Sentiero Panoramico e del percorso storico della Val Cedec.
Un consiglio.
La cartina in loco riportante il percorso ad anello, non tiene conto che da un certo punto in poi il sentiero sparisce,
almeno nel caso si voglia salire per primo verso il Passo Zebrù Sud, come nel mio caso.
La deviazione per il villaggio militare indicata sulla mappa non c’è ma bisogna andare ad intuito.
Ci arriveremo al momento comunque.
A quota 2.212 metri (Baite dei Forni), svolto per questo sentiero lasciando la strada militare, salendo verso macchie di
pini e abeti e raggiungendo, poco più in alto, due baite di legno (le Baite dei Forni appunto).
Il sentiero, su erba, qui si perde un po’ e la traccia porta naturalmente verso le baite.
In realtà bisogna tenersi a sinistra e salire, e poco oltre il sentiero riappare.
Nei pressi del soprastante bivio per le Baite dell’Ables, passo accanto ad un nutrito gruppo di mucche al pascolo,
circoscritte dal filo elettrificato.
Tutte insieme, in gruppo e incuriosite, mi scrutano al mio passaggio, probabilmente dandomi del pazzo a voler
camminare in una giornata simile.
Da questo punto sopraelevato il Rifugio Forni appare più come una formichina molti metri più in basso, mentre tutto
intorno si elevano giganti avvolti dalle nebbie.
Tresero, Sobretta, Taviela e Cima di Pejo sono impressionanti e circondate da enormi ghiacciai mentre la Vedretta
dei Forni pur maestosa, si nasconde per metà.
Il sentiero ora prosegue verso est a mezza costa; comodo, largo e in lieve salita: si cammina che è un piacere.

Non piove più, ma ha preso a tirare un vento forte che mi costringe ad indossare la giacca invernale.
Vento, freddo, cielo grigio, nubi basse e nebbia che a queste quote formano una riga netta di demarcazione sulle
principali cime mi fanno credere di essere più in Islanda che in una tranquilla valle in Valtellina.
L’atmosfera è surreale ma affascinante.
Senza accorgermene sto ora puntando a nord ed entrando in Val Cedec.
Pochi metri più avanti sono alla caserma che in tempo di guerra sorvegliava la Valle dei Forni.
Oggi la struttura è un rudere e di questa sono rimaste solo le pareti laterali.
In realtà parlare di caserma in questo punto è a mio avviso errato e riduttivo in quanto le strutture erano ben più
di una come si vede dalle rovine.
Nella zona, guardando bene, si scoprono anche trincee, postazioni per fucileria e di osservazione e muretti
difensivi con feritoie.
La trincea si inerpica per la montagna e molto probabilmente era collegata col soprastante villaggio militare.
Da questo pulpito si ha una chiara visione di ciò che potevano controllare i soldati, i quali avevano identificato un
luogo altamente strategico.
Oggi in tempo di pace parliamo di un panorama che è davvero incredibile in quanto siamo alla confluenza di due valli,
quella dei Forni e Cedec appunto.
Non solo, ma spostando lo sguardo più in alto si estende una catena di cime impressionante, tra le più elevate
del gruppo Ortles-Cevedale.
Queste vanno dalla Punta San Matteo al Gran Zebrù passando dalla Giumella, Cima di Pejo, Taviela, Vioz,
Palon de la Mare, Pasquale e Cevedale.
Le indicazioni in loco indicano di proseguire lungo il percorso panoramico e a queste per ora mi attengo.
Il sentiero, ora praticamente pianeggiante, è una rilassante camminata attraverso questa valle verdeggiante, al
cospetto di cime innevate.
Oggi però sono le nubi grigio-nere a incutere un po’ di timore; queste formano una riga che taglia le montagne poco
sotto la cima e non promettono nulla di buono.
Oltretutto salendo il tempo non può che peggiorare, non il contrario.
Ma d’altronde, con lo spirito di non stare andando incontro al brutto tempo ma ad un “diverso bel tempo” non mi fermo.
Mi fermo invece un momento nel racconto per fare una precisazione.
In poche parole descrivo prima il percorso da seguire, facile da individuare ma solo a posteriori, e successivamente
la mia avventura.
Prima di giungere al Rifugio Pizzini-Frattola occorre prendere come riferimento il Passo di Zebrù Nord, sulla cresta ad
ovest del rifugio stesso (è un’intagliatura ben distinguibile), e da questa venire verso di sé fino ad incontrare un altro
intaglio lungo la cresta, il Passo di Zebrù Sud, dove a fianco scende un’enorme dorsale rocciosa.
Salendo “dritto per dritto” dal sentiero, più o meno in corrispondenza di un laghetto poco più grande di una pozzanghera,
bisogna portarsi verso quest’ultimo passo puntando alla dorsale dove più su si inizieranno ad incontrare due o tre
paline che indicano la direzione da seguire.
Io prima di trovare il luogo ho vagato un’ora, ma torniamo al racconto.

Camminando lungo il sentiero e non vedendo diramazioni mi salgono dei dubbi.
Eppure la cartina indica una traccia che in realtà non esiste.
Incontro una coppia alla quale chiedo se avessero incontrato bivi per un villaggio militare.
Buio totale, non sapevano nemmeno che ci fosse stata la guerra qui, figuriamoci un villaggio.
Così, in un punto imprecisato, esco dal sentiero panoramico e salgo il ripido pendio alla mia sinistra per vederci chiaro
(da giù infatti, coperti dal pendio, non si nota nulla).
Risalgo parecchi metri e dossi d’erba, prima di avere una visione della lunghissima cresta che si stacca dal
Monte Zebrù e che confluisce nelle Cime dei Forni.
Però del villaggio nessuna traccia.
Dove sarà?

Da questo momento in poi chi mi avesse visto da lontano mi avrebbe certamente scambiato per un ubriaco.
Inizio come un forsennato a spostarmi di valletta in valletta, di conca in conca, di avvallamento in avvallamento
oltrepassando tutti i dossi e guadando un’infinità di piccoli torrentelli in questa specie di Altopiano.
Vado da una parte e poi dall’altra, vado avanti e poi torno indietro in cerca di qualcosa che non c’è o, se c’è,
è a me invisibile.
Nulla.
Faccio chilometri, perdo almeno un’ora buona.
Poi mi fermo per osservare meglio i monti e la cresta, sempre studiando anche la cartina.
Individuo i due passi sopra descritti e seguo la linea di cresta che li divide, vedendo una lunghissima linea rossa che
in principio scambio per trincee, ma che aguzzando la vista si rivela essere filo spinato.
Forse ci sono.
I reticolati scendono a sud da una lunga dorsale rocciosa quasi in verticale, ce ne sono una marea incollati alle rocce.
Incuriosito mi porto in quella direzione, superando pietraie e morene.
Almeno, mi dico, non trovando tracce di villaggi, documenterò quelli.
All’improvviso una palina.
Molto più avanti un’altra.
Bingo!
Le seguo e in breve (si fa per dire), raggiungo il villaggio militare dopo altri metri di dislivello.

val cedec

I ruderi del villaggio sono posizionati in una conca e lungo tale dorsale, assolutamente invisibili fino all’ultimo istante,
come del resto doveva essere.
Ho potuto constatare che anche oggi non è stato facile trovare il posto, neppure con cartina alla mano.
Quello che mi trovo davanti ha dell’impossibile, oltre che dell’incredibile.
Un grandissimo villaggio alpino formato da un’infinità di ricoveri collocati solo in parte nella conca e, per la maggior parte
attaccati al crestone roccioso come un’edera.
E’ come visitare un grattacielo minimo di 50 piani (a occhio), dove ad ognuno sono posti dei ricoveri e delle casermette.
Verso valle, sia in basso che nella parte alta, un lungo muro difensivo con feritoie, permetteva ai fucilieri di
difendere questo caposaldo e di tenere sotto controllo il transito in Val Cedec.
Purtroppo di tutti i locali rimangono solo i muri perimetrali, ma alcuni sono ancora molto bene conservati.
Voglio sperare che venga svolta della manutenzione, non si può dimenticare e far scomparire un simile sito storico.
Sui gradini delle baracche, sulle porte e alle finestre, sono sparsi ovunque resti di scatolette per il cibo, lattine, chiodi,
lamine di ferro e filo spinato, col tempo tutto arrugginito.
Mi rendo subito conto che pur essendo fredda e nuvolosa come giornata, (scende anche qualche fiocco di neve),
la mia è pur sempre una “passeggiata” facile e ultra-lusso.
Ma dall’autunno all’inverno ci immaginiamo cosa vorrebbe dire venire a vivere qui con la dotazione esigua di cui
disponevano gli Alpini?
Quanti metri di neve?
Quante valanghe?
E il freddo da patire?
Oggi che siamo a metà luglio, ci sono zero gradi e alcune strutture sono ancora sepolte dal manto bianco…
Esploro tutto l’intero villaggio risalendo la cresta fin dove mi è possibile, ossia fin dove questa non è crollata.
Anche il sentiero militare (in alcuni tratti gradinato), che zigzaga fra le strutture risalendo la montagna è pazzesco e
ancora oggi ben conservato.
Sono a poco più di 2800 metri.

Oggi si vede poco, ma la vista da quassù è eccezionale e spazia dal ghiacciaio dei Forni a quello del Cevedale.
Credo sia uno dei punti più strategici, (oggi panoramici) dell’Alta Valtellina.
Fermo nel punto sommitale, osservo la vallata da un piccolo osservatorio con feritoie dove si appostavano anche le nostre
vedette, le quali avevano in vista anche la Capanna Cedech (Rifugio Pizzini-Frattola).
Poggiando le mani sulle pietre, sembra di dover fuggire e di rivivere in prima persona i terribili scontri a fuoco dell’epoca,
cercando di mettersi al riparo.
A fianco al villaggio, ecco il lungo cordone di reticolato scendere dalla montagna.
Praticamente si è sbarrata tutta la zona e questi monti, con chilometri di reticolati.
Più in basso, prima del rifugio altri muretti difensivi e una lunga trincea.

Il villaggio militare di Cima Zebrù
Il sorgere di numerosi villaggi militari a quote elevate in questa parte del fronte, indica chiaramente quanto
la Grande Guerra fossa una guerra di posizione, fatta di trincee, postazioni fisse e infinite attese lungo tutte le linee difensive.
Gli Alpini avevano tracciato una linea difensiva che andava dal Passo Zebrù (oggi Passo di Zebrù Nord),
al Passo Castelli (oggi Passo di Zebrù Sud) e che comprendeva la Cima Zebrù.
Su questa linea correva una lunga trincea e centinaia di metri di filo spinato (ancora oggi ben visibile).
Ai piedi del Passo Castelli e lungo la vicina dorsale rocciosa, i soldati costruirono un grande villaggio militare dal quale
si muovevano le truppe per presidiare queste zone.
Il villaggio non era visibile dalle postazioni sopraelevate degli austriaci o comunque, anche se in parte lo era, si trovava
ad una distanza tale che le artiglierie non lo potevano raggiungere.
I punti maggiormente presidiati erano la Val Cedec e la zona della Capanna e quello del Passo Zebrù.
Un sentiero collegava questo villaggio alla caserma posta più in basso, (oggi lungo il sentiero panoramico), che aveva lo
scopo di rilevare eventuali movimenti nella Valle dei Forni.
A sua volta tale caserma comunicava sempre tramite sentiero al Comando di Compagnia che si trovava all’Albergo dei  Forni.
La vita al villaggio, così come la guerra in queste valli, era tutto fuorché normale.
A quote intorno ai 3.000 metri e oltre, gli Alpini patirono immani sofferenze e, quando non erano le pallottole a fare vittime,
molto più spesso erano il freddo, le valanghe e le frane.
Il villaggio è disposto in verticale lungo la dorsale e le strutture di cui si componeva erano numerose come si può vedere
camminando tra le rovine.
Su un pendio roccioso e sfasciumato di tale portata, molto ripido, ha dell’incredibile oggi pensare di erigere delle
strutture trovando accorgimenti per non farle rovinare a valle.
Ebbene, moltissimi muri perimetrali se non interi ricoveri, oggi sono ancora là a resistere contro il tempo (non solo
quello atmosferico che comunque a queste altezze è tremendo).
Anche solo pensare di trasportare e assemblare pietre su pietre con qualsiasi clima fa riflettere.
Un’opera di alta ingegneria da parte del Genio, e un capolavoro di tecnica (per combattere però una guerra inutile
e insensata) che merita di essere conservata e visitata.

villaggio militare val cedec

il muro difensivo con le feritoie

Dopo una sosta ed essere ridisceso ai piedi del villaggio, visto il pessimo clima, mi trovo costretto a rinunciare a salire
verso il Passo di Zebrù Sud e quindi a percorrere la parte alta della cresta fino all’altro passo.
Un vero peccato ma alla natura non si comanda.
Seguendo le paline di legno prendo quindi la direzione del Rifugio Pizzini e, prima di giungervi, risalgo velocemente
fino al Passo di Zebrù Nord durante un brevissimo accenno di sole, ma sempre con freddo e vento forte.
Il passo quest’anno è pieno di neve e, anche volendo, l’accesso alla parte alta delle trincee risulta pericoloso (oltre che
poco visibile).
Sulle incredibili sensazioni che si provano venendo quassù e sulla vista eccezionale dello Zebrù e del Cevedale non mi
soffermo in questa sede, sia perché già raccontate nella relazione sull’
Anello del Confinale, sia perché oggi purtroppo
il cielo e le nubi concedono ben poco agli occhi.
Ridiscendo al rifugio trovandolo deserto, fatto più unico che raro, anche in giornate come queste.
Solo qualche bikers è in procinto di lanciarsi in discesa diretto a valle.
Anch’io per il ritorno scelgo la mulattiera che mi permette di chiudere un bel giro ad anello.
Il mio ritorno verso valle è interrotto solo in due momenti.
A metà percorso, quando attraverso un improvvisato raduno di mucche pronte alla mungitura lungo la strada, e
poco più avanti, quando finalmente si apre un piccolo grande spettacolo sulla Cima di Pejo, Punta Taviela e Punta Linke
che dominano immensi ghiacciai.
Torno al Rifugio Forni con il cielo grigio come questa mattina.
Qui, ricambiatomi le scarpe, scendo lentamente a valle non prima di aver posto i timbrini dei rifugi sul mio libricino
di raccolta.
Rientro in appartamento dopo una delle giornate che mi ha dato più soddisfazioni in assoluto, e un’escursione che
non ha nulla da invidiare alle più blasonate che si possono fare nella zona, ma che anzi, porterà chi la volesse
intraprendere, alla scoperta di luoghi della memoria un po’ defilati e per nulla affollati, di cui inconsapevolmente
non ci si è mai fatto caso.

Note: grandiosa escursione lungo la Val Cedec, dove ancora oggi vi sono numerose testimonianze storiche
della Grande Guerra, ai più sconosciute e nascoste.
Si cammina in ambienti di alta montagna al cospetto del Gran Zebrù, del ghiacciaio dei Forni, del Cevedale e di
altre importanti vette.
Il percorso, molto lungo e dal dislivello notevole, è riservato ai più allenati che non hanno problemi ad affrontare certi
tipi di terreni e camminare ad orientamento fuori dai sentieri.
L’anello può essere accorciato salendo in auto al Rifugio Ghiacciaio dei Forni, (strada a pagamento) e, in caso di
buone condizioni meteo, può essere integrato con la bella traversata in quota dal Passo di Zebrù Sud al
Passo di Zebrù Nord.

Relazione e fotografie di: Daniele Repossi